La cameriera ha un’anima

Vi avevo promesso che avrei parlato dei clienti ubriachi e quindi eccomi qui.

Domenica sera, come al solito, vedo sfilare davanti a me il solito branco di personaggi, un microcosmo, una categoria di soggetti sui quali un sociologo potrebbe puntare per fare una interessante ricerca, un antropologo potrebbe documentarne le radici comportamentali, un zoologo potrebbe osservarli per fotografare il loro linguaggio, un paleontologo potrebbe puntare su quelli che ancora non si sono evoluti rispetto all’età della pietra.

Quel che è certo è che alcuni tra questi individui entrano solitamente con i loro piedi, in posa da homo sapiens, bipedi eretti, ma escono quasi a quattro zampe, in una regressione che li mette a stretto contatto con la loro radice darwiniana, sia dal punto di vista posturale (stamane mi sento tanto Vulvia in rieducational channel) che da quello comportamentale.

Sostanzialmente entrano da uomini, con i loro atteggiamenti da “yea, stasera spacco il mondo”, il loro vocabolario ridotto ad un centinaio di parole più qualche frase presa in prestito da qualche banale canzone, escono avendo dimenticato la grammatica, la consecutio temporum, le più elementari regole della sintassi, del tipo “tu, bona” o “tu…” e il resto bisogna intuirlo.

Non voglio generalizzare, per carità, magari solo chiarire che lo stereotipo del cliente con una posizione sociale migliore rispetto a quella della cameriera, che normalmente giustifica il pregiudizio secondo il quale il cliente è in una posizione di autorevolezza maggiore rispetto a quella della schiavetta, è tutta una balla.

Forse poteva essere vero negli anni cinquanta, in cui si divertivano ad attribuire a quel lavoro lo stigma del fallimento sociale, persino della colpa. I genitori si vergognavano di dire che la figlia faceva la cameriera perché avrebbero preferito dire che aveva preso marito, poi se ne vergognavano perché avrebbero preferito facesse lavori che aiutavano a salire un gradino nella scala sociale. Di sicuro veniva, e per certi versi lo è tuttora, considerato come un ruolo marginale, che assumeva un po’ più di appeal soltanto se il camerierato si svolgeva in topless, roba da folies bergere, con la divisa da conigliette, e diventava un lavoro perfino invidiabile se invece che cameriera si chiamava “hostess”.

Comunque sia oggi sicuramente non è più così. Mi riferisco alla gerarchia cameriera/cliente.

Il personale dei bar, quando i datori di lavoro vogliono carne fresca, belle fanciulle che servono ai tavoli, ha un livello di cultura/istruzione sicuramente assai più alto della media dei clienti che è pagata per servire. Il lavoro della cameriera diventa il mezzo attraverso il quale quelle come me si pagano l’università, l’affitto, si mantengono in vita mentre svolgono altri lavori più socialmente “prestigiosi”, si mantengono durante un viaggio all’estero, mentre imparano una lingua in un viaggio di istruzione, mentre tentano di tamponare le ferite inferte dall’incertezza, i disagi che derivano dalla totale precarietà.

A seconda dei luoghi in cui si lavora, e nel mio caso si tratta di un bar frequentato da ogni categoria umana esistente, si possono vedere clienti più o meno ignoranti, yuppies rampanti con il frasario del rappresentante di commercio, impiegatucci d’azienda, militari volontari, eroi di ritorno dalle missioni di guerra, studenti universitari, che vanno distinti tra quelli che arrivano dalla provincia e pensano di aver trovato l’america e quelli che vivono in città e hanno la modalità moscia di chi è in libera uscita da mamma e papà, con lo sguardo in preghiera perenne da “dammi un letto perchè anch’io possa dire che ho trascorso una notte fuori casa”. Poi ci sono i cosiddetti dirigenti d’azienda, tamarrissimi individui che socializzano con il linguaggio appreso nei corsi di marketing aziendale. Ci sono i tutori dell’ordine, i meccanici, i muratori, i palazzinari, gli adolescenti, diciottenni, che devono farsi una birra  devono dimostrare di essere veri machi, i gruppi politicizzati che amano stare tra le masse e quelli un po’ più snob che si riservano lo sguardo nostalgico dei bei luoghi in cui la gente la pensa tutta alla stessa maniera, i titolari di partita iva, i presunti “artisti”, i non meglio specificati impiegati dei vari enti istituzionali, umanità varia, e così via.

Raramente, lo dico senza pregiudizi, e neppure nelle serate in cui c’è il concerto jazz, la jam session colta e d’elite, trovi un cliente con il quale puoi fare una conversazione interessante.

Un po’ perchè il cliente considera la cameriera come un oggetto e solo quando si accorge che è anche un essere umano forse può attribuirle proprietà mentali e può riconoscerle un po’ di intelligenza. Un po’ perchè la dimensione della cameriera presuppone la posizione sociale da “L’eleganza del riccio“, per cui i clienti già si stupiscono quando lei parla e dice qualche parola oltre a recitare il menù a memoria, se poi quella cameriera si mette anche a fare citazioni filosofiche gli demolisci tutte le certezze, per loro è come se il mondo andasse al rovescio, ti guardano come se di colpo una pietra avesse cominciato a emettere suoni, come se un bambino recitasse una poesia a natale o cantasse perfettamente una canzone di successo.

