Al villaggio vacanze si lavora anche con la febbre

La diva stamattina parte e io torno a fare il mio lavoro al mini club. Ieri notte (ho fatto tardissimo) per adempiere ai miei doveri mondani ho beccato tanto di quell’umido che stamattina mi sono svegliata con la febbre.

Ho chiamato la direzione e mi hanno detto: “non ti preoccupare cara, riposa, puoi fare il turno del pomeriggio”.

Non un giorno di riposo ma qualche ora di pausa e poi mi fanno il gran “favore” di concedermi il turno pomeridiano facendomi saltare quello della mattina.

Sono andata in infermeria a prendere qualcosa. Mi hanno detto che dovrei stare a letto. Ho chiesto se sono contagiosa, per via dei bambini con i quali starò in contatto, mi hanno detto che no, non lo sono, perché non ho nulla di virale. Solo un aumento di temperatura dovuto a stanchezza e stress.

Sono convinta che anche se avessi un tumore qui mi direbbero comunque che va tutto bene, pur di farmi lavorare. Un po’ come quelli delle centrali nucleari che ti dicono che attorno ai reattori devastati cresce l’erba e va tutto bene.

Mentre ero di ritorno dall’infermeria mi ha vista l’istruttrice di aerobica:

“hai una faccia pallida da far spavento, ma stai bene?”

“direi di no…”

e se se ne accorta pure lei vedendo il mio pallore sotto strati e multistrati di abbronzatura direi che sto proprio male.

Più tardi il mio amico Feisal, il lavapiatti migrante di mestiere e laureatissimo per hobby, mi porta direttamente dalle cucine qualcosa da mangiare. La mia amica cameriera mi ha già portato una medicina naturale che lei dice mi farà tanto bene e il direttore mi ha telefonato giusto per sapere se sono ancora viva.

Si è tanto complimentato con me per il lavoro che ho fatto con la diva. Lei gli ha detto che era molto soddisfatta e che il servizio è stato impeccabile. Quello che il direttore non sa è che la diva non metterà più piede in questo posto neppure la pagassero a peso d’oro. Un contesto troppo provinciale, così l’ha definito. Di me invece ha voluto sapere tutto, numeri di telefono inclusi, semmai capitasse nella mia città saprebbe chi chiamare. Una brava ragazza tutto sommato. Sono contenta di averla conosciuta.

In quanto alla febbre il mio contratto non prevede coperture economiche per le malattie. Loro ti assumono contando sul fatto che tu sia sana e che non mancherai un solo giorno dal lavoro. L’unico motivo ammesso per le assenze è quando incorri in un infortunio serio. Ti danno un tot di tempo solo perché non hai copertura assicurativa e se vuoi farti fare una radiografia devi sbatterti da sola tra pronto soccorsi e ospedali e laboratori vari. Per fare più in fretta loro ti convincono sia meglio rivolgerti direttamente a un laboratorio convenzionato ma comunque privato. Quel che costa lo devi pagare tu.

Così mi hanno detto sia successo ad uno dei tizi che puliscono il bordo piscina. E’ scivolato, si è fatto davvero male e lo hanno portato in questo posto dove lui ha dovuto pagare una lastra di tasca sua. Non so dire se sia successo perché è straniero. E se così è allora è probabile che lui sia qui senza un contratto corrispondente al lavoro che svolge.

In generale però non ti portano neppure a fare una radiografia, come quando la mia amica cameriera ha preso un brutto scivolone e io ho dovuto sostituirla per farle un favore, perché altrimenti non le avrebbero permesso neppure di prendere un giorno di pausa.

