Ringraziare sempre per lo stipendio precario

E’ già trascorso un mese dal primo giorno di lavoro all’agenzia e ancora non ho ricevuto un euro di paga.

Sto lavorando tantissimo. Praticamente il progetto nel quale mi hanno coinvolto è tutto sulle mie spalle. A Dorotea la mondanità, al grafico e al creativo la creazione della campagna, al Signor C. gli attacchi di ansia.

Pr, addetto stampa, assistente di produzione? No. La sto proprio partorendo io questa cosa ed è un parto multigemellare in cui in effetti in tanti si comportano esattamente allo stesso modo. Gli unici con i quali ho un po’ di feeling fanno parte di quel sommerso mondo di tecnici, sarti, trasportatori, in poche parole facchini, che faticano anche più di me.

Ho scoperto che tanti tra loro sono imprenditori di se stessi. Dopo essere stati schiavi precari di gruppi che prendevano appalti hanno deciso di creare gruppi autonomi indebitandosi fino al collo per comprare tutti gli strumenti del mestiere.

Mi trovo davanti a precari, superprecari e superindebitati per precarietà che temono di ricevere la visita di un ufficiale giudiziario per un mancato pagamento di una rata del mutuo.

Mi dicono che parte del finanziamento per la costruzione di questo evento arriva da chi lo sta patrocinando e quella parte, guardacaso, è proprio destinata al pagamento degli incaricati esterni, ovvero quelle come me o come tutti gli altri precari.

I liquidi disponibili servono a finanziare le urgenze e Gertrude, la segretaria dell’agenzia, mi dice che i finanziamenti arrivano sempre un po’ in ritardo.

“Ma in ritardo quanto?”

“Tra qualche mese… ma non ti preoccupare perchè poi arrivano, eh!”

Oh che bello! Quindi sto lavorando gratis e non lo sapevo. Credo sia il momento di fare una discussione con Ubaldo, il genio amministrativo dell’Agenzia. L’ho chiamato al telefono ieri.

“Ciao Ubaldo, non è che passi in ufficio oggi? Perchè avrei qualcosa da dirti…”

“No, cara, oggi non posso perchè ho una riunione con XYZ. Ma dimmi pure, c’è qualche problema?”

“Forse saprai già che è passato un mese e io contavo sullo stipendio…”

“Carissima, ma sai che mi parlano tutti benissimo di te? Sono sicura che avremo molto bisogno di te in futuro per altri progetti. Sei davvero bravissima!”

Resto in silenzio. E’ chiaro che non ha nessuna voglia di rispondermi. Poi tento di congedarlo.

“Ubaldo ho capito, non è il momento. Va bene. Ti chiamo dopo o dimmi tu quando possiamo parlarne…”

“Ma no no, volevo dire che meriti il tuo stipendio fino all’ultimo centesimo. Sai che l’amministrazione di BlaBla non ci ha ancora dato i soldi promessi e quindi per il progetto stiamo anticipando noi. Proprio in questi giorni stavo cercando di capire come fare per anticiparti qualcosa.. per te, sai… perchè conosciamo la tua situazione… perchè ti stimiamo tantissimo…”

Odio questa parte dei lavori precari. E’ il momento in cui praticamente ti metti a ringraziare chi avrebbe dovuto già preventivare la tua paga tra le spese “urgenti”. Lo ringrazi perchè ti sta facendo un “favore” ed è il momento in cui implicitamente prometti di non dire che tu sei stata pagata a differenza degli altri. Cosa che ti incastra in una trappola fatta di ambiguità dalla quale è difficilissimo uscire.

Ma se hai bisogno di soldi come ne ho bisogno io alla fine che fai? Ti metti a dire che se non paga tutti tu rifiuti i soldi? Assolutamente no. Ti senti maledettamente in colpa, ti rendi complice di un meccanismo crudele che rompe ogni possibilità di complicità e solidarietà sociale, diventi tu stessa il manifesto dell’egoismo e dell’individualismo più esagerato e vai avanti. Perchè sopravvivi. Perchè sei tenuta al cappio dalla promessa di attenuare i sintomi di una vita precaria. Attenuare. Illudere. Mai risolvere.

