La schiavitù sommersa del villaggio vacanze

Al villaggio vedo tante persone precarie. Gente che vive con contratti da fame e che sgobba dalla mattina alla sera.

Abbiamo diritto a colazione, pranzo e cena. Se vogliamo qualcosa da bere dobbiamo pagarla a meno che non siamo a fare animazione nella zona disco.

Abbiamo un loculo a testa. Anzi un loculo diviso due.

Io divido una stanzetta microscopica, umida e praticamente buia, che sta al piano -1 dell’hotel. Dorme con me una delle altre ragazze del gruppo animazione. Non mi rivolge quasi la parola. Non abbiamo tempo per parlare e lei, una studentessa universitaria, più di me pensava di far coincidere il lavoro con la vacanza. Non si aspettava di dover lavorare così duramente.

Ora dorme e dovrei dormire anch’io perché domani ho la sveglia prestissimo ma non riesco a rinunciare al mio diario. E la notte o l’alba sono gli unici momenti in cui riesco a beccare la connessione per più di qualche minuto.

Guardo il personale di questo villaggio e mi chiedo come siano finiti qui. Poi mi dico che deve essere stato esattamente come è accaduto a me. Il bisogno di qualche soldo prima dell’autunno, mentre altri datori di lavoro sono in letargo o in vacanza.

Ci sono le ragazze e i ragazzi che vanno in giro a ripulire i bungalow. Quelli che spazzano e preparano. I camerieri che attraversano sale immense e che a volte fanno anche i tripli turni.

Non li invidio per niente e deve esserci scarso personale perché altrimenti non si spiega come mai vedo sempre le stesse facce che servono e ripuliscono tre differenti luoghi ristoro. Quelli che sembrano passarsela meglio sono i barman, tutti uomini, uno per ogni angolo bar (ce ne sono tre). Un paio lavorano di giorno e altri due a rotazione fanno notte fino a che l’ultimo turista non ha smesso di sbronzarsi.

Il gruppo animazione è quello più compatto. Veniamo tutti più o meno dalla stessa città, alcuni tra noi si conoscevano anche prima, se qualcuno di noi è nei guai può sempre ipoteticamente rivolgersi all’altro.

Nel villaggio c’è anche una specie di infermeria. Credo che il primo a servirsene sia chi ci lavora ma è pur sempre un luogo dove si può trovare una pillola per il mal di testa.

Poi c’è una specie di bottega dove si vende tutto per il mare, dalle creme solari all’infradito fosforescente.

Un paio di istruttori da palestra. Credo esista anche qualche massaggiatrice ma non ne ho visto traccia fino ad ora.

Sarà una delle tante invisibili, come noi, che resta confinata nel suo ruolo e che non può circolare liberamente nel villaggio se non durante la notte.

Sapete che dentro i villaggi non si usano soldi? Si usano delle cose equivalenti, che corrispondono a cifre intere, di modo che i resti siano sempre  evitati e rimangano in tasca ai proprietari.

Sapete che il prodotto che è difficile trovare qui dentro è il preservativo? Ed è una cosa alquanto strana dato che il sesso è una delle attività prevalenti tra turisti o tra turisti e dipendenti.

Oggi ho conosciuto una ragazza. Non è qui per dimenticare, per non pensare. Sarebbe un’insegnante di educazione fisica. Non è di ruolo. Aspetta le supplenze e praticamente fa la fame. Dicono che sia molto brava. Io non ho avuto modo di vederla all’opera. Sicuramente è una donna intelligente.

Ha scelto di fare le stagioni nei villaggi come istruttrice. E’ un lavoro che non le permette di avere una vita fatta di riferimenti certi ma per ora le sta bene così.

Con lei ho avuto la prima conversazione umana da che sono qui. Spero si ripeta.

Tra le altre cose mi ha detto che è probabile che non mi paghino mensilmente ma che mi diano i soldi alla fine. Ho chiesto il perché. Mi ha detto che pensano che qui dentro i soldi non mi servono, dunque lasciano che io anticipi le spese per il mio telefono, le creme solari (mi sono già ustionata un paio di volte), gli assorbenti…

Non è una bella prospettiva. Ma esiste forse una prospettiva buona nel lavoro precario?

Ecco, se questa estate andate a divertirvi osservate attentamente le persone che lavorano nei luoghi che frequenterete. Siate clienti solidali se non volete realizzare il vostro divertimento sulla pelle delle persone come me.

E per favore, se arrivate in un villaggio evitate di fare gli individui molesti con le animatrici. Hanno altro per la testa a cui pensare e fare l’animatrice non significa svendersi per coccolare l’ego di tanti idioti di passaggio.

‘Notte bella a tutti e a tutte!

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One response to “La schiavitù sommersa del villaggio vacanze

  • Cornelia

    Personalmente,
    mi incavolo con quelle persone ignoranti e saccenti che affermano che il personale che lavora nel turismo, in realta’ “si diverta”, convinte sia una sorta di WORKING HOLIDAY.
    Addirittura, il suddetto personale viene additato come “fortunato” .
    Molto spesso, chi parla in questo modo non ha mai provato l’esperienza ne’ direttamente, ne’ indirettamente.
    Il solito pressappochismo idiota di chi fa asserzioni “per sentito dire” o sulla base di dati osservativi piuttosto superficiali.
    La cosiddetta “working holiday” si verifica quando un dipendente o collaboratore (o, piu’ spesso, il primo mascherato da secondo) svolge il suo impegno lavorativo nell’arco di un orario ben definito, con turnistica equa cosi’ da avere un minimo di “vita privata” e di ore di riposo per non arrivare a fine stagione quasi morto!
    Gli impieghi stagionali sono schiavismo puro: utilizzare le stesse persone per turni orari (?) massacranti, pagarle una cavolata e guadagnare su di loro il piu’ possibile! A casa mia si chiama “fare nozze coi fichi secchi” oppure “botte piena e moglie ubriaca”…Troppo comodo! Ma si sa: chi sta nella stanza dei bottoni puo’ decidere, a noialtri rimane mandare giu’ il boccone amaro, o saltare la cena!
    Un abbraccio e, come dicono in Americalandia “hold on!”
    Cornelia.

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