La cameriera parla? Oh come è possibile? Ella dunque è viva, respira, pensa, ha financo un’anima. E se perfino la cameriera può annoverare il possesso di un’anima dove andremo mai a finire?

Questo potrebbe essere il percorso mentale di questi esseri intrappolati nel mito della caverna di Platone.

Provate a chiedere alle cameriere che incontrate che titolo di studio hanno e non siate sorpresi se vi dicono che sono laureate e hanno fatto anche un paio di master.

Capite bene che in queste circostanze fare la cameriera è frustrante non tanto per il lavoro in se’ ma perchè è come se per contratto quelle come me debbano fingere di essere meno intelligenti, istruite, colte, di quello che invece sono. Cosa che poi non è così diversa da ciò che avviene in altri contesti. In fondo l’Italia è anche il posto in cui “A qualcuno piace scema”, nel senso che ancora esistono quei residuati bellici come le selezioni delle miss nelle quali vinci con prove dove la destrezza viene dimostrata quando riesci a malapena a sillabare una parola di dieci lettere.

La valletta muta, che sorride sempre, o quella un po’ più scema, come nelle pupe e il secchione, rimette le cose a posto, rasserena, ristabilisce un ordine sociale. Lui possiede il sacro fuoco della conoscenza e lei al massimo ti fa vedere le tette mentre sbatte le ciglia e ride istericamente dopo aver detto che il fiume Po si trova in Uganda.

Questo è il contesto. Se scegli di fare lavori che socialmente portano il marchio dell’inferiorità non puoi e non devi mostrare nulla che possa sminuire il tuo cliente. Il tuo lavoro è renderlo felice, farlo stare bene.

Il mio boss del bar ce lo dice sempre: “il cliente viene per divertirsi…”. E quando capita che qualcuna non riesce a trattenersi da mandarne a quel paese qualcuno lo sguardo del capo è implacabile. Ti dice che devi essergli grata se non ti toglie dalla paga il costo di un cliente che probabilmente non tornerà più.

Sicchè capite che per me l’ironia sia un’arma potentissima, di sopravvivenza, perché grazie a quella riesco a dire tante cose che non sarebbe lecito neppure pensare e riesco quasi sempre a non indispettire i clienti.

Tra questi quelli ubriachi sono una categoria infinitamente più semplice rispetto al sobrio ma viscido, brillo ma lucido e stronzo, sobrio ma molesto. Ci sono tanti che quando arrivano hanno già lo sguardo abbastanza vago ai quali l’alcol fa l’effetto di riportare in vita la parte umana che è in loro. Uomini imprigionati nei loro ruoli sociali che dopo una birra diventano un pizzico più se stessi. E questo va bene se la parte liberata non è la bestia che alberga in loro.

L’ubriaco è sostanzialmente un uomo regredito a livello infantile. “Io, tu, bona” è il loro codice di comunicazione corrente. Si limitano a emettere suoni, a chiamare i propri bisogni senza inserirli in una frase completa (“acqua… buh buh sèttete”), ridono per cose che fanno ridere solo loro, non hanno equilibrio per cui ti usano anche come stampella, ti attribuiscono un ruolo a seconda del fatto che possono sentirsi un po’ psyco e un po’ bamby.

L’ubriaco in piena crisi di aggressività è quello peggiore.

Prendi un ragazzo che arriva nel locale pensando di fare colpo su una ragazza, una qualunque. Tre ore dopo è ancora lì che beve, dopo aver ricevuto un paio di vaffanculo e qualche occhiata selvaggia in risposta a commenti molesti. La sua frustrazione è al limite e qui arriva ciò che mi riguarda.

Con chi immaginate che si senta in diritto di sfogarsi un tizio così? Qual è quella donna che deve rivolgergli per forza la parola (anche se non vorrebbe) e che deve occuparsi di lui per “farlo stare bene e farlo divertire”? Ovviamente la cameriera.

Sono io che divento oggetto di battute, la cavia sulla quale questi tizi sperimentano metodi molesti o tentativi di abbordaggio, quella con cui sfogano la loro spocchia, con la quale si permettono di essere spacconi per attirare l’attenzione delle vicine di tavolo, con cui è possibile esprimersi per versi mentre i compagni, quelli più sobri, si danno tante pacche sulle spalle perché si stanno divertendo tantissimo guardando te che sei costretta a sparecchiare con un tizio appeso al braccio. Un tizio al quale tenti di dare risposte ironiche giusto perché il boss non perda un cliente (…e grazie per aver scelto il bar xyz!).

