La precarietà fa bene alla pelle e fa sparire la cellulite

Un altro fine settimana è trascorso. La buona notizia: parto assieme al gruppo di animazione. Destinazione: un villaggio turistico sulla costa. Periodo di lavoro dal 20 giugno al 20 settembre per 800 euro mensili più vitto e alloggio. Ore lavorative: tante, troppe. Saremo impegnati in un tot di attività per divertire gli ospiti la mattina, dopo il pranzo, nel pomeriggio, dopo cena. Praticamente non riposeremo mai. A turno salteremo qualche ora di lavoro ma non avremo nessuna giornata di libertà.

Nel gruppo devono essere presenti persone che parlano correttamente almeno una lingua straniera, che sappiano nuotare, che possano partecipare ai vari momenti sportivi, che possano ballare fino a tarda ora senza schiattare sulla pista, che abbiano qualche numero per esibirsi in piccoli show.

C’è qualche artista di strada riciclato, un musicista che pare faccia piano bar, una specie di cabarettista che secondo me non farebbe ridere nessuno (ma le vie del signore sono infinite). Si prepareranno spettacoli di illusionismo (in cui ci sarà l’illusione di uno spettacolo che non verrà), giochi un po’ scemi (le solite coppie che mangiano la mela e cose del genere), intrattenimento da spiaggia, spettacoli musicali, serate composite in cui tutti dovranno (dovremo?) fare da spalla al cabarettista/comico.

Ci sarà da spostare il materiale di scena, avvisare la gente, creare un buon rapporto con i villeggianti, un po’ love boat e un po’ isola della hawaii.

Già mi vedo ad addobbare la gente con corone di fiori mentre faccio la danza del ventre e tento di non perdere il tanga infiocchettato che ci daranno come costume di scena.

Il presunto cabarettista, mentre mi comunicava che potevo partire con loro, ha tenuto a rasserenarmi circa lo stato della mia cellulite. Quella che resiste nonostante la precarietà e la mia vita faticosa. Col piglio di un medico mi ha detto che dopo la prima settimana di lavoro avrò delle cosce sode come le colonne di un tempio. Lui è uno di quelli che ti fa credere che il lavoro precario è terapeutico, ti fa bene alla pelle e ti rende tanto gggiovane.

Avrei voluto spiegare che la colonna del tempio, dato che risale a svariati secoli fa, talvolta qualche millennio, è fatta di un materiale robusto che resiste alle intemperie. Le cosce, invece, sono materiale umano, carne non plasmabile, come viene viene, ce l’hai e te la tieni. E francamente io sono abbastanza soddisfatta della carne che ho, inclusa la testimonianza minoritaria di una cellulite partigiana che non vuole smobilitare neppure se la prendo a martellate.

Essendo parecchio sensibile ai temi dello sfratto e alle difficoltà delle minoranze non vedo perché dovrei accanirmi contro una componente naturale del mio corpo.

Perché se c’è una cosa che odio nella dimensione dell’apparire è quella di chi vuol farti credere che sei difettosa anche quando sei una splendida e affascinante creatura. Più di questo odio il fatto che si voglia mascherare la precarietà e un impiego in cui lavorerai per pochi soldi per 16 ore al giorno come si trattasse di un trattamento estetico utilissimo per me. A momenti mi chiedono dei soldi per partecipare al “privilegio” di essere sfruttata. Come dire che i sopravvissuti di auschwitz dovrebbero ringraziare i nazisti per essere stati sottoposti ad una drastica dieta e ad attività fisiche che hanno fatto sparire ogni “inestetismo della pelle“.

Così gli ho risposto: “dici che la fatica del lavoro a te farà ricrescere i capelli?”

Touché. E’ rimasto un po’ in silenzio. Poi mi ha dedicato una risata, un po’ stizzita. Voleva essere simpatico e si è beccato una mia battuta. Vedremo in quel villaggio chi tra i due farà più cabaret e chi invece farà la spalla di scena.

Ieri sera sono riuscita a strappare un mezzo accordo al boss del bar in cui faccio i miei week end fintanto che non parto. Mi riprenderà al mio ritorno. Così mi ha detto. E se non lo farà, pazienza. Troverò un altro locale in cui poter faticare per poche decine di euro al giorno.

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