E oggi che sono io ad aver bisogno di riposo nessuno sostituirà me a quanto pare. Le persone che vorrebbero farlo lavorano già fin troppo e non possono essere sostituite. E di aspettarmi un gesto di solidarietà da parte di qualche collega dell’animazione non se ne parla perché tutti sono stressatissimi tanto quanto me. I ragazzi vengono reimpiegati anche in varie mansioni di facchinaggio nel trasporto del materiale di scena da un punto all’altro e le ragazze non fanno altro che saltellare in lungo e in largo organizzando intrattenimento tra piscina e spiaggia e sono troppo poche per poter mollare. O forse non vogliono, non lo so. Qui d’altro canto ciascuno di noi fa quello che ci viene ordinato. Eseguiamo gli ordini della direzione e gli ordini non si discutono. Io sono l’unica che tenta di rimettere in discussione qualcosa ma fino ad ora non ne ho guadagnato niente e anzi ne ho ricavato solo un maggior carico di lavoro.

Non so perché in questi momenti mi viene in mente mia madre.

“pronto mamma…”

“tesoro, tutto bene?”

“si mamma, tutto bene, volevo sentirti…”

“ah lo sai che tuo padre …..” e bla bla bla.

Quante cose vorrei dirti, mamma. Si lo so che mio padre non sta bene e ti dà il tormento. Lo so che non è autonomo, pover’uomo, ma io vorrei dirti delle cose e mi sembra sempre di essere inopportuna. Tanto inopportuna che i miei guai li tengo per me per evitarti ulteriori preoccupazioni.

Tanto inopportuna che ho bisogno di un diario su un blog per parlare con me stessa e consegnare ad altre persone quello che mi succede.

Non so se vi capita mai: chiamare a casa, la famiglia, e sapere già che vi verranno consegnate ansie, preoccupazioni, paure, problemi, tutte cose che voi non potete risolvere perché quando ci provate vi viene detto che comunque ci penseranno loro e poi li ritrovate ancora lì, a distanza di anni, con gli stessi problemi di sempre perché in fondo è quello il loro modo di vivere e tu che pure individui la soluzione e la suggerisci dovrai pur rassegnarti al fatto che sebbene non trovi il senso di tante cose a loro quello strano equilibrio è assolutamente congeniale.

La famiglia, quella componente sociale evocata mille volte al dì, una dimensione millantata di solidarietà attiva nella quale ti senti più sola che mai nonostante tutto, nonostante i sacrifici che i tuoi genitori fanno per farti completare gli studi, nonostante non capiscano il perché tu sei precaria dopo che loro hanno investito tutto per renderti la vita più semplice.

Le famiglie sono di tanti tipi e la mia famiglia in questo momento è qui: c’è la cameriera, il lavapiatti, l’istruttrice, il barman, c’è qualcuno dei miei amanti che ogni tanto si fa vivo per sapere come sto e oggi, chissà, oggi c’è anche il tipo della reception che non parla mai, mi guarda strano e quando sono alla postazione internet mi porta sempre qualcosa da bere o da mangiucchiare. Un essere silenzioso, quasi mitologico, metà uomo e metà sedia, perché lo vedi sempre dall’addome in su.

Questa è la mia famiglia reale qui e voi siete mia famiglia virtuale ovunque vi troviate.

E per favore non vi mettete a fare la distinzione tra relazioni con i corpi o tramite web perché per le relazioni che vivo qui mi sembrano più autentiche quelle che ho con voi. Qui sembra ne più e ne meno che Matrix in cui la “realtà” si reloada tutti i giorni per sembrare uguale a se stessa.

In generale tante relazioni si coltivano per avere comunque un rapporto con se stessi, perché ti viene restituito qualcosa che può esserti utile ad andare avanti e se c’è chi trova questo spunto chiacchierando con degli sconosciuti sul web non vedo davvero cosa ci sia sa demonizzare o da stigmatizzare. Anzi. Per fortuna che c’è questo blog e che c’è il vostro feedback, altrimenti mi sentirei davvero molto sola quaggiù.

Ora vado a mettermi un po’ a letto. Smaltisco la medicina strana che mi ha dato la mia amica e mi preparo al turno di lavoro pomeridiano.

