Quando la rivendicazione diventa una patologia

Una delle mie colleghe ha mollato. Oggi, così, senza preavviso. Ha preso e se ne è andata. Forse lo progettava da tempo, forse non ce l’ha fatta più, non saprei. Con me non ha mai parlato. So che oggi, dopo due mesi da che siamo qui, in questo villaggio vacanze, e ad appena un mese dalla fine dell’incarico, lei se ne è andata.

La capisco. So che mille volte ho pensato di mollare e andarmene. So che un mese qui è lungo da aspettare e questa fine che non finisce mai è qualcosa che ci fa stare dannatamente male. I giorni sempre uguali, a cercare motivazioni intime, differenze personali, invenzioni soggettive, per riuscire a non alienarsi completamente.

Quello che mi ha stremato definitivamente però è tutta la scia di commenti seguita alla sua fuga. Quando il gioco si fa duro i duri cominciano a giocare, the show must go on, lei ha dei problemi, psicologicamente è un soggetto debole, e altre stronzate del genere.

Io non sono un soggetto debole, non ho problemi, non me ne frega niente di essere virilmente una “dura” e il mio unico problema è che questo lavoro mi sta togliendo dieci anni di salute psico/fisica. Potevo esserci io al suo posto. Eccome se potevo.

Chissà perché quando una persona come me rivendica dei diritti allora è considerata una specie di disadattata e se una persona come la mia collega molla e manda tutto a quel paese viene considerata una “debole” quasi che fosse obbligatorio il fatto che il lavoro debba essere considerato una specie di esercitazione militare, un percorso ad ostacoli, prove tecniche di guerra.

E il boss capo animazione? Quella brutta copia di un caporale di rango petto in fuori e pancia in dentro con la stessa voce stridula di una televenditrice di alghe per la cellulite.

Non è obbligatorio, no, accettare il fatto di essere sfruttati e chi non lo accetta e lotta, si ribella o temendo di essere sola abbandona non ha nessuna patologia e se si continua a patologizzare la rivendicazione, la ribellione, l’espressione dei disagi, si finisce davvero per non prevedere che presto o tardi i precari come me si faranno sentire, si ribelleranno, non si faranno imputare patologie da nessuno.

Altro che deboli, fragili, e poco virili. Siamo noi, quelli che resistiamo, forse quelli fragili, non sufficientemente forti da dire basta, da mollare tutto e andarcene, da compiere un gesto di libertà qualunque esso sia, urlare, manifestare, lottare, andare. Qualunque cosa purché sia.

Il boss capo animazione tentava di lusingarmi, ruffiano, dicendomi che io a differenza di quell’altra, invece, proseguo che è una meraviglia. Ce le ho dure io, le ovaie, sono una donna con le balls che girano e girano da parecchio.

Come si fa a dire ad un uomo che ritiene di essere una specie di Dio che ha delle risorse mentali limitate e che mentalmente, sintatticamente, epistemologicamente, concretamente, metafisicamente, filosoficamente, praticamente, non capisce un cazzo?

Si fa così:

“senti ma… lo sai che non capisci un cazzo, vero?”

“??? chi le capisce le donne…”

“no caro, io non sono *le donne*. io sono io, una precaria che ti sta dicendo che qui tutto non va e chi se ne va fa benone…”

“allora va, va anche tu, così mi lasciate nella merda… sai che ora dovremo sostituirla noi? dove la trovo una che sappia fare il suo lavoro a metà stagione?”

“cioè ti interessa solo del fatto che ti ha mollato e non ti chiedi perché?”

“mi interessa che è un’egoista, tu invece non lo sei perché non te ne andresti lasciando il lavoro a metà…”

“aspetta a parlare… e fatti un esame di coscienza. c’è qualcosa che lei ti aveva chiesto? qualche segno di disagio? nulla di nulla?”

“era giù, era stanca… aveva bisogno di qualche giorno di riposo…”

” e tu non gliel’hai dato…”

“non potevo sostituirla…”

“e lei se ne è andata… l’hai costretta tu, prenditela con te stesso. ”

Egoista? La stessa cosa che dicono ai tramvieri, i ferrovieri, gli operai, i camionisti, le milioni di lavoratrici precarie di questo mondo se si fermano per un giorno. Parlano di egoismo, di disservizio e di cose così. E il disservizio delle nostre esistenze? Come si fa a farsi sentire se non compiendo gesti definitivi?

“io non l’ho costretta e lei non lavorerà mai più con me…”

” mi sembri la presidente della confindustria, mi sembri…”

Stasera non mi travesto da nulla. Non devo indossare parrucche, abiti stupidi, fare scenette idiote. Stasera devo pensare a me stessa. E per fortuna è arrivata lei.

