La precarietà e la fortuna tra le gambe

“Per te è diverso perchè sei una donna…”

E’ una delle tante frasi che mi sono sentita dire da alcuni amici e conoscenti, a parole molto solidali con le mie faccende precarie e nel fatti abbastanza distanti, non solo per una questione di differenza di genere ma proprio per una differente mentalità.

Sono precaria, come tante precarie. In cosa sarebbe diversa la mia precarietà rispetto a quella di un uomo?

Sorridono. “E’ perchè tu hai un capitale tra le gambe da fa fruttare…”

Qualcuno potrebbe dire che è istigazione alla prostituzione. Come se la prostituzione fosse una attività meno precaria.

“No, perchè a *voi donne*…”

“Siii? Cosa succede a *noi donne*?”

“… vi basta fare qualche moina e ottenete tutto. Se vai in giro con una bella scollatura ti fanno subito lavorare…”

“Secondo me sopravvaluti il numero degli etero. Puoi sbattere le ciglia anche tu se ne hai voglia. Io continuo ancora a pensare che sia meglio darla gratis.”

C., un uomo intelligente conosciuto su faccialibro si chiede:

“Non si sono mai chiesti come debba essere poco piacevole essere continuamente oggetto di ricatto sessuale?”

Effettivamente penso proprio di no. Danno per scontato che sia una cosa che ci piaccia moltissimo. Un “vantaggio”. Il vantaggio di essere continuamente esposte alla molestia.
Perchè se chiedi in giro è quello che pensa la maggior parte degli uomini. Se racconti delle molestie del docente o del datore di lavoro sorridono, non ti prendono sul serio.

Per tanti resta implicito che in fondo è così che ci guadagniamo la pagnotta e dunque lamentarsi non è giustificato, anzi se ci lamentiamo ti dicono che è per invidia o perchè non abbiamo ottenuto quello che volevamo.

Io continuo a pensare alla precarietà come problema comune che va oltre i generi. Ogni persona sfruttata è oggetto di mortificazioni che passano attraverso il corpo. Io mi sono sentita qualche volta umiliata nella mia libertà di scegliere la persona con cui volevo fare sesso. Perché nelle molestie quello che io ho sentito come una offesa, soprattutto, era proprio il fatto che mi si considerasse come un oggetto passivo che doveva accettare senza replicare o lasciando a lui l’illusione che quella molestia fosse perfino gradita, con quella stessa concezione della “consensualità” che può avere un torturatore che ti martella la mano mentre tu hai il dovere di sorridere.

Poi vedo i miei amici che sono umiliati a loro volta, in altri mille modi, e trovo curioso il fatto che io riesca a solidarizzare con loro mentre loro non riescano quasi mai a solidarizzare con me.

Comunque farò degli esperimenti. Questo fine settimana, al mio solito part time al bar, proverò a battere le ciglia e tra un battito e l’altro proverò a capire se quando il mio datore di lavoro mi mette una mano sul fianco e poi mi manda a pulire i cessi lo fa perchè mi vuole “favorire” in qualche modo.

Se mi piace lavare i cessi? Assolutamente no. Tanto per chiarire.

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3 responses to “La precarietà e la fortuna tra le gambe

  • LUCIA

    il problema è che tu devi dire pure grazie. alla fine preferisci essere creduta frigida che spiegare che speravi di trovare un cervello dall’altra parte.
    ma, l’amaro te lo lasciano certe donne: devi credere nel merito ben sapendo la nomea di certi … uffici. quindi se tu “chiedi” un diritto si sentono in dovere di proporti un baratto.

  • Povi

    Da precaria squattrinata credo fortemente nel valore del baratto, a volte è l’unica soluzione e… in ogni caso che ho avuto la fortuna di sperimentare lascia in animo una certa sensazione di soddisfazione, come se avessimo sovvertito un “sistema”.
    Sto pensando a questo concetto mentre ti leggo e leggo Lucia. Avrei voluto scrivere che si è sempre trattato di oggetti ma nella realtà ho scambiato competenze e saperi. E allora mi chiedo: se le competenze e i saperi sono il me intellettuale, perchè non il me corporeo?
    E perchè mi sento insultata di fronte alle molestie di ordine sessuale e non al becero sfruttamento delle competenze intellettuali, delle conoscenze, dell’affabilità o delle doti relazionali?
    Allora mi rispondo, sapendo che anche la molestia intellettuale mi offende e mi indigna e che mi si arricciano financo i peli sui piedi quando percepisco avance interessate intorno a me, che la differenza sta nella purezza del baratto.
    Il baratto avviene tra pari e per libera scelta. Amo fare l’amore, lo faccio con allegria e soddisfazione ma gli uomini babbalucchi dispensano coccole “dopo”, a ringraziamento del sacrificio. E io mi becco tutte e due, con aria goduta.
    Dono volentieri la mia competenza gastronomica in cambio della costruzione di un sito internet. Omaggio un’amica di una torta fatta da me in assenza di una bottiglia di vino che non posso permettermi. Fottiamo il sistema. Fottiamo il denaro.
    Ma quando c’è di mezzo il bisogno allora tra le gambe non ho una benedizione. Vorrei dire che ho ammirato la maitresse americana ma continua a insultarmi l’incapacità di vedere persone al di là del genere e dello status sociale. Allora il problema è: quale baratto è legittimo?

  • Malafemmina

    @Povi,
    infatti per me non c’è differenza, credo di averlo già scritto.
    mi sento offesa nella mia libertà di scegliere quando come e con chi fare sesso ma mi sento ugualmente offesa se devo prostituire un’idea, l’intelligenza e le competenze per cose che non mi piacciono. posso solo dire, e non per ragioni moralistiche, che se il baratto consiste in uno stipendio per le tue competenze almeno le tue scelte sessuali dovrebbero esserne immuni. se vendi il corpo è più raro che non ti si chiede di non sacrificare anche l’intelligenza al soldo di qualcuno.

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