Corpo mio, gestisco io!

Virginio si è lavato i denti. Ha fatto risciacqui multipli. Prova alito. Mi ha sfiatato sulla faccia. Sono sopravvissuta.

Abbiamo trascorso un paio d’ore ridendo. Soffiava sul palmo della sua mano, annusava, mi guardava preoccupato e ridevamo. Abbiamo concordato una parola d’ordine. Come se fosse una speciale pratica sadomaso. Se la pronunciavo, lui soffiava da un’altra parte.

Sesso e risate sono una formula essenziale. Non si dovrebbe fare l’uno senza le altre. Prendersi sul serio è di una noia mortale e se si trova il tipo tutto concentrato sulla sua performance tu nel frattempo puoi perfettamente rivestirti, andare a fare un giro, tornare e riprendere posto e stai pur certa che neppure se ne accorgerà.

Sono stata bene. Me lo merito. Virginio è il mio premio. Io sono il suo.

Si è svegliato tardi. Ci siamo nutriti, di cibo. Se ne è andato.

Nessun appuntamento. Sa dove trovarmi. Io non lo aspetto. Lui non mi dice se verrà.

Io non sono fatta per tempi d’attesa. Lui non è fatto per le promesse. Così mi sembra. Così spero che sia.

Stasera è un’altra serata di fuoco. Prenotazioni, festeggiamenti, la collega che manca perché s’è storta un piede, quell’altra che non può fare in fretta perché l’ha immobilizzata una lombosciatalgia. Ah, le gioie del lavoro di cameriera!

E domani torno a fare la intelligentissima impiegata di una agenzia dalle molteplici caratteristiche, al seguito di Dorotea, il boss più rifatto che io abbia mai avuto.

Vorrei dirlo a Ernesto, il mio ex amante molesto, che la precarietà è una forma di dissociazione grave che prende le vite di tutti noi.

Non si capisce perché in questa stagione precaria, fatta di vite precarie, l’unica cosa certa dovrebbe essere la relazione con una donna.

Mi spiego la cosa pensando solo che uno come Ernesto mi vede forse come vedrebbe una proprietà.

“Non ne hai il diritto!”, mi ha detto. Come se gli stessi rubando qualcosa che gli appartenesse.

Invece la mia vita, il mio corpo, sono e devono essere le uniche cose che appartengono soltanto a me.

Io non voglio essere l’ammortizzatore sociale dell’Ernesto precario. Studiassero una forma integrativa per sgravargli lo stato d’incertezza con il quale vive senza dover lasciare a me il peso del suo malessere.

L’unica cosa che si può fare è un mutuo esercizio di solidarietà reciproca. E quell’esercizio si interrompe quando viene stabilita una proprietà.

Sottoporrò la questione al mio boss del bar. In fondo mi ha assunta per le mie qualità di filosofa/barista, chè al banco ci vuole sempre una che abbia la battuta pronta e lo sguardo intelligente…

E poi dicono che la laurea non serve a niente.

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