A presto!

Ps: ho scritto una breve nota su facebook. Fatela circolare se potete e commentatela se vi va. Grazie!

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11 responses to “Al villaggio vacanze si lavora anche con la febbre

  • xiaoyue

    Sì, quel che descrivi in questo passo mi capita spesso e da anni. E’ estenuante:
    “Non so se vi capita mai: chiamare a casa, la famiglia, e sapere già che vi verranno consegnate ansie, preoccupazioni, paure, problemi, tutte cose che voi non potete risolvere perché quando ci provate vi viene detto che comunque ci penseranno loro e poi li ritrovate ancora lì, a distanza di anni, con gli stessi problemi di sempre perché in fondo è quello il loro modo di vivere e tu che pure individui la soluzione e la suggerisci dovrai pur rassegnarti al fatto che sebbene non trovi il senso di tante cose a loro quello strano equilibrio è assolutamente congeniale.”

    Sul piano più strettamente del lavoro, il mio/nostro precariato è quasi nello stesso settore, ricettività turistica, ma nei musei. E siamo molti, per questo dico “nostro”.
    Un caro saluto.
    Debora

  • pattylafiacca

    Cara,capisco bene questo tuo discorso della famiglia..pensa che io a soli 19 anni ho messo 1500 km di distanza per riscattarmi da quella sensazione di peso, responsabilità, impotenza ecc.A oggi mi viene detto che nessuno mi chiede nulla, che è tutto una mia percezione…sarà, ma io l’ho vissuta così.Niente di tragico, eh?! Però conosco bene quel peso e so quali conseguenze ho pagato per questo tipo di imprinting. Ad ogni modo “ciò che non ti uccide ti fortifica”, quindi, avanti con questa sensazione di solitudine nel cuore, imaprerai che anche questa volta non si muore e sarai pronta per nuove , mirabili avventure! In bocca al lupo per la febbre, sei solo tanto stanca…..p.s. riesci mica ad imboscarti qualche oretta in mare?!?!?!?

  • Giulia Morris

    Un augurio caro da Roma… 🙂

  • sabbry

    Cara Malafemmina, mi spiace un sacco che tu non stia bene.
    Oggi mi hai colpita nel cuore con questo tuo post…anche per me l’immagine della telefonata mi ha portata a lontani ricordi ,ad altre telefonate quelle tra me e mia madra. Magari una volta o l’altra te ne parlero’.
    Intanto ti mando un abbraccio solidale, per quanto ieri non mi sia dimostrata cosi’ tanto vicina …anche se davvero lo ero/ sono piu’ di quanto abbia lasciato intendere.
    p.s. ma sai che mi hai pure fatto voglia di aprire un blog? ahhahaah 🙂 ciao!

  • Ivan

    Inverosimile (eppure vera) sconcezza dello sfruttamento.
    Costringere le persone, peraltro sottopagate (dettaglio essenziale), a lavorare anche con la febbre: mi vergogno per loro, per chi applica sfacciatamente queste direttive senza vergogna.
    Sono tutti sintomi della nostra cinica “decadenza” collettiva? (decadenza che include anche una diffusa rassegnazione al cosiddetto “destino”? ma è destino lo sfruttamento?)
    Bah… In ogni caso, non posso che essere solidale con te.

  • titti

    Non mi stupirebbe se, con questa frammentazione del tempo del lavoro, ai colloqui il datore di lavoro cominciasse a chiedere non più o non solo: ha dei figli/pensa di averne in futuro? Bensì: ha già avuto l’influenza/pensa di averla nei prossimi 3 mesi?

