Sono precaria e sono una fetta di mercato

Leggevo questo post e ne parlavo con una persona che lavora nell’agenzia in cui faccio la pr precaria bimestrale.

Lui si occupa di pubblicità e mi ha spiegato questa cosa dei target delle aziende. Ho scoperto così che io, precaria, sono una fetta consistente di mercato che si allarga sempre di più.

Il precariato, soprattutto quello istruito, che costituisce l’insieme di intelligenze sprecate, piuttosto che essere risolto viene analizzato e ad esso vengono indirizzati specifici spot per vendere prodotti che non piacciono a chi ha più soldi e che non interessano a chi ne ha meno ma fa parte di un’altra categoria sociale, con un diverso grado di istruzione e differenti interessi.

Le precarie come me sono quelle alle quali sono destinate pubblicità che parlano di alimentazione, arredo, viaggi, mezzi alternativi.

Una precaria è quella che tenta di non essere oggetto del consumo ma poi finisce per consumare perchè in ogni caso il low cost, i mobili che monti da sola, i cibi vegan hanno un costo e quei prodotti costituiscono comunque un mercato economico all’interno del quale la stessa precaria viene incastrata.

Finisce che a me viene impedito di sforzarmi di trovare un modo davvero diverso di vivere.

Parlo di me ma conosco tante persone che potrebbero essere coinvolte in questa riflessione.

Io sono quella che consuma il meno possibile. Fosse per me potrebbero chiudere le catene alimentari, i negozi di abbigliamento, i mobilifici…

Sono quella alla quale si addebiterebbe il fallimento dell’economia mondiale ma sono anche quella che non ha mai chiesto un prestito, che non chiede un mutuo, che non dipende dalle banche e che non accetta di comprare niente se non se lo può permettere.

La parte più interessante della “lezione” che mi ha impartito il mio collega d’agenzia riguardava quelli che si occupano di piccoli prestiti mirati. Mutui con tassi di interesse altissimi che vengono spacciati per regali. Piccole e comode rate fino al 2050. Crediti per fare quello che avresti sempre sognato e che altrimenti non potresti fare mai.

E quando ho visto quelle pubblicità in effetti mi sono chiesta per quale motivo potrei mai chiedere un prestito. Vi giuro che non l’ho trovato.

Faccio parte di quella generazione che non può avere la carta di credito perchè usa la banca solo per i bonifici degli stipendi che durano il tempo di un battito di ciglia. E’ già tanto se ti danno il bancomat, con possibilità di prelievo limitatissime. Se superi la soglia delle duecento euro mensili la money machine si mette a parlare e ti sputtana davanti a tutti.

Figuriamoci se qualcuno potrebbe accettare di concedermi un mutuo.

Poi ho scoperto che nonostante la mia totale precarietà ci sono delle finanziarie che quel prestito potrebbero anche concedermelo per anticipare la spesa di un anno di palestra, un elettrodomestico, prodotti di consumo dei quali personalmente non me ne faccio niente.

La mia vita è una palestra e io sono l’elettrodomestico più efficiente di casa mia.

Non esiste un prestito per comprare dei libri universitari, per esempio. Per pagare la rata in facoltà. Per uno strumento di lavoro, un computer, efficiente.

Però esistono terapie prepagate contro la cellulite in apposite centrali estetiche che ti pigliano umana e ti risputano fuori sotto forma di un fiume prosciugato e in secca.

Perché, mi diceva il mio collega, il marketing rivolto ai precari comunque mi dice anche cosa dovrei fare della mia vita.

Viene osteggiata la mia formazione, il mio desiderio a realizzare certe prospettive. Mi si rende difficile tutto, come il mio diritto all’informazione, il mio diritto alla cultura. Tutto ciò che contribuisce a rendermi una persona che pensa, capisce, ragiona con la propria testa e mette in circolo il proprio senso critico.

Però posso vedere gratis ore e ore di televisione dello shopping casalingo in cui si vende tutto ciò che non mi interessa. Posso usufruire “gratis” dei social network in cui il “prodotto sono io”. Posso regalare il mio profilo che poi sarà rivenduto ad altre aziende che mi invieranno pubblicità sulla base dei miei gusti.

Perciò mi chiedo, sono una fetta di mercato che viene “aiutata” a comprare quello che desidero o sono sono una delle tante persone che viene indotta ad acquistare quello che non le serve e che altri vogliono educare a “non pensare”?

Perché se davvero la categoria precaria vuole essere considerata per i propri bisogni allora serve che spieghi meglio il mio “stile”.

Io non compro. Spendo il minimo. Tutti i soldi che ho vanno via per l’affitto, le bollette di luce, gas, acqua, immondizia. Certe volte non riesco a pagare tutto e ancora oggi mi aiutano i miei.

