Gli artisti e l’ormone precario

Non sono fuggita su un isola deserta con l’anticipo dello stipendio. Sono invece coinvolta nella parte “essenziale” del progetto.

Sono arrivati gli “artisti”. Io non sono nessuno per poter chiarire chi avrebbe diritto a questo titolo e chi no, ma vi giuro che alla voce artisti del mio carnet di impegni c’è veramente di tutto.

L’artista che mi è sembrato abbastanza curioso dover chiamare in questo modo è in assoluto una gentilissima signorina che credo abbia fatto un paio di apparizioni in televisione. Non so esattamente cosa lei sappia fare ma sicuramente lo farà benissimo altrimenti non è neppure giustificata la paga che nella mia scheda di progetto le è attribuita.

Poi c’è un bel ragazzo, un gran figo, niente da dire, ha un bel sorriso e capelli che sfiorano la perfezione, di quelli con il ciuffo che cade dove dovrebbe cadere, un incanto dal sapore vagamente metafisico. Ma a parte questo potrebbe essere davvero il mio vicino di casa.

Ovvio che essendo io una precaria incallita ho il massimo rispetto nei confronti di chi tira a campare mettendo sulla piazza quello che ha, ma ci sono stati un paio di momenti in cui vi giuro che per me è stato naturale chiedermi perché mai ero io a fare su e giù per la città per trasportare queste persone e non il contrario.

Ho assistito ad una prima giornata di prove, così, per farmi del male, tanto per vedere concretizzato il genio del Signor C. e capire in che direzione è impiegata la mia energia, e la cosa più artistica che ho visto è stato un tecnico delle luci che aveva due labbra, solo due giuro, che hanno fatto riemergere la primavera che c’è in me.

In effetti è già da un po’ che non vi parlo delle straordinarie spinte dei miei ormoni, perché l’ormone di una precaria non può che essere precario.

Si adegua alla stanchezza, poggia su situazioni comode e divertenti, non si fa troppe domande e non si lascia troppi strascichi dietro.

Virginio, causa impegni che mal conciliano, l’ho visto poco, e la vista del tecnico delle luci mi ha ricordato che finché c’è vita c’è speranza e dunque credo che sfrutterò la mia funzione di assistente alla produzione per controllare quel settore parecchio da vicino.

Gradirete sapere, invece, qualche notizia a proposito dell’ormone di uno degli “artisti”.

Un personaggio con la faccia da sagra del fungo porcino, adatto alle feste di paese e sicuramente un gran mito per le signore di una certa età.

Quando lo accompagno siede vicino al posto di guida. Mi racconta tante cose, anche quelle che non ho nessuna voglia di conoscere, poi, regolarmente, mi mette una mano sulla coscia.

Qualche giorno fa quella mano venne a contatto con la mia pelle, perché faceva caldo e avevo messo una gonna che in macchina, inevitabilmente, sale su sopra il ginocchio. Non so per quanto tempo ho provato la sensazione sgradevole di quell’unto della mano un po’ sudata e tiepida. E io odio le mani tiepide.

Mi sono cucita addosso la divisa antimolestia e procedo spedita con un pantalone con le tasche laterali, come se dovessi andare all’avventura nella foresta vergine amazzonica. Se in quella foresta qualcuno ci ha lasciato ancora qualche albero.

Però se insiste avevo in mente di piazzargli una mano in un punto x del suo corpo, immaginerete quale. Così, per stabilire che anche lui ha delle zone parecchio vulnerabili e che io conosco la strada per arrivarci.

Dimenticavo: la benzina per l’auto che mi serve al trasporto al momento la pago io. Poi me la rimborseranno. Poi. Ecco perché mi hanno dato quell’anticipo.

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