  • titti

    Comunque, quella della telefonata della famiglia è veramente una costante universale dei figli, o forse più spesso delle figlie, emancipati dalla famiglia che appartengono alla generazione dei 25-35enni. In passato utilizzavo l’espressione: vuoto pneumatico. E’ quello in cui penso che la mia famiglia immagini io viva. Non mi succede mai niente di brutto ma neppure di bello, non ho grane quotidiane e neppure soddisfazioni, non ho una vita sociale e forse pensano che tutto si esaurisca nel lavoro. Non so che vita si immaginano e del resto non credo vorrebbero sapere veramente che vita conduco.

  • Cornelia

    In una delle tante stagioni nelle quali mi sono fatta sfruttare, mi e’ capitato di essere punta da un tafano: reazione allergica!
    Per fortuna niente shock anafilattico, senno’ potevo pure morire che tanto non sarebbe fregato a nessuno, ma immediato rigonfiamento del polpaccio sinistro (diventato il doppio!) con relativo livido nero-viola che andava dalla caviglia alla parte, come la chiamo io, del “retro-ginocchio”.
    Mi hanno accompagnato al pronto soccorso? Ovviamente no!
    Ho dovuto farmi, zoppicando, 2 km a piedi per trovare un dottore che voleva uccidere personalmente la stronza della mia datrice di lavoro e che ha solidarizzato ampiamente con la sottoscritta.
    Sono d’accordo con Ivan: atteggiamenti, da parte del datore di lavoro, assunti senza vergogna, nonche’ sintomi della decadenza collettiva!
    Discorso famiglia?
    Stendiamo un velo pietoso!
    Ho messo 300 km tra me e loro e quando telefono, solo “small talking”, tanto non hanno capito nulla fino ad ora e non capiranno mai…quando mia madre cerca di attaccarmi le sue ansie, inserisco il “cervello automatico”. La scorsa primavera ho fatto 2 settimante di degenza all’ospedale per 8 coliche renali.
    Detto qualcosa?
    Detto niente!
    Mi ha aiutato il mio compagno e questo mi bastava.
    Non essere mai andati d’accorso in famiglia e’ brutto, ma non essere andati mai d’accordo in famiglia, essere in Italia e per giunta precari e’ ancor peggio!
    D’altra parte una delle peggiori maledizioni orientali recita “Ti auguro di vivere in un’epoca interessante!” Perche? Le epoche “interessanti” sono anche le piu’ difficili.
    E questo e’ capitato a noi!
    Ma che fortuna!
    Cornelia.

  • Precaria e insostituibile « Malafemmina

    […] non ce l’ho fatta. Ad andare a lavorare con la febbre, dico. Ho provato ma appena ho messo un piede fuori dal loculo ha cominciato a girarmi tutto e me ne sono […]

  • s@i

    Ciao, è da un pò che ti leggo ed è sempre un piacere.
    Per ciò che riguarda la famiglia.. come ti capisco! Sono lo sfogo di tutte le ansie e nessuno lo è delle mie e sono praticamente costretta a vivere qui

  • mamma-figlia

    Ciao Mala, mi dispiace leggere le tue parole, d’altronde non capisco neppure come faccia la gente a provare piacere ad andare in vacanza nei villaggi, così pieni di falsità e divertimento predigerito che puzza lontano chilometri… non avevo dubbi che ci fosse tutto quello schifo dietro… comunque una cosa te la racconto, nel mio precariato (passato, perchè dopo un paio di figli manco più a quello puoi aspirare) il mio peggior incubo non era che mi ammalassi io (perchè per esempio mi è capitato di dover andare a lavorare con tonsillite e febbre a 40), ma che si ammalasse mia figlia. Allora sì che era uno strazio sbattere questa bimba piccolina e palliduccia da un posto all’altro in orari assurdi e contare le ore che non passavano mai per poter andare a prenderla e cercare di consolarla un po’ ed alleviare il suo malessere… ti abbraccio forte resisti… spero memore della nostra vita di non diventare una mamma in una famiglia cristallizzata giuro che finchè sarò viva cercherò di rimanere attenta empatica e accogliente nei confronti delle mie figlie… e delle loro telefonate.

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