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11 responses to “Quando la rivendicazione diventa una patologia

  • Paolo1984

    Aspetta un attimo: quando i tramvieri fanno sciopero di solito lo fanno come categoria e sopratutto danno un preavviso: se un tramviere solitario decidesse senza nessun preavviso, senza presentare un certificato che ne attesti l’eventuale malattia di non presentarsi al lavoro o peggio di interromperlo a metà, magari lasciando il tram fermo con tutti i passeggeri dentro verrebbe licenziato in tronco. Ma passando al mondo dello spettacolo che conosco un pochino meglio: se un attore in tournèe dovesse di punto in bianco, siccome è “stanco”, lasciare la compagnia senza avvisare nessuno ,mandando in vacca gli spettacoli fissati con tutta la gente che magari aveva già prenotato i biglietti, bè quell’attore è un egoista irresponsabile credimi, e dovrà pagare fior di penali, simili comportamenti non sono ammissibili neanche nelle compagnie amatoriali in cui ho recitato io figuriamoci tra gli attori professionisti!
    Il tuo capo è stato stronzo a non concederle neanche un giorno di riposo però a me è stato insegnato che se prendi un impegno fai di tutto per portarlo a termine che sia nello studio, nel lavoro o nella vita privata altrimenti non ti impegni, non è questione di essere “duri”, ma è questione di sapere che non c’è libertà senza responsabilità, è questione di rispetto verso chi si fida di noi
    io non ho idea di quanto siano dure le vostre condizioni di lavoro, non conosco la tua collega e non voglio giudicare, so che lasciare un lavoro di punto in bianco senza preavviso non mi pare un comportamento responsabile oltretutto se il tuo capo stronzo dovesse parlare con altri villaggi vacanze e dire “guardate che quella è una inaffidabile, che molla il lavoro e lascia tutti nella merda” lei davvero faticherebbe a trovare un altro lavoro sempre che le interessi lavorare ancora nei villaggi vacanze (e non credo). Forse l’unico sbaglio suo è stato scegliere un lavoro che pensava più”facile” ma che non era adatto a lei

    • Ena

      I ferrovieri però, per esempio, ricevono lo stipendio regolarmente ogni mese, lo stesso giorno. Chi tra loro fa un lavoro più rischioso e faticoso, viene retribuito molto meglio di chi fa un lavoro agevole e sicuro. Hanno malattie, ferie, maternità (molto diffusa anche tra gli uomini, se vuoi possiamo chiamarla paternità), permessi, contratti a tempo indeterminato.
      Se le aziende non danno garanzie ai dipendenti (rinnovo del contratto, pagamento dello stipendio, malattie, etc..) allora nemmeno i dipendenti sono tenuti a dare delle garanzie alle aziende.

  • titti

    No, aspetta un attimo tu, Paolo 1984. Licenziarsi non significa scioperare. Per quanto, anche gli scioperi cosiddetti “selvaggi” hanno un loro perché. Al mio paese si dice: nessun diritto, nessun dovere. Con un contratto nazionale per licenziarsi il lavoratore/la lavoratrice è obbligato/a a dare 8 giorni di pre-avviso. Non so che tipo di contratto ha Mala e le sue colleghe. Ma se ci fossero state penali per il licenziamento in tronco, lo avrebbe saputo. E stai certo che se ci fossero state penali, il salario le avrebbe giustificate. Qua stiamo parlando di persone che guadagnano 800 Euro al mese (a quando glieli danno) 6 giorni e mezzo a settimana o anche più, senza diritto alla malattia e agli infortuni, senza disoccupazione, senza maternità, senza, senza…senza nessuna tutela. E neppure stiamo parlando di free lance, professionisti, autonomi, che hanno il rischio di impresa (ripagato da un congruo stipendio e che comunque hanno una cassa a cui versare contributi).
    Credo che le condizioni di lavoro di Mala e delle sue colleghe siano già abbastanza vessatorie. Ti ricordo che, siccome abbiamo una costituzione, lo schiavismo non è considerato un “contratto di lavoro”.
    La collega di Mala non lavorerà più nei villaggi vacanza per via della “cattiva fama” che il suo capo schiavista diffonderà su di lei? Ma tu credi veramente che, siccome qualcuno ti dà un lavoro, allora tu devi immolarti per la causa a costo della tua stessa salute? Siccome qualcuno ti dà un lavoro, tu gli devi tutto e gli devi rendere grazie come un servo della gleba? Hai presente la differenza tra pagare e comprare? Ecco, il problema è proprio questo: chi ti paga per il tuo lavoro, spesso suppone che ti abbia comprato.
    Quando parli di azione collettiva, pari sceso da Marte. Secondo te che cosa significa precarizzare il lavoro? Che cosa significa distruggere lo statuto dei lavoratori? Che cosa significa affossare il contratto nazionale?
    Significa proprio minare l’azione collettiva come strategia di lotta. E questo blog mi pare che parli spesso, anzi, principalmente proprio di questa difficoltà che è il prodotto delle trasformazioni del lavoro salariato. Questo blog parla della precarietà, se non te ne fossi accorto. Ed è un blog estremamente consapevole di cosa significa precarietà e difficoltà a riconoscere gli alleati e a saper portare avanti rivendicazioni non suicide. In questo caso non c’erano i margini, la persona che ha lasciato ha preferito scegliere la propria sopravvivenza, se permetti. Si è ripresa un diritto che nessuno sembrava contemplare. Mi pare equo.

