Il ritardo

Stanotte alla fine del mio turno precario al bar mi telefona Ernesto.

“Ehi, hai finito?” – me lo dice come se io fossi stata trattenuta per una sciocchezzuola.

“Sto uscendo adesso. Perchè?” – sono abbastanza scocciata.

“No, pensavo… di passare da te… ”

“A fare?”

“Parlare…”

“Seeeeee… vallo a raccontare a un’altra che a quest’ora hai voglia di parlare. Ernesto scusami ma non c’ho proprio voglia. Sono stanchissima…”

“Maddai… io ti rimbocco la copertina, ti tengo abbracciata fino a che non ti addormenti…”

“Erne’, lascia perdere, non ho due anni e non ho paura del buio. Raccontala giusta…”

“Si, insomma, un po’ di coccole…”

“Ti ho detto che sono stanca. E’ un bisogno così impellente? Io arrivo a casa, tocco appena appena il letto e sono già in coma…”

“No vabbè, così mi fai sentire in imbarazzo…”

“Imbarazzato tu… me la segno. Insomma, che vuoi?”

“Ma sei arrabbiata?”

“Sono stanca e poi ho un ritardo…”

La parola ritardo è come quello speciale potere della strega, la più grande delle tre sorelle, parlo della serie televisiva scema, dove le streghe sono talmente convenzionali che fanno un casino perchè la strega sposi un ex morto che poi diventa una specie di angelo vivo e fanno un figlio che mandano a scuola all’asilo degli stregoni. Roba che chi l’ha immaginato doveva essersi drogato pesantemente.

Ritardo. Tutto resta immobile. Aria sospesa, volatili paralizzati, erezioni meglio che con il viagra, sputi di quelli che ti puoi scansare. Ernesto solitamente sviene.

“Ri…tar…do?”

“Ho detto “ritardo”. Non ho detto che si sono aperte le acque del mar rosso.”

“Sto venendo da te…”

“Ma perchè? No, non lo fare. Io non ti apro.”

Me lo ritrovo sotto casa, con la scusa adatta a fare la faccia da soap opera de noiantri, immagino la voce fuori campo che dice che quel figlio sarà del nonno del cognato di mio suocero.

Ernesto ha copiato le pose da qualche filmaccio da quattro soldi. Pretende che io sia preoccupata, così lui può consolarmi, mi dice che ce ne occuperemo insieme, vada come vada, domani è un altro giorno, e nel frattempo si struscia così riesce comunque nel suo obiettivo originario.

Abbiate pietà, oh donne, quando siete di fronte a soggetti così arrapati, perchè persino i terremoti sarebbero per loro un ottimo alibi per esigere la vostra “vicinanza”.

Lo mollo fuori dalla porta.

“Aspetta…”

Ha un punto interrogativo sulla faccia.

Vado in bagno, controllo lo stato dell’arte. Ancora niente. Questione di ore, giorni, che importa. Sono sicura dei fatti miei. Fosse per lui avrei fatto tredici figli. Per fortuna io ho un ottimo rapporto con la mia ginecologa.

Penso e ripenso. Prendo un assorbente, mi pungo con uno spillo. Due gocce di sangue sono quello che ci vuole. Metto l’assorbente tinteggiato su un vassoio. Apro la porta. Ernesto mi guarda. Glielo servo. Espressione schifata. Afferra il vassoio. Temerario. Lui si che è un uomo vero. E’ un agente del Csi. Se tira fuori il microscopio giuro che mi metto a urlare.

“Ernesto, buonanotte!”

“Mi lasci così?”

“Certo. Scampato pericolo. Non vedi? E’ tutto ok… Quando hai finito di analizzare la prova lascia il vassoio dietro la porta. Io vado a dormire.”

Stamattina ho trovato solo il vassoio. Non credo di voler sapere cosa ne ha fatto dell’assorbente. Per la prossima volta mi munisco di ansiolitico.

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