Proposta indecente

Domenica sera al bar, il mio boss del part time in nero, mi guarda e fa:

“Perché non vieni a lavorare per me tutte le sere?”

La notizia è che una del gruppo fisso dovrà andarsene tra qualche settimana. Non perché abbia deciso di darsi all’ippica. Semplicemente ha trovato un altro lavoro di fatica in orari diurni. Chi lavora la sera lo sa. Alla lunga diventa abbastanza fastidioso essere al lavoro quando gli altri sono liberi.

A me è capitato certe volte che l’unico modo che avevo per vedere di sfuggita gli amici era quello di chiedergli di venire a bere qualcosa. Io lavoravo, ogni tanto passavo e salutavo, due battute, baci baci, saluto veloce, loro chiacchieravano e io non potevo.

Non puoi partecipare alla cena del tuo migliore amico. Non puoi vedere un film alla riunione delle amanti dei thriller. Non puoi fare vita sociale. Ed è uno dei tanti aspetti che comporta la precarietà.

Finisci per essere fagocitata in un mondo che è fatto di datori di lavoro un po’ buzzurri, con il ciuffo alla little toni e la parlata di un ignorante arricchito. Cuochi di altre nazionalità che sono perfettamente integrati e quando si misurano con il lancio dei coltelli sono perfettamente in grado di superare gli italiani. Lavapiatti che neppure parlano la mia lingua e volentieri imparerei io a parlare la loro se solo mi rivolgessero la parola invece che consegnarmi i loro grugniti. Giustificatissimi, per carità, ma se la miseria e la fatica ti toglie anche il diritto di parola non so che tipo di progresso sociale avremo. Le altre cameriere sono quasi sempre arrabbiate, stanche, qualcuna vive la competizione e ti fa inciampare sul tacco e come se non bastasse bisogna chiacchierare di gusto e sorridere e mostrarsi gaie, fresche e sorridenti di fronte ai clienti che sono l’unico contatto che resta. Un contatto completamente falso, perché quando vai a servirli e godono nel farti recitare a memoria l’elenco meglio conosciuto come menù, provi ad essere il più possibile naturale anche se stai pensando ad altro e non te ne frega niente del deficiente che fa scivolare apposta il posacenere per terra per costringerti a recuperarlo, piegarti e pulire, così può vederti il culo.

I clienti sono una razza a parte. Ci sono quelli che esigono ogni rispetto e quelli che fingono un minimo di sensibilità. Questi ultimi sono assolutamente i peggiori. Ti parlano come per favorirti nel lavoro. Immaginano di volerti facilitare mentre ti dicono di portare il panino più semplice che c’è, ma magari con un po’ di salsina ma se non c’è va bene lo stesso, però se c’è sono più contenti. E tu devi preparare la salsina che non sta neppure nel menù perchè per il datore di lavoro anche perdere cinque euro è un delitto contro l’umanità.

Perciò capisco la collega che fugge e va a faticare da un’altra parte, purchè sia di giorno, perchè in ogni caso il lavoro della cameriera ti distrugge fisicamente e non puoi certo farlo per tutta la vita, specie se sai che non avrai mai una pensione e che dovrai tentare di preservare la salute e il fisico il più possibile per riuscire a invecchiare più o meno decentemente.

Allora ecco il mio boss che mi guarda come fosse un re a dirmi “guarda, tutto questo un giorno sarà tuo!” mentre mi offre un insieme di giorni in cui faccio finta di vivere la sera, dove gli unici rapporti sociali che recupero sono “clienti”, il pezzetto di relazioni che possono vivere va dalle 2/3 del mattino in poi, la mattina sveglia tardi e prima che si riesca a deambulare bisogna riprepararsi per tornare al lavoro e ricomincia tutto da capo.

“Boss, io di giorno lavoro…”

“Ma l’hai detto tu che non è un lavoro sicuro. Qui sei in una botte di ferro… Se vieni tutti i giorni ti faccio il contratto”

In una botte di ferro. Mi torna con la sensazione di claustrofobia che mi provoca l’invito. Una prigione, una scelta di vita, quasi una religione. Seguendo questo filo di ragionamento dico “ma io… sono laica…”.

“Si si, lo so che sei una intellettuale. Ma vuol dire si o vuol dire no? Perché altrimenti devo cercare una sostituta e lo sai che è complicato trovarne una adatta…”

Come se fosse un ruolo difficile. Però lui è un boss in tutti i sensi e si preoccupa del fatto che le sue dipendenti devono stare in armonia. Ha già visto quello che succede con l’ingresso di una “nuova” che può integrarsi, stare in armonia con le altre o diventare l’indesiderata, quella alla quale faranno mobbing. E lui dovrà essere costretto a scegliere. Perderne una invece che tutte le altre. Tutte meno me che sono una part time e non mi sono mai curata di queste cose. Non mi presto al pettegolezzo e sfuggo ogni confidenza sulle malefatte delle altre.

“Scusa boss, perché non fai una cosa intelligente?”

Lui mi guarda con un interrogativo stampato sulla faccia.

“Chiama le altre e spiega la situazione, rendile partecipi e chiedi a loro di scegliere la collega. Dato che sono loro che faticano per tirare avanti la tua baracca. Dato che il lavoro non porta tutta quella mole di soddisfazioni alla quale alludi e l’unica forma di sfogo per loro diventa quello di prendersela l’una con l’altra…”

“Lo vedi che sei intelligente?” – ride e mi strizza con un abbraccio indesiderato.

“Allora dammi un aumento…” – rido anch’io ma parlo sul serio.

Ho sempre avuto questo problema. Quando devo fare una rivendicazione e sono imbarazzata io rido. Prima o poi devo seguire un corso per precarie insoddisfatte. Prima o poi. Per adesso so che chi ha bisogno di un alibi per non prendermi sul serio, ce l’ha.

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