    • Paolo1984

      “Credo che le condizioni di lavoro di Mala e delle sue colleghe siano già abbastanza vessatorie. Ti ricordo che, siccome abbiamo una costituzione, lo schiavismo non è considerato un “contratto di lavoro”.

      Sono figlio di un operaio che di scioperi e lotte ne ha fatte assai quindi, credimi, so bene di che parli e sono molto sensibile su questi argomenti e non ho mai detto nè pensato che il lavoratore si debba immolare., io credo in ideali esattamente opposti, evidentemente il mio post è stato superficiale e sbagliato e ha dato una pessima immagine di me, è colpa mia..sono dispiaciutissimo

  • fedepone

    Cara Malafemmina, tu, la tua collega e tutti gli altri animatori avete firmato un contratto? Siete in regola, sindacalmente coperti e vi versano i contributi?

    Perché se è così, Paolo ha ragione e il tuo capo può anche denunciare la tua collega per i danni arrecati e per essere venuta meno al contratto e la tua collega è stata sciocca ad andarsene perché se faceva degli straordinari o delle mansioni extra poteva pretendere il suo riposo in base al contratto (perché in un contratto ci sono delle regole e dei limiti, è per questo che il tranviere non può mollare il tram a metà corsa, ma può scioperare con preavviso).

    Se però, come penso io, siete tutti a nero e/o vi faranno firmare il contratto solamente a fine trimestre, allora la tua collega ha fatto benissimo e reclamare il suo diritto ad un trattamento umano sul luogo di lavoro è tutt’altro che egoismo, ma la giusta rivendicazione (tramite sfanculizzamento) di una reciprocità nei rapporti di lavoro e di “regole del gioco” condivise. Se siete a nero il primo egoismo schiacciante e prepotente è quello del vostro datore di lavoro (che poi si sbaglia a dire così perché il lavoro lo mettete voi, lui semmai è un richiedente di lavoro altrui) che pretende di avere discrezione autoritaria e dispotica su come, dove, cosa e quando del vostro lavoro. Se il lavoro non fosse stato organizzato sin dall’inizio dispoticamente, dubito che si sarebbe mai verificata la situazione per cui una lavoratrice chiede riposo (chiedere riposo? Ma quello dovrebbe essere già stato contemplato e regolamentato per contratto!!!!) e questo gli viene negato fino ad essere costretta a mollare per sopravvivere. Adesso il nostro capo non sta patendo per l’irresponsabilità altrui ma sta karmicamente e giustamente pagando le conseguenze delle sue scelte in termini di rapporti umani: se fai lo stronzo, le persone autodeterminate ti manderanno a fanculo in un modo o nell’altro. Punto.

  • Malafemmina

    molto rapidamente: ha ragione titti. non ci sono penali. potrei andarmene anch’io, non fosse altro che per il fatto che mi hanno pagato una sola mensilità, fino ad ora, e non ho diritto a nulla. abbiamo firmato un contrattino ma non ci sono garanzie di nessun genere ne da una parte ne dall’altra. loro possono cacciarti quando vogliono e noi andarcene quando vogliamo. è una sorta di rimborso spese più che un contratto a stipendio. prestazione d’opera o cose così e se loro denunciano la mia collega lei può fare vertenza e gli fa un culo così.
    la questione dei “doveri” è posta malissimo, paolo. qui si tratta di diritti di lavoratrici vessate e sfruttate e che non possono assentarsi neppure per un giorno neanche in caso di morte di un parente. quindi no, non possono farle nulla. e se il boss usa il ricatto per dire ad altri che la mia collega se ne è andata allora tutti noi sputtaniamo il villaggio, il boss e tutti quanti perché non siamo vincolati al segreto. e saranno loro a non lavorare più. è chiaro?