Così capisco perchè quei precari che si mettono in proprio finiscono per perire sotto i colpi dei debiti e capisco anche perchè nonostante tutte le moine nessuno in ufficio mi abbia mai detto di lasciare il lavoro al bar. Che poi è quello che mi dà di che vivacchiare fino a che il mio corpo resiste. Capisco perchè tante persone come me, ovvero le precarie e i precari, il primo maggio hanno ben poco da festeggiare.

Io, per esempio, domani, primo maggio, lavoro.

“Ubaldo, grazie… e scusami se ti ho disturbato!”

Ho detto grazie? Ma grazie di che…

E mi sento maledettamente sconfitta.

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5 responses to “Ringraziare sempre per lo stipendio precario

  • Povi

    Non vorrei aggiungere carne alla depressione o al fuoco che sia, mi sono astenuta dal commentare il precedente ma… Il mio lavoro primario potrei dire sia il recupero crediti, tutti con gente del genere che trova la scusa dei finanziamenti che non arrivano e intanto ti fa penare l’impossibile per un lavoro che tu, dannazione, ha fatto (pure in maniera sottopagata). Sto aspettando certi soldi da quattro anni, altri da un anno. Con il vecchio datore di lavoro son riuscita a concordare che – benchè mi abbia lasciata a casa da più di sei mesi – mi da un contentino di 500 euro ogni due mesi (per cui lo devo inseguire) e via discorrendo. Il tutto ovviamente corredato da infiniti grazie (????) da parte mia e tanto pavoneggiamento per il loro essere sinistroidi e addirittura (suonino le trombe) retribuire, seppur in ritardo, un impiego sudato.
    Ciò che mi chiedo – visti i ritmi a cui vivo e la mole di impegni e la rinuncia a molta della vita privata ecc ecc – è come mai io sia perennemente in bolletta. Una donna manager come me (come noi) che si sfianca per più di 12 ore al giorno (a volte molto di più) dovrebbe esserci un succulentissimo stipendio. Parliamo di migliaia di euro.
    Come mai piangiamo per 20 dannatissimi euro?
    Oltre alla vita in proprio (per cui non è cosa, vedi il tuo post sui finanziamenti dati per qualsiasi cosa meno che per quello che serve) comincio a pensare alla comune autosufficiente.
    Buona festa, chissà se qualcuno parlerà per davvero di noi. Siamo in tanti… insomma.
    Pov

  • Just Laure'

    Inutile dire che capisco perfettamente. Ormai è da gennaio che non vedo un euro e vado avanti a fantasia, ma anche quando potevo ancora dirmi una “precaria della ricerca” i soldi venivano accreditati sempre dopo aver svolto il lavoro… quindi, prima la docenza e alla fine dell’anno accademico i soldi… prima la ricerca e alla fine i soldi e così via. Domani nessuno parlerà di noi semplicemente perchè non esistiamo e non solo per gli altri. Io inizio a pensare di non esistere nemmeno per me stessa. Altrimenti cosa mi trattiene ancora in questo paese? Mah, stasera mi girano storte!

  • Povi

    Noi non esistiamo, il problema non esiste.
    Infatti campiamo d’aria!
    Un abbraccio a Lauré (se ti girano vuol dire che ci sono) e alla Femmina malata che oggi non ci rallegra ma comunque ci fa sentire meno sole.

  • Malafemmina

    quella del recupero crediti, effettivamente, è anche la mia professione principale. non so quante volte ho dovuto fare l’accattona per riuscire a farmi dare qualcosina. sono arrabbiatissima. oggi mi hanno dato un anticipo. un anticipo dell’anticipo. quasi niente.
    un abbraccio a entrambe

  • L’anticipo « Malafemmina

    […] giorno fa ho dovuto fare accattonaggio per farmi sganciare la marchetta. Un mese di lavoro e ancora nemmeno un soldo. Mi aveva detto che […]

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