Il lavoro precario è fondato sull’intimidazione

E’ l’ora X. Il progetto per il quale sono stata assunta temporaneamente dall’Agenzia è finito. Ieri ho ricevuto ancora 500 euro che assieme alle altre 500 fanno 1000 in totale su 3000 pattuiti. Non ho nessuna certezza. Da un momento all’altro potrebbero dirmi di andare via o potrebbero rinnovarmi il contratto.

Tutto scorre come se nulla mi fosse dovuto. Una mia amica dice che il fatto che mi abbiano dato altri soldi significa che vogliono tenermi buona. Io conservo un pizzico della mia sana diffidenza, quella che mi preserva dalle brutte sorprese, e immagino che sia una rateizzazione non autorizzata che vorrebbe dissuadermi dal fare qualunque genere di vertenza.

Il capitolo delle vertenze nei lavori precari non credo di averlo ancora toccato. Perciò lo faccio adesso. Mi è capitato di dovervi ricorrere una volta sapendo che ogni tipo di rapporto di lavoro futuro con quella impresa a quel punto sarebbe stato compromesso.

Perchè se sei precaria è come se fossi abbonata al dilazionamento della tua pazienza. Vai avanti all’infinito a meno che tu non abbia più niente da perdere. Come se i diritti fossero una specie di ultima possibilità, l’ultima scelta di un condannato a morte. L’ultima opzione prima di andare all’inferno. Qualcosa che per alcuni coincide quasi con la vendetta. “Ti faccio vertenza per fartela pagare…”.

Ed è così strano vedere come nella nostra mentalità uno strumento di democrazia a garanzia dei nostri diritti di lavoratori e lavoratrici si sia trasformato semanticamente in un gesto di rabbia.

Capita così che quando fai vertenza in corso d’opera, prima ancora di sapere se ti hanno già condannata a morte, anzi per una questione di principio o semplicemente per ribadire che tu sei una persona che ha dei diritti e vuole farli valere, ti dicono cose del tipo:

“ma lo sai che non troverai più lavoro, vero?”

“lo sai che così ti chiudi tutte le porte, vero?”

“ma perché sei così aggressiva?”

E questi fantastici concetti, che demonizzano chi fa vertenza e destinano in paradiso gli sfruttatori, sono talmente diffusi da essere introiettati nella stessa mentalità dei precari.

C’è tutto un parla parla di colleghi e colleghe che ti dicono:

“attenta che poi quelli ti fanno fuori…”

“attenta che poi quelli non ti fanno più lavorare in città…”

“attenta che se si sa in giro che fai vertenza poi non ti assume più nessuno…”

E la cosa straordinaria è che questo terrorismo psicologico che legittima la mafia dei datori di lavoro è diventato il fondamento filosofico che regge tutto l’impianto dei lavori precari.

Il lavoro precario si fonda sostanzialmente sul ricatto e sull’intimidazione. Sulla paura di dover arrivare sempre più giù, di dover toccare il peggio del peggio. Sulla paura del mobbing, che è uno strumento usato in modo permanente nei contratti precari, a danno di chi rivendica diritti.

Pochi hanno il coraggio di dire che quei concetti sono di una gravità inaudita e rendono evidente una schiavitù rispetto alla quale l’unica risposta possibile è la ribellione.

Oltretutto alcuni di questi concetti sono solo leggende popolari. Io ho fatto vertenza e per quanto ovviamente non abbia più ricevuto alcun incarico dalla mia controparte, ho comunque continuato a lavorare perché la vertenza arriva ad un accordo reciproco in cui si scrive nero su bianco che tu non puoi sputtanare l’azienda usando quello che sai per metterla in cattiva luce e men che meno l’azienda può usare una conciliazione o una sconfitta in tribunale per dire che tu avevi torto e dunque per farti terra bruciata dal punto di vista professionale.

Perché se l’azienda concilia o comunque viene condannata a pagarti un tot per aver violato i tuoi diritti è lei che non ha alcun interesse a far emergere questo dato perchè evidentemente aveva torto marcio.

In ogni caso al momento sono in attesa di sapere quale sarà il mio destino. So già che per adesso non esigerò altri soldi se mi rinnoveranno il contratto e invece mi rivolgerò ad un avvocato se non me li daranno entro un tempo stabilito.

E’ una questione di correttezza. Io sono stata assunta per svolgere un compito. Ho lavorato ieri, lavoro oggi, non ho rimandato né parcellizzato. Perciò voglio essere pagata oggi. Al massimo domani o se proprio devo aver pazienza, non appena dall’ente finanziatore, con il quale comunque sono in contatto, mi dicono che le somme sono state erogate.

Chiedo scusa per questo post noioso ma questo blog, come vi dicevo, è un diario, e per una precaria come me è così difficile certe volte ricordare chi ha torto e chi ha ragione.

Io ho ragione. Noi abbiamo ragione. E dato che fanno di tutto per convincerci che non è così bisogna ripeterselo all’infinito.

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