La precarietà fa male alla salute

Posso farcela, si. Ho un dolore alla schiena per la caduta di ieri sera, un livido al ginocchio per aver sbattuto contro una portiera di un’auto aperta all’improvviso mentre io andavo in bicicletta, un crampo alla mano per via dello scarso fealing tra il mouse e il tunnel carpale, ma in definitiva sono ancora viva. Che vuoi che sia la mia vita in confronto a quella di un minatore o un muratore costretto a lavorare a venti metri d’altezza possibilmente senza protezione, casco e imbracatura.

Non sono una schiava che raccoglie cotone nelle colonie di bianchi razzisti. Sono solo una precaria del cognitariato, che non è il precariato di cogne ma il precariato di quelle persone che sono impiegate in lavori più o meno cognitivi.

Cosa ci sia poi di cognitivo nell’eseguire incarichi affidati da boss il più delle volte paranoici e con vaghe fobie rispetto a tutto il mondo non si capisce. O forse si, nel senso che bisogna far funzionare parecchio il cervello per riuscire a sopravvivere in un pantano simile.

Insomma ieri sera ho fatto un volo davanti a svariate persone, per la maggior parte clienti un po’ scemi che non si sono degnati di darmi una mano se non dopo una trentina di minuti di risate.

C’era qualcosa di liquido per terra e – ahahahahahahah – sono scivolata e – hahahahahaha – ho sbattuto l’osso sacro e – hahahahahaha – sono rimasta tramortita a terra senza riuscire a rimettermi in piedi per un po’ – ahahahahah. Che risate, eh?

Poi il mio boss mi è venuto in soccorso, preoccupandosi più del fatto che non ho copertura assicurativa che delle conseguenze della caduta.

Stai bene? Direi di no. Vuoi andare in ospedale? Direi di no. Vuoi che chiami qualcuno per venirti a prendere? Direi di no. Finisco il mio turno, mi servono i soldi. La salute è più importante. Si, ma tu non mi paghi se sono assente.

Perchè la commozione e l’empatia del mio boss finisce là dove comincia l’obbligo di scucire qualche soldo.

Mi riaccompagna Virginio che per fortuna mi ha dedicato un massaggio che avrebbe fatto risvegliare i morti. Ma questo è un dettaglio sul quale non intendo approfondire.

Stamattina l’unica che mi ha chiamato per sapere come stavo, indovinate chi è? La nuova collega rumena.

Mi sono svegliata, come al solito ho sgranocchiato qualcosa per non svenire nel traffico. Prendo la mia bicicletta. Mi avvio. Cammino, abbastanza spedita. Ho fretta di arrivare. Mi sorpassa una macchina, di quelle che fingono di evitarti ma ti trascinano via perchè chi guida ha un’idea vaga di cosa sia una linea retta. Sono costretta a stringermi su un lato, dove al solito si trova una fila infinita di auto parcheggiate. Un signore molto a modo, che forse aveva appena parcheggiato, non ha guardato lo specchietto retrovisore prima di aprire la portiera e io sono riuscita ad evitarla per un soffio rischiando di farmi ammazzare. In tutto ciò è il mio ginocchio che c’ha rimesso. Livido e gonfio.

Gertrude, in ufficio, mi ha immobilizzata con una borsa piena di ghiaccio. E per fortuna che esistono queste segretarie così efficienti.

Vuoi che ti accompagno in ospedale? No grazie, devo fare delle cose essenziali altrimenti Dorotea si fa venire un attacco d’ansia. Al mal di ginocchio posso sopravvivere, all’ansia di Dorotea credo di no.

L’ultimo dolore quale era? Ah già, il tunnel carpale.

Lo so, lo so. Non lavoro in miniera. Non faccio l’operaio in una centrale nucleare. D’altro canto si dà poca importanza anche ai lavori casalinghi, eppure inspiegabilmente un tot di donne l’anno muoiono o si autoinfliggono mille disabilità in ambiente domestico.

Però concedetemelo. Posso dirlo, si, che la precarietà fa male alla salute o no?

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