Io divento in quel momento lo strumento di gioco del branco. Perché la cameriera è quella che sembra più accessibile. Perché porta una divisa d’ordinanza, perchè per contratto non dovrebbe manifestare opinioni politiche, anzi non dovrebbe proprio manifestare nessuna “opinione”, come se fosse un ufficiale di polizia, una infermiera, una assistente sociale, perchè ti rivolge la parola con cortesia, perchè mostra disponibilità umana giacchè la professione lo richiede. Perchè il cliente che ti lascia una mancia pensa di essersi pagato anche il sollazzo, il dileggio, le mortificazioni alle quali ti sottopone.

L’ultimo ubriaco, uno dei più sereni, domenica sera:

ma tu…. mi daresti… il numero di telefono?” – per dire queste poche parole impiega un secolo, ma vince la sfida, la scommessa, non so, insomma è un vero uomo. Ha superato la prova virile.

Gli amici: “ahahahahahahahahahah

Io: “diciamo di no…

Gli amici: “ahahahahahahahahahah

hai due occhi bellissimi….” – e mi guarda le tette.

Gli amici: “ahahahahahahahahah

Io: “…….” e lo siluro con lo sguardo!

Gli amici: “ahahahahahahahahah

ti scrivo il mio…” – scarabocchia qualcosa e me lo porge.

Gli amici: “ahahahahahahahahah

mi chiami? mi chiami? mi chiami? dai, mi chiami?” – sta per vomitare.

Scusa devo lavorare!” – mi allontano dopo essere riuscita a sparecchiare senza che nessuno mi abbia facilitato il compito. Ricordatevi di porgere le vostre bottiglie, i bicchieri, le cartacce, tovagliolini, i piatti, possibilmente uno sull’altro senza le posate in mezzo, alla cameriera perchè lei possa prendere tutto in minor tempo.

Gli amici: “ahahahahahahahahah

Alla fine della serata, passando davanti il banco bar, mi guardano, con complicità, come se avessimo consumato insieme del sesso di gruppo, e proferiscono l’unica sillaba che gli ho sentito pronunciare.

ahahahahahahahahahah” – detto ciò sono spariti all’orizzonte nella loro auto a 1084 cavalli con stereo a tutto volume.

E io non mi spiego, davvero, perché mai una cameriera debba essere pagata così poco.

C’è ancora qualcuno che non capisce come mai poi alcune ragazze scelgano di candidarsi per i bunga bunga nazionali?

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5 responses to “La cameriera ha un’anima

  • Silvia86

    Faccio la cameriera per pagarmi l’unversità e sopratutto perchè ero stanca che fossero i miei a pagarmela, è un posto relativamente buono, part time a tempo indeterminato e conto di tenermelo stretto finchè posso.
    I miei lo trovano disdicevole ” Ma come, tutti i figli delle mie amiche sono già laureati e stanno facendo lo stage qua, il master di là…” “Ma sai la figlia del mio collega, ha fatto il tal concorso e adesso è sistemata…” e io faccio SOLO la cameriera.
    Quindi ti dico che ancora adesso ci sono genitori che si vergognano se la figlia pur di non essere la bambocciona della famiglia trova un lavoro in cui si macina kilometri 6 sere a settimana,perchè la cameriera alla fine è considerata solo la portapiatti/vassoi che nessuno caga, la donna invisibile, che si materializza al tavolo dal nulla e poi sparisce. Nessuno che non sia del mestiere ha idea di ciò che c’è dietro…Ma io ne sono orgogliosa, perchè anche se vengo guardata dall’alto in basso da tutti e dalla famiglia per prima, è il mio primo passo verso un’indipendenza mentale ed economica a lungo voluta. Baci!

  • Malafemmina

    @silvia

    hai ragione infatti ho integrato il testo perchè intendevo dire che non è più così, ovvero la gerarchia cameriera/cliente è addirittura invertita. le cameriere sono spesso tanto più colte e istruite del cliente.

    un abbraccio e buon lavoro collega 🙂

  • Silvia86

    Ricevuto, buon lavoro anche a te!!! P.S. attendo sempre con ansia nuovi post 😀
    Baci

  • Malafemmina

    Grazie! 🙂
    tra qualche settimana però parto per lavorare nel villaggio turistico e avrò meno tempo ma se mi dice bene riuscirò a prendere appunti delle cose che vedrò lì!

    ciao

  • d0kyd0k

    Mi spiace che lavorate in brutti posti con brutti colleghi e brutti clienti. Mio padre ha un bar gelateria, ho fatto tante stagioni e ho fatto tutto, dal cameriere, al barista, le crepes, il gelato..
    Non lo trovo affatto disdicevole, trovo disdicevole solo gli sguardi del tuo datore di lavoro, quando succedeva qualcosa del genere da me mi divertivo proprio ad uscire dal banco in qualità di (figlio del) “proprietario” ed offrire le consumazioni ai clienti molesti a patto che scomparissero lasciando in pace le mie cameriere, vedessi quando si rendevano conto della figura come si scusavano..
    per ora tieni duro, se no vieni a far la stagione a Rimini 😉

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