La classe dei precari

Ieri sera, alla fine dell’intrattenimento, mi si è avvicinato un tale. Biondo mesciato, abiti da yacht. Pulloverino sulle spalle. Uno con la barca ormeggiata non so dove che ha pensato bene di fermarsi a socializzare per qualche giorno con la gente del villaggio.

Non mi piaceva. Non so per quale ragione, forse per una irrinunciabile coscienza di classe, forse perché ho sempre immaginato che gli uomini amino compensare con l’ostentazione altre mancanze. Non sapevo che gli mancasse e non avevo intenzione di scoprirlo. Un cliente è un cliente. Bisogna dargli sempre ragione e se lui si avvicina, in modalità “piovra on” per rivendicare quello che immaginava gli fosse garantito dal menù bisogna dirgli con gentilezza che ha sbagliato persona.

Ha tanti soldi o almeno vuole che tutti lo pensino. Parla come un imprenditorino figlio di papà, roba che ti fa calare a picco la libido solo al suono della voce. Parole pronunciate con una chiusura roca, accento smaccatamente settentrionale, probabilmente un elettore padano di un partito secessionista.

Aveva voglia di raccontarmi dei suoi successi. Me li rifila in due minuti. Nei due minuti successivi mi dice che è pieno di debiti e che ha voluto godersi un’ultima vacanza con la “barchetta” prima di venderla. L’attimo dopo mi dice però che può ancora offrirmi qualcosa da bere e che vorrebbe passare qualche momento con me, magari in spiaggia, magari al chiaro di luna.

Non c’è niente di più ridicolo di un uomo che finge di essere quello che non è. Nulla è più patetico di un frustrato businessman che tenta di apparire interessante e poi ti scaraventa addosso tutta la sua vita pretendendo che tu lo ascolti con attenzione. Non gli è passato per la mente che potessi avere altre cose da fare, da dire, da immaginare.

Concentrato sulla sua vita, così era quando mi si è avvicinato, scambiando la cortesia per disponibilità, e mi ha messo le mani addosso. Per un attimo ho sentito le sue mani sudate sulla mia pelle asciutta. Mi è tornata su la rabbia delle giornate trascorse a cercare un senso a quello che sto facendo, le ferite ai piedi, il sangue sulle mie scarpe, la fatica, il dolore, la stanchezza, e l’ho guardato.

Giuro che l’ho guardato con attenzione. Non era colpa sua. Lui era solo un povero idiota, uno dei tanti, forse troppi, che si trovano in giro, ma non era colpa sua. E allora meritava un trattamento a parte, di quelli che non avrebbe dimenticato, perché una reazione da donna pudica, un po’ scandalizzata e offesa, non avrebbe lasciato il segno. Non l’avrebbe fatto neppure una definizione del mio stato d’animo, del fatto che avrei tanto preferito andare a dormire, o leggere, o scrivere sul mio portatile.

Però sicuramente non avrebbe gradito essere sputtanato nel villaggio. Allora molto semplicemente gli ho urlato di smetterla, di togliermi le mani di dosso, e il villaggio di colpo si è fermato.

Si è avvicinato il barman, alcuni colleghi dell’animazione, un po’ di ospiti che avevo intrattenuto durante la settimana, alcune donne con le quali avevo socializzato, un paio di camerieri che mi avevano visto con il sangue a strascico domenica sera, e di colpo quel fantoccio arricchito, con pretese di appropriazione del mio corpo, si è sgonfiato.

Ha cominciato a piagnucolare qualcosa sul fatto che ero impazzita, che sono una donnetta isterica, che avrebbe denunciato alla direzione un trattamento così irrispettoso, ma poi, alla fine, è semplicemente sparito, vergognandosi di esistere.

Stamattina alla reception mi hanno comunicato con orgoglio che la barca del tizio non era più ormeggiata nel porticciuolo e che una delle persone addette alla risistemazione dei bungalow aveva “disinfestato” la sua stanza e aveva destinato la biancheria usata ad un lavaggio con ettolitri di candeggina.

Non so come dire, ma quando un gruppo così ampio di dipendenti precari, di gente che fatica per vivere, trova un modo per solidarizzare, trovo che già si possa definire lotta di classe.

La classe delle persone che hanno una grande dignità contro quelli che la dignità l’hanno perduta o non ce l’hanno mai avuta.

Per una volta, contenta di essere qui.

Buona giornata!

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4 responses to “La classe dei precari

  • giulia

    Hai fatto bene a urlare, a non essere timida nè gentile. E’ importantissimo reagire, dare un segnale forte!!! E capisco bene anche “l’odio sociale” anche se tento sempre di tenerlo a bada anche io (l’hai mai letto “in ogni caso nessun rimorso” di cacucci? Secondo me è uno dei temi portanti del romanzo…).
    Certo, se mi permetti però, non condivido il pregiudizio automatico nord-ricco-elettore padano-industriale. Le realtà sono tante, e se dai blog aggiungiamo stereotipi agli stereotipi anzichè fare gruppo si rischia di alimentare divisioni, odii sotterranei e oceani di pregiudizi spesso infondati. Altrochè multiculturalismo, se basta un accento a darti un’etichetta da incollare! Ho sempre litigato e lottato contro gli stereotipi sud-nord; tra l’altro questi pregiudizi nell’Italia di oggi, nel meticciato della continua immigrazione anche interna alla nazione, li trovo estremamente anacronistici. Per sincerità aggiungo anche che non amo neanche il pregiudizio sugli” uomini che devono compensare le loro mancanze”. Lo trovo lontano dalla realtà, dipende da che donne, dipende da che uomini…..non trovi?

  • Spiegel

    Grandissima! In bocca al lupo per le prossime settimane!

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