La precarietà libera la cattiveria dei datori di lavoro

Call center e telefonia, direi di no, non lo so fare. Non so prendere in giro la gente e finisco per solidarizzare con chi mi sbatte il telefono in faccia invece che fare la cinica profittatrice dell’ingenuità altrui.

L’associazione di animazione per bambini ha un problema di leadership. C’è la ragazza del presidente che è gelosa di me. Io ho solo bisogno di lavorare, ma lui mi guarda e lei, come spesso succede in questi casi, invece che mandare lui a quel paese finisce per prendersela con me.

Che faccio? Lo chiamo? Non lo chiamo? Chiamo lei così le faccio capire che dipendo dalla sua generosità e saprà quanto le sono riconoscente?

Ma che due ovaie, però. Perché se alla precarietà si aggiunge il fatto che non sei proprio indifferente a quello che succede agli esseri umani tutto diventa più complicato.

Se fossi egoista tanto quanto lei, la fidanzata del capo, alla quale non interessa togliere il pane di bocca ad una persona che ne ha bisogno, ricambierei gli sguardi del suo fidanzato, dopo un po’ gli concederei le mie grazie e addio nemica.

Non è Macchiavelli. Si tratterebbe di strategia di guerra un po’ terra terra. Roba da bassifondi, di noi sopravvissute.

Poi c’è l’altra cooperativa di animatori per villaggi turistici dove c’è la presidentessa che non mi è esattamente amica perché è sempre in competizione. Teme che io le rubi la scena perché un giorno, mentre lavoravamo insieme, un tale di un villaggio fece a me un sacco di complimenti e lei da quel momento cominciò a riprendermi per ogni sciocchezza.

Per tenermi quel lavoro ho tentato di tutto. Capivo che mi stavo misurando con una persona molto insicura e allora ho tentato, giuro che ho tentato di rassicurarla. Facevo in modo che nessuno mi notasse, ero praticamente invisibile, lasciavo a lei la scena, io eseguivo e poi facevo altro. Ma sapete com’è quando capita che diventi l’ossessione di qualcuno? Che lei era gelosa anche delle persone con le quali io trascorrevo il tempo tra una fatica e l’altra. Invece di coltivare le sue amicizie veniva in spiaggia a sedersi a tre metri di distanza da me e dalle persone con cui prendevo il sole. Io la invitavo a stare con noi e lei regolarmente mi diceva che era meglio di no, perché chissà che cosa stavo raccontando di lei.

Avete presente la paranoia? Quando qualcuno pensa di essere al centro dei tuoi pensieri mentre tu stai pensando a mille altre cose? Ecco, è quella roba lì che ti sega le gambe, professionalmente parlando, in mille modi diversi. Dal mobbing alla calunnia vera e propria. Perchè se c’è chi continua a raccontare bugie su di te, a farti terra bruciata attorno, per metterti in difficoltà e farti perdere la tua rete di contatto, è difficile vincere se non sei avvezza all’uso degli stessi sporchi metodi.

Se hai rispetto per le persone, se non ti interessa abbassarti allo stesso livello, se ti consoli dicendo che oh, tu sei superiore, mentre lei ti fa perdere una opportunità dietro l’altra.

Poi c’era quella specie di ufficio mascherato da associazione culturale che in realtà svolgeva incarichi per conto di un tot di gente, soprattutto politicanti, che avevano bisogno di pianificare interventi, primi piani, campagne immagine, cose così.

Se non trovi una lei che ti teme o ti sceglie come sua personale ossessione trovi certamente un lui che ci prova, che tenta di circuirti, che vuole metterti le mani addosso, che ti molesta e che ti mette in croce quando gli fai capire che non c’è nulla da fare.

Per fortuna non sempre è così, anzi devo dire che ho trovato tante belle persone mentre girovagavo tra un lavoro precario e l’altro, però ho imparato a cogliere alcune sfumature sin dal primo giorno di lavoro.

Perciò so che al bar, dove faccio la cameriera/barista nel week end, non devo mettermi in contrapposizione con le altre, che non devo illudermi mai nella speranza di immaginare bontà e altruismo dove percepisco cattiveria e opportunismo.

