Sotto controllo

– Buongiorno cara!

– Buongiorno Dorotea…

Sono le 11.30 del mattino. Dopo aver finito di digitalizzare la rubrica ho passato il tempo a leggere tutte le notizie in mille lingue diverse. Sono quasi depressa. Ho letto di sciagure, tragedie, catastrofi. Quasi mi sorprende che io sia ancora viva.

La segretaria ogni tanto mi lancia una sbirciatina mentre io commento le news con una serie di “nooo”, “non è possibile”, “ma questi sono matti”, “mah”, “bho”, “bleach”.

– Allora hai finito in meno di un giorno. Ma sei bravissima!

Mi dedica un sorriso a cento e due denti. Non saprà mai che ho fatto le ore piccole per ricopiare tutto quanto.

– Ora puoi mandare la comunicazione a tutti i contatti e cominciare  a interloquire con loro. Fatti dare da Gertrude (chiameremo così la segretaria) la cartella “comunicazione”. Sono archiviati i nomi dei singoli contatti, cosa hanno fatto per noi, cosa stanno per fare, che genere di rapporti intratteniamo con loro. Leggila. Quando ti risponderanno dovrai dire la cosa giusta. Mi raccomando, sii gentile perché sono personaggi un po’ snob, non gente alla mano come noi.

Ha parlato l’ortolana, ha parlato. Dire di Dorotea che è “una alla mano” è come dire che la vergine maria passa le notti in discoteca per svagarsi un po’.

Dorotea è magica. Quasi un oracolo. Dopo aver parlato ha fatto puff ed è sparita. Di nuovo.

Gertrude gusta il momento, sta aspettando che io vada da lei e le chieda la famosa “cartella”. Fosse stata presente Dorotea si sarebbe materializzata in meno di un attimo. Gertrude è di quelle che sono perfettine -ine -ine -ine davanti al boss e antipaticone -one -one -one quando il boss non c’è. Di quelle che partecipano alla svendita della gentilezza. Gentile a pagamento. Io la prendo antipatica ché è gratis.

– Mi daresti per favore…

– Si, ho sentito. Potresti aspettare un attimo?

Mi sembra di aver capito che devo attendere lì, davanti a lei. Poi sbuffa e con un tono scocciato mi fa:

– Puoi tornare a fare il tuo lavoro. Te la porto io.

Capito. Me ne vado. E chi vuole starle attorno. Quando mi avvicino emana un freddo polare. E poi che ci sarà mai in questa cartella. E dove la terranno? In cassaforte? Non vuole che resti perché altrimenti dovrebbe condividere con me il codice per aprirla? Hanno un bunker segreto dove tengono tutte le “cartelle”? Peggio degli archivi di Andreotti.

Torno in postazione. Una postazione precaria per il mio lavoro precario. Forse mi daranno una scrivania quando finirò la settimana di prova. Forse rimarrò a fare la nomade occupando temporaneamente le scrivanie degli altri per non abituarmi alla stabilità. Meglio tenermi sulle spine. Si sa che l’incertezza favorisce il rendimento più di un calcio nel sedere.

Scrivo la mia comunicazione. In italiano e in inglese, così mi ha detto di fare Dorotea. Il giro di e-mail dura pochissimo e altrettanto breve è l’attesa delle risposte.

In realtà una serie di mail che dicevano che avevo sbagliato indirizzo o che quell’indirizzo era sconosciuto.

Vorrei sapere dunque a quando risale la rubrica cartacea e se “quella che c’era prima” l’ha aggiornata e per ciò ha impiegato una settimana a ricomporla tutta.

Faccio quello che bisognerebbe fare in questi casi. Chiamo Dorotea.

– Scusa se ti disturbo ma c’è un problema…

– Dimmi cara. Cos’è successo? Hai mandato la presentazione?

– Si si. Ho fatto tutto ma tantissime mail tornano indietro perchè gli indirizzi sono sbagliati. Bisogna telefonare e chiedere gli indirizzi corretti.

– E’ stata lei, “quella che c’era prima”. Mi ha lasciato una copia di indirizzi falsi. Vedi… certe volte la cattiveria… e dire che io le volevo così bene.

– Capisco. Non importa com’è successo. Volevo sapere se sono autorizzata a fare telefonate all’estero perché alcuni vip hanno i manager in altre nazioni.

– Si, certo che puoi. Ti abbiamo dato il cellulare apposta. Non preoccuparti. Quando arriva la bolletta l’amministrazione controlla i numeri che hai chiamato e se vede che sono numeri fatti per lavoro noi paghiamo tutto.

Alla faccia della fiducia. Controllano tutto. Sempre più convinta che se faccio un piccolo graffio a qualcuno degli strumenti che mi hanno dato dovrò rassegnarmi all’amputazione delle mani.

– Va bene. Grazie Dorotea. Allora comincio a chiamare e aggiorno la rubrica. Così nel frattempo mi presento a voce.

