La straniera

Il mio boss del bar ieri sera ha fatto venire in prova una ragazza rumena in sostituzione dell’altra collega che sta per andare via.

A scanso di equivoci dico subito che il fatto che sia rumena lo sappiamo io, il boss, le ragazze, forse anche quelli che lavorano in cucina. Per il resto ovviamente non le si vede impresso da nessuna parte lo stigma della “razza” che certe persone vorrebbero imprimerle.

Ha due braccia, due gambe, due occhi, tra l’altro parecchio belli, una faccia simpatica e parla un italiano perfetto perché in Romania pare che vedesse tanta televisione italiana.

La sua “formazione culturale” non me la rende molto affine ma devo ricordare che quando sono stata in inghilterra uno dei modi che preferivo per imparare la lingua era guardare i cartoni animati su channel four.

Vuole piacere a tutte, si è sorbita un po’ di facce strane e i grugniti della collega più competitiva.

“Non ci badare, fanno così con tutte…”

E tutta la delicatezza del boss che doveva cercare di armonizzare il contesto socio-lavorativo? E il fatto che avrebbe dovuto chiedere un parere alle colleghe?

Ovviamente non se ne è fatto nulla. Lui va per la sua strada. Cerca le ragazze nelle mandrie di precarie e più sono precarie meglio è perché sono disposte a lavorare duramente, senza risparmiarsi.

Parecchi mesi fa ricordo che gli era venuta la mania esotica. Prese a lavorare una ragazza italo araba, migrante di seconda generazione, di quelle che se ne fregano dei divieti del padre che mai e poi mai vorrebbe una figlia a fare la cameriera.

Una ragazza bellissima, spigliata, intelligente, quasi laureata. Parlava perfettamente almeno tre lingue, oltre l’italiano. Arabo, francese e inglese. L’ho anche sentita conversare in spagnolo. Nel giro di poche settimane trovò un altro lavoro e lasciò il boss che pensava di averle fatto un gran favore con mille dubbi sul senso della vita.

Così il boss decise che semmai avesse voluto assumere una “straniera” avrebbe dovuto scartare a priori arabe, cinesi, e tutte quelle che avevano ricevuto una formazione scolastica migliore della nostra.

Con le ragazze dell’est pensa di avere qualche probabilità e se non dovesse funzionare neppure con quelle allora ci siamo sempre noi precarie con la bandiera tricolore stampata sulla fronte che ci distingui perché a scuola non ci hanno insegnato lingue straniere, salvo poi apprenderle con studi differenti, non ci hanno messo a disposizione laboratori scientifici, informatici, documentazione dell’attuale secolo, non siamo state incoraggiate a spenderci nella ricerca…

Ci distingui, insomma, perché siamo quelle che vengono dall’unico paese che usa doppiatori nei film stranieri, e perché la fama della cattiva istruzione italiana, con buona pace di tutti i docenti bravissimi e di tutti gli insegnanti bistrattati che si fanno in quattro per dare delle prospettive alle nuove generazioni, è arrivata in tutto il mondo e quando mandiamo un curriculum cercando di accedere ad un colloquio nessuno riconosce i nostri titoli di studio o quasi.

Sicché la maggior parte di noi comuni mortali quando decide di andare all’estero per tentare la strada del “successo”, finisce quasi sempre a lavare piatti in un ristorante italiano, dove nessuno ti insegna la lingua locale perché non la conoscono e dove comprendi l’esatta prospettiva attraverso la quale bisogna guardare il mondo.

Negli altri paesi sei tu l’immigrata, quella che nelle cucine, mentre tagliuzzi la cipolla, asciugandoti le lacrime con la manica di un grembiule unto, trova la dimensione dell’italianità che emigra per bisogno. Ed è senza dubbio una esperienza che aiuta perché quando ti capita di lavorare in un bar in Italia, dove sei contenta di fare la schiava in “casa tua”, e vedi arrivare una collega di un’altra nazione sgarrupata, terra di conquista di speculatori di ogni genere, ti rendi perfettamente conto di quanto siano assurdi certi pregiudizi.

Non so se questa nuova collega resterà. Non so quanto potrà durare con tutta la sua voglia di apparire migliore rispetto a come descrivono la gente che arriva dalla sua terra.

So solo che quella ragazza conosce l’italiano e io non conosco una sola parola di rumeno.

E forse è proprio ora che cominci a imparare.

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