Quel poco che resta mi serve per pagare da mangiare. Tre giorni a settimana – venerdì, sabato e domenica – mangio al bar dove il boss ci prepara la cena – un panino o cose simili – prima di iniziare il turno di lavoro. Nel corso delle serate per compensare alla perdita di energia e calorie, per tenermi in piedi, sgranocchio qualcosa preso qui e là. Una patatina, un dessert. Furti consapevoli che il boss conosce e autorizza dato che siamo pagate poco e per la maggior parte in nero.

Se sto male devo pagare tutte le medicine e le visite all’Asl perchè per le precarie che guadagnano qualcosa di più sopra lo zero comunque non c’è diritto all’esenzione. Anche le visite dalla ginecologa o i contraccettivi sono a mio carico.

Mi muovo con mezzi pubblici e pago l’abbonamento a cifra intera perchè non sono più una “studentessa” e non sarò mai una “pensionata”. Perciò anche se sono sfinita dalla stanchezza ricorro più spesso alla bicicletta.

La bicicletta è usata, di un colore orribile che ho personalizzato con smalti e pennarelli. L’unica cosa costosa che c’è in quella bici è il sedile – 16 euro e 80 centesimi – perchè quello che c’era prima mi aveva deformato il posteriore. Ho il timore che qualcuno possa voler rubare una cosa di così grande valore e dunque quando parcheggio prendo il sedile e me lo porto via.

Mi vesto con cose che fanno parte del mio corredo da anni. Ho la capacità di riciclare tutto. Invento nuovi abbinamenti e per fortuna ogni tanto mia madre viene in soccorso e mi guida in una giornata di shopping selvaggio per comprare articoli da mercatino nella stagione degli sconti.

Riciclo anche le scarpe. Ebbene si. Sono una di quelle che preferisce pagare il calzolaio per aggiustare la suola fino a che non esplode.

Non vado dal parrucchiere e i miei capelli lo sanno e non si lamentano. Ho una folta chioma che è soggetta a potature di tanto in tanto. Io, un paio di forbicine per le doppie punte, un rasoio elettrico nei momenti di particolare stress.

Che altro? Ah si. Non uso gli assorbenti ma mi sono convertita con soddisfazione alla religione della mooncup.

Uso connessione in abbonamento senza telefono. Compro libri in edizione economica e mi permetto il lusso di qualche film o di qualche serata a teatro. Ho perfino fatto qualche viaggio e ho lavorato ovunque per mantenermi la “vacanza”.

Faccio sesso. Gratis!

Con i miei due lavori precari e tutto questo ben di dio tutto sommato posso dire di essere una “privilegiata”.

Cosa mi piacerebbe? Vedere il mondo. Leggere di più. Più cultura. Più film. Più teatro. Più tutto quello che nessuno mi agevolerà mai.

E la discussione con il mio collega alla fine mi ha reso abbastanza triste. Lui non ha colto perché non riesco a non sorridere del mondo, di me stessa, di tutto.

La parte più triste della questione è il fatto che io debba combattere contro imposizioni promozionali mentre tento semplicemente di vivere come preferisco e come posso. Non sono io ad essere insoddisfatta ma è il marketing di certe aziende che vorrebbe rendermi tale.

Io so quello che ho e quello che mi manca. E più di tutto mi manca la libertà di scegliere cosa voglio essere e cosa voglio fare della mia vita. Mi manca un lavoro vero e mi manca la libertà di poterlo rivendicare senza che qualcuno dica che io vado alla ricerca di “privilegi” invece che di diritti.

Mi manca la possibilità di crescere di più. Mi manca il futuro. Non per colpa mia ma perché me l’hanno rubato. Ce lo hanno rubato. Poi non dite che è sbagliato pensare di riprenderselo.

E scusate lo sfogo…

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3 responses to “Sono precaria e sono una fetta di mercato

  • Elena

    Pat pat. (E’ gratis!)
    Da lunedì avrò un lavoro più stabile dei tuoi, ma la corsa del topo è sempre quella!

  • duedidue

    Mi unisco al mitico pat-pat che sto diffondendo anche qui a Barcellona, dove vivo da 4 anni.
    Andai via dal defunto Bel Paese e approdai in questa città meritocratica, allibita e felice di aver la possibilità di entrarne nel tessuto.
    Purtroppo con questa fantomatica “crisi” l’atteggiamento nepotista anche qui si è normalizato ma con sfumature diverse.
    Hai descritto in maniera impeccabile cosa significa avere esigenze differenti dalla massa ed essere paradossalmente uguale alla massa per la mancanza di potere d’aquisto. Facciamoci forza e continuiamo a INDIGNARCI!!

  • Malafemmina

    grazie ragazze, e bentrovate pure a voi. sono davvero contenta del fatto che scopro che questo blog mi fa sentire davvero meno sola.
    un abbraccio

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