– Ma che brava che sei. Tu parli inglese?

– Certo! Parlo fluentemente. Posso affrontare una conversazione telefonica.

Oh cavolo, ma l’hanno letto il curriculum o m’hanno presa facendo ambarabà cicì cocò?

– Bravissima. Piena di iniziativa, intraprendente e anche molto dotata. Sono convinta che abbiamo fatto la scelta giusta. Anche Ubaldo ne sarà molto contento. Comincia pure. Noi ci vediamo più tardi.

Mentre sto per fare il primo numero si avvicina Gertrude. Ha in mano la “cartella”. Fa per porgermela. Faccio per afferrarla. Ritrae la mano.

– Mi raccomando. Sai… la legge sulla privacy. Devi firmare qui…

Mi porge una specie di registro.  Riga corrispondente alla “cartella” sulla comunicazione. Devo firmare per dire che io e solo io sarò responsabile di quelle informazioni nelle prossime ore.

– Devo firmare anche alla consegna?

– Si, certo. Puoi prendere la cartella solo quando sei in ufficio.

E’ confermato. Si tratta degli archivi di una agenzia di servizi segreti. Siamo in piena guerra fredda.

– Mi raccomando…

– Assolutamente… tra due minuti contatto l’ambasciata russa per vendere tutte le informazioni.

Gertrude non apprezza la battuta. Glaciale. Se continua così dovrò costruirmi un igloo.

– Prego?

– No no, niente. Non farci caso. Ci starò attenta.

Decine di telefonate. Decine di risposte. Corretti tanti indirizzi. Un manager non capisce il mio nome e mi chiama Carlotta. E’ il nome di “quella che c’era prima”. Finalmente so come si chiama. Ora le manca un volto e poi potrò cominciare a indagare per sapere dove l’hanno seppellita.

Chissà se farò la stessa fine anch’io. La fine che fanno tutte le precarie che passano da un ufficio, stabiliscono rapporti, poi se ne vanno, vengono sepolte in cripte irraggiungibili, inghiottite nel nulla, si evita di pronunciare il loro nome e diventano “quella che c’era prima”, e i clienti continuano a parlare con una figura di donna immaginaria, intercambiabile, della serie “una vale l’altra”. Perché non puoi personalizzare, fare nulla che sia tuo. Tu sei come “quella che c’era prima”. Farai le stesse cose. Dirai le stesse cose. Però sei “nuova”. Hai entusiasmo. Speranze. Ti illudi che possa andare meglio e che tu hai tutte le carte in regola per farcela. Per conquistare la loro fiducia. Per guadagnarti un contratto stabile. E non capisci che non serve a niente e quando lo capisci, forse, come ha fatto Carlotta, non puoi fare a meno di cancellare la rubrica.

Vaneggio. Forse è andata così. Io ci sono già passata. Anche se non ho mai cancellato nessuna rubrica. Ma non ho la minima ombra di illusione. So tutto quello che c’è da sapere. Mi servono questi tremila euro e per adesso va bene così. Se mi rinnoveranno il contratto, bene. Se non lo faranno, va bene lo stesso.

Lascerò un testamento precario per indicare almeno un luogo di sepoltura. Anzi no, per favore, vorrei essere cremata.

Ma pleeeease, non seppellitemi viva.

– Buonasera cara…

E’ tornata Dorotea. Io sono al telefono con il manager di un cantante mediamente famoso. Sto parlando in inglese. Faccio un cenno di saluto. Sorrido.

Lei si avvicina e mi passa una mano sui capelli. Non lo dice ma lo pensa, “che carina”, io, il barboncino.

La telefonata è conclusa.

– Sei proprio brava. Spigliata. Sicura. Come se lavorassi qui da mesi.

– Grazie Dorotea!

Ho il sorriso mistico. A quest’ora, dopo aver mangiato solo un piccolo paninozzo a pranzo, cominciò ad avere le visioni dalla fame.

– Come è andata la giornata?

– Benissimo Dorotea.

Saluto, devo andare, è tardi. Riconsegno il malloppo segreto. Firmo il registro. La segretaria mi comunica che domani mi daranno il badge perché così sanno quando sono in ufficio e quando no.

La distanza tra me e la segretaria è fatta di un paio di metri e una parete sottilissima. Non capisco a che serve il badge dato che non sono pagata a ora ma a progetto.

E’ un ambiente tanto bello, intrigante, moderno, ma tutti sono sotto controllo. Mi accorgo solo alla fine della giornata che ci sono telecamere ovunque. Ce n’è una anche nella stanza di Dorotea. E mi hanno vista, si, mentre tiravo su la gonna pensando di essere sola. Stavo aggiustando le calze.

Spero che almeno al cesso non non dovrò farmi venire la sindrome da grande fratello.

E che ne sapevi tu, fratello Orwell, che il mondo che avevi immaginato sarebbe stato governato da una Dorotea e da un Ubaldo?

Stasera mi tocco. Senza testimoni. Così imparano.

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