So che se all’agenzia non avessi scelto di restare sotto tono con Gertrude, la segretaria, lei non mi avrebbe degnato di uno sguardo e nei luoghi in cui lavoro posso sopportare di tutto meno che la freddezza.

Ma è così che finisci per attraversare ogni luogo di lavoro avvolta da una solitudine infinita, a sfidare la sorte sperando di non fare nulla di sbagliato perché la libertà di essere quella che sei, o di dire al resto del mondo che basta così, possono anche cercare un caproespiatorio delle loro frustrazioni da un’altra parte, è un lusso che non puoi permetterti.

La precarietà è anche quella cosa che ti toglie l’agio di poter osare. Invece che vivere finisci per strisciare, tentando di non disturbare nessuno perché tutti hanno in mano le chiavi del tuo futuro o fingono di averle mentre cercano disperatamente le loro, di chiavi.

Così vorrei dire alla fidanzata dell’uomo che mi guarda, alla presidente del gruppo di animazione, al capo ufficio dell’associazione, che possono permettersi di fare quello che fanno, ovvero di non crescere, di non affrontare le loro paure nel modo giusto, di non beccarsi un vaffanculo o una denuncia per molestie, solo perché il mondo della precarietà è fatto per mantenere tutti in uno stato adolescenziale, in cui i conflitti si rimuovono, chi dovrebbe assumersi responsabilità non lo fa, chi dovrebbe poter esigere rispetto e garanzia dei diritti non è in grado di farlo.

Come sempre, l’unica cosa che puoi fare in questi casi è andartene, prima che trovino il modo di cacciarti. Prima che le bugie inquinino anche quel piccolo pezzo di vita privata che tenti di mantenere integra, per salvaguardare il tuo equilibrio.

Ed è così che la precarietà significa anche dover cominciare da capo, in una costante ricerca dell’equilibrio perfetto, di rapporti mordi e fuggi e mordi e schivati perché ogni volta può essere più bello, più nuovo, chissà.

Alcune amiche che conosco sono arrivate a quaranta anni così, avendo esaurito tutto quello che c’era da provare e senza nessuna prospettiva futura.

Quarantenni precarie che hanno figlie ventenni altrettanto precarie e che sono lì a prosciugare il patrimonio familiare, se ce n’è uno, senza aver potuto costruire nulla di duraturo nel frattempo.

Una volta, mi dicono, il lavoro era lavoro. Non potevano licenziarti se stavi antipatica al capo e non dovevi mollare se il capo ti aveva messo le mani addosso. Anzi si stavano mettendo a punto una serie di strumenti per garantirti il diritto di restare. Era lui, il tuo capo, quello che ti molestava, che doveva andarsene. Era lei, quella che ti mobbizzava, che era considerata un freno per la produzione aziendale. Contava la tua competenza. Questo almeno stava nelle intenzioni. Era il progresso. Immaginavano sarebbe stato il futuro.

La precarietà non ci ha solamente sovraesposto allo sfruttamento. Ci ha reso vulnerabili rispetto ai rancori, ai conflitti irrisolti, alle tensioni tra colleghi, a tutta la serie infinita di sentimenti ed emozioni dai quali l’organizzazione del lavoro dovrebbe prescindere. Ha alimentato fragilità anche nelle relazioni private dove sembra impossibile poter dire quello che pensi a qualcuno che sul posto di lavoro è abituato alla menzogna e alla condiscendenza.

Vi capita mai di non sentirvi libere neppure in privato di poter dire a una lei o un lui che possono andarsene a quel paese perché voi non avete nessuna intenzione di subire le loro molestie, le loro aggressioni, le loro paranoie, dato che è la vostra vita, è gratis e volete viverla bene, con persone che vi fanno stare bene, con le quali volete occasioni di confronto serene invece che eterne guerre per la conquista di quello o di quell’altro microangolo di potere?

