Archivi del mese: aprile 2011

Anche le precarie si ammalano

Ho qualche filo di febbre. Stamattina era sopra i 38. Bronchi intasati, dolori un po’ dappertutto. Influenza. Non so. So che oggi dovevo lavorare, perché ad una precaria l’assenza non si perdona, anche se si tratta di un contratto a progetto e quindi di un incarico che ipoteticamente non dovrebbe obbligarmi alla presenza a orari regolari dalle 9.00 alle 18.00/19.00.

Alle precarie come me resta solo la speranza che le malattie insorgano durante i fine settimana, perché sabato e domenica, per chi non lavora, possono servire alla convalescenza. Per me che faccio due lavori, uno con contratto bimestrale per tentare di costruire una possibile carriera (?), qualcosa che faccia curriculum, e l’altro che nei fine settimana mi dà da vivere nei tempi bui (il lavoro al bar), non c’è un giorno adatto al diritto ad ammalarsi senza sensi di colpa.

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La spesa della precaria

Al ritorno dal lavoro ho comprato qualcosa per nutrirmi. C’erano almeno un altro paio di persone come me, un ragazzo e una ragazza, con gli stessi tic e la stessa attenzione ai prezzi.

Resto a contemplare le confezioni di pomodori pelati per trovare una coincidenza tra basso costo, marchio bio, possibilmente un marchio che non è un brand di quelli conosciuti perché essere precarie, senso un soldo e pure idealiste è un’arte difficilissima.

Ci vedi in serie, noi precari davanti agli scaffali, a fare la selezione tra prodotti scontati che non significano sfruttamento di manodopera infantile in paesi del terzo mondo, uso di cose chimiche o di roba geneticamente modificata.

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L’amore segreto di Gertrude

Gertrude, la segretaria dell’agenzia in cui lavoro con un contratto a progetto, è segretamente innamorata di un altro impiegato dell’ufficio.

Un tipo abbastanza insulso, un po’ spaccone. Un leccaculo senza se e senza ma.

Lei mi somiglia molto poco ma su due o tre questioni riusciamo a comunicare. Da quando ho capito che aveva bisogno di rassicurazioni mi usa come consulente al look. Ed è abbastanza comico vedere me che arrivo al lavoro – specie il lunedì, dopo il fine settimana al bar – con le occhiaie che arrivano al mento, i capelli raccolti come posso e che indosso la prima cosa pulita, perfino non stirata, che mi ritrovo davanti, analizzare il look di Gertrude per dirle, seria, “ma stai benissimo!”.

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