    • Paolo1984

      Chiarissimo e fate bene a sputtanarlo e se non c’erano obblighi contrattuali di nessun tipo o addirittura siete a nero ha fatto bene ad andarsene, ritiro tutto, ho detto che non ero a conoscenza delle vostre condizioni di lavoro, se ho dato l’impressione di essere insensibile me ne scuso, in realtà vi assicuro i problemi della precarietà mi stanno a cuore anche perchè tra non molto li avrò anch’io (per adesso non lavoro). mi è parso di capire che la vostra categoria non è riconosciuta nè ha rappresentanza sindacale..per voi, dico gli animatori turistici in generale, non sarebbe possibile lottare collettivamente per avere un riconoscimento che vi permetta di avere contratti con maggiori garanzie? perdonate l’ingenuità e forse anche la stupidità della mia domanda.
      chiedo ancora scusa a tutti

    • Paolo1984

      pensavo o speravo che anche nei contratti precari delle garanzie minime, se non altro sul fatto di avere uno stipendio anche se basso, ci fossero..ma apprendo che così non è.
      Scusate se disturbo, ma mi rendo conto di aver dato davvero una immagine sbagliata di me e ci sto male

  • Malafemmina

    paolo non ti autoflagellare. 🙂
    o vuoi trarre profitto da questo equivoco per farti consolare? siamo noi ad avere bisogno di supporto e non tu 😛

    leggiti la legge trenta e tutti i provvedimenti che tra poco, dato che ancora tu non lavori, costringeranno anche te ad avere a che fare con il mercato del lavoro così combinato. nei contratti precarie non esiste nessuna garanzia. talvolta si ma più spesso no e in queste categorie di incarichi stagionali e ancora men. pensa che in città il mio secondo lavoro è fare la cameriera al bar in nero. dici che dovrei considerare quell’impegno un dovere infinito?
    infatti i datori di lavoro sanno e tacciono perché gli conviene.
    il mio boss del bar quando gli ho detto che sarei partita per questo lavoro mi ha detto che mi avrebbe offerto un full time (io lavoro solo il fine settimana al bar) ma che se preferivo andare mi aspettava in autunno.

    scendi dalle nuvole paolo e plana tra noi precari perché sarà questo il tuo posto.

    devo andare scusami. ciao e non ti affliggere 😀

  • titti

    Scusate la veemenza con cui ho espresso il mio punto di vista. Io non sono neppure precaria ma lo sono stata a vari livelli di non tutela. Prima in un contesto di provincia al sud dove ci sono realtà lavorative al limite dello schiavismo, dove spesso il lavoro anche quello pericoloso è in nero e dove chiedere quanto è la paga a chi ti sta dando un lavoro è già considerato un gesto di insubordinazione e quindi un segnale che non sei una buona candidata. Un candidato ideale accetta il posto in nero senza domande e il giorno dopo porta il cappone al padrone come Renzo all’azzeccagarbugli.
    Poi nella pubblica amministrazione, dove, per carità, le condizioni sono molto diverse, ma dove, comunque, se sei un cococo sei messo alla gogna mediatica manco fossi una ladra di risorse pubbliche: con Brunetta i nomi di molti di noi finirono sul sito della funzione pubblica quando ci fu la stagione populista della retorica costruita ad arte per aizzare risentimento contro i “consulenti” e i “fannulloni”. E invece eravamo Co.Co.Co usati come personale organico al lavoro di routine, altro che progetti e consulenze.
    Ora addirittura timbro un cartellino, cioè appartengo alla categoria dei supertutelati. E mi rendo conto che rappresentiamo solo lavoro facile per i sindacati, il cui unico affannarsi è per mantenere i piccoli e grandi diritti/privilegi di chi è già supertutelata.
    E visto che, comunque, le condizioni di lavoro e soprattutto di stipendio stanno diventando punitive anche per chi ha un posto fisso, io mi sono sempre chiesta perché i sindacati non abbiano mai mai mai neppure provato a barattare un privilegio di un supertutelato con un diritto in più per un precario. Tanto per equilibrare la bilancia sociale. Tipo, mettere fuori legge contratti di prestazione d’opera o ritenuta d’acconto per lavori come l’animatrice. Che è un lavoro in regime di caporalato legale dove il pizzo lo dai allo stato perché ti conceda il “privilegio” di lavorare per sopravvivere. Dove il pizzo è l’acconto di imposta, appunto, un acconto che non serve a nulla, non serve a garantirti previdenza, né malattia, né disoccupazione, né ti verrà mai restituito in alcun modo ma sarà utilizzato solo a persuadere gli hedge fund che il debito di questo paese merita di nuovo fiducia, a convincere i grandi speculatori (che poi speculano coi soldi delle nostre pensioni, dei nostri mutui e dei nostri risparmi) che l’euro è forte e a fare la nostra parte di carne da cannone nella guerra mai apertamente dichiarata dell’euro contro il dollaro.

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