A me è capitato e perciò sono diventata molto selettiva. Nella mia vita privata non accetto mediazioni, di nessun genere. Non è dovuto. Non mi interessa. Non ho tempo. Non ne ho voglia. Se qualcuna ha problemi li risolvesse. Se qualcuno mi molesta finisce nel mio libro nero in un nanosecondo. La mia vita è troppo preziosa per sprecarla in questo modo e se nelle professioni precarie sono costretta a fare i conti con la solitudine, nella mia vita privata io voglio stare con persone con le quali devo sentirmi libera di dire qualunque cosa.

Non sopporto quelle persone che mantengono rapporti ipocriti con gente che manipolano per aumentare il proprio livello di popolarità. Avete presente quei datori di lavoro che quando vi assumono con un contratto precario bimestrale vi dicono che ciò che conta è l’armonia tra dipendenti? Persone ipocrite e datori di lavoro in questo si somigliano molto.

Entrambi raccontano bugie. Per quanto riguarda i datori di lavoro in realtà vogliono solo sapere se tu sei una che disturba, che fa domande, che sollecita dubbi, che li mette in discussione.

Nella vita privata ci sono quelli o quelle che vogliono sapere se tu ci stai, se sei abbastanza accondiscendente, se non pretendi di minare in alcun modo, anche involontariamente o inconsapevolmente, il primadonnismo della leader del gruppo o la reputazione del macho/stalker del branco.

In entrambi i casi si mettono in atto strategie di espulsione degli elementi non compiacenti, spesso si tratta di strategie simili. Con i datori di lavoro si risolve con una vertenza o non si risolve e si subisce e basta. Nei rapporti privati possiamo almeno avere il diritto di fare una preselezione per capire con chi vogliamo restare in contatto e con chi invece no?

La domanda: è la modalità di relazione nei rapporti di lavoro precari che ha influenzato negativamente quella nei rapporti privati o sono le emozioni, le passioni, gli istinti non controllati nelle relazioni private che hanno preso spazio nel mondo del lavoro perché precario?

La precarietà ci fa regredire anche umanamente? Inficia la ricchezza di contributi che possiamo regalare agli altri esseri umani, libera in noi solo la serie sopita di sentimenti negativi?

Ad un regresso dei diritti corrisponde una involuzione del livello di civiltà nelle relazioni tra persone? La precarietà ci rende umanamente peggiori?

La precarietà può essere considerata come una condizione di assoggettamento che consegna ai e alle boss la nomina di kapo’ del ventunesimo secolo e a noi precarie e precari il numero progressivo dei prigionieri in un campo di lavoro?

La precarietà libera la cattiveria dei datori di lavoro o polverizza la nostra capacità di reazione e di difesa? Entrambe le cose?

Forse sto andando fuori tema. Volevo comunque registrare qui che oggi pomeriggio ho un colloquio per far parte di un gruppo che farà animazione in un villaggio estivo, da metà giugno a metà settembre. Sarebbero 800 euro mensili più vitto e alloggio ma dovrei lasciare il secondo lavoro al bar sperando di ritrovarlo quando torno.

Vedremo.

In ogni caso, restiamo umani!

Annunci

2 responses to “La precarietà libera la cattiveria dei datori di lavoro

  • antonella policastrese

    Ho lavorato in un call-center che gestiva commesse per XXX. XXXXXXX proprietario dell’azienda vinceva sempre tutte le commesse. Tanto mentre lui ci guadagnava, le nostre lavorazioni ruotavano intorno ai dieci quindici centesimi e quando ti loggavi dalla cabina di regia distribuivano le lavorazioni più congrue ai loro conoscenti. Sono stata licenziata per aver scioperato. E invece di avere la solidarietà degli altri miei colleghi, sono stata accusata di essere una pericolosa capo banda da allontanare immediatamente. A distanza di anni la storia si ripete. E’ di qualche settimana fa la notizia che l’imprenditore XXXXXXXX diventato nel frattempo presidente della XXXXXXXX per la regione XXXXXXX stia licenziando personale e dislocando parte dell’azienda in Albania. Invece di rivoltarsi contro questa ingiustizia, i dipendenti hanno fatto una lettera di sostegno a favore dell’imprenditore illuminato recriminando i licenziati. Sono cose che succedono a XXXXXX. Cosa di ordinaria follia

  • Cornelia

    Ciao,
    concordo su ogni lettera, anzi, ogni virgola di cio’ che affermi.
    Sono precaria anche io da 15 anni.
    Ne ho 36.
    E’ incredibile, hai usato la stessa espressione che uso anche io quando parlo del cosiddetto “mal di lavoro”, ovvero : “IL PRECARIATO HA LIBERATO LA CATTIVERIA DELLE PERSONE”.
    Per un attimo mi sono detta, Oddio, ma questa ragazza/donna, magari e’ una “parente” che non sapevo di avere.
    Hai colto nel segno, a mio avviso.
    Per parte mia, posso affermare di essere diventata selettiva a mia volta: di queste cose ne parlo quasi esclusivamente con amici e quando dico amici, intendo quelli veri.
    Non quelli che automaticamente, dopo il racconto di 2-3 aneddoti, ti rispondono con le solite frasi, del tipo: “Sei vittimista”…” Possibile che sia successo tutto a te!” oppure: “Se hai avuto tutti ‘sti problemi sul lavoro forse qualche problema lo hai tu, fatti un esame di coscienza” etc etc…
    Insomma, le solite piccole cattiverie da privilegiati che non sono mai stati maltrattati poiche’ sempre raccomandati (scioglilingua!), oppure sono stronzi perfetti e quindi braccia destre perfette di chi li ha assunti!
    Non vorrei essere fraintesa: in quindici anni ho cambiato una ventina di lavori (non perche’ l’abbia voluto io: tutti contratti a tempo determinato!), ove meta’ delle esperienze sono state per cosi’ dire “neutre”: qualcosa non troppo bene, qualcosa non troppo male. Un quarto sono state abbastanza belle, con contatti affettivi che durano tutt’oggi via mail e facebook. L’altro quarto sono state, oserei dire senza esagerare, terrificanti: dalla molestia sessuale al mobbing, passando per una denuncia da parte mia contro chi, da anni soleva non pagare i dipendenti.
    In particolare, parlano di mobbing, due casi; uno subito da parte di una donna piu’ anziana di me, proprietaria di colonie estive “in” che aveva qualche problemino con l’alcool ed ogni tanto strattonava i bambini. Le mie colleghe erano terrorizzate da lei, io no (la cattiveria per certi versi, non mi fa paura: mi fa solo arrabbiare!), questo e’ stato il motivo per il quale mi ha presa di mira per tutto il turno.
    Il secondo caso l’ho subito da una donna piu’ giovane di me: una ragazzetta del tipo “sono-giovane-vincente-e-stronza”, pupilla (e, credo, non solo) del titolare di un’agenzia che forniva servizi ai villaggi turistici; ebbene, purtroppo me la sono ritrovata come responsabile. Ha provato a negarmi diritti fondamentali oltretutto sanciti dalla legge anche in caso di contratti precari, oltre che concordati tramite colloquio. Io ho puntato i piedi per ottenerli. Da quel momento, angherie e insulti nemmeno troppo velati, nonche’ comportamento atto a farmi disorientare e confondere sul lavoro e quindi a pormi sempre al limite di possibile errore. Naturalmente, impossibilita’ da parte mia di far rimostranze: per il capo, Lei era la verita’, io la bugia; Lei era la buona, io il demonio.
    Ti ho citato i cosiddetti “casi piu’ gravi”; devo scusarmi per il mio intervento forse troppo prolisso.
    Un consiglio: attentissima ai lavori stagionali, sono quelli con la maggior richiesta perche’ molti di noi non vogliono piu’ candidarsi: ed il motivo lo sappiamo!
    Ultima cosa: scrivi molto bene, complimenti, insegno letteratura e linguistica italiana (sottopagata) ed ho un buon occhio clinico per lo stile; il tuo mi piace molto.
    Un caro saluto,
    Cornelia.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: