Culi delocalizzati

Lo dicevo ieri sul mio profilo facebook che le imprese si possono delocalizzare, il denaro si può delocalizzare (e nascondere nei paradisi fiscali), e l’unica cosa che non si può delocalizzare è il proprio culo.

Migrare è diventato un rischio per tutti, anche per me, per noi, per quelli che sono dentro o fuori la comunità europea, dentro o fuori l’impero d’occidente o quello d’oriente.

E’ quello che fa l’imprenditore, no? Guarda come va e come non va nel proprio paese e se non gli conviene restare allora delocalizza. La stessa cosa fa ogni singolo individuo ed è per questo che nei secoli dei secoli la gente migra da est a ovest, da sud a nord, in via definitiva, transitoria, occasionale.

Però gli Stati sono gestiti come Imperi che hanno stretto un accordo per far circolare  quello che riguarda i ricchi e gli esseri umani possono circolare solo in quanto “merce”. Se sono in vendita, se dichiarano una appartenenza, se si lasciano coinvolgere nella tratta di umani che arricchisce pochi a discapito di molti.

Vi ho già raccontato che qui al villaggio ci sono le cucine piene di gente che è arrivata nei barconi. Ma non vi ho detto di una donna che chiameremo Lorena che arriva da molto lontano e che dopo aver dato il culo in mille situazioni possibili ha deciso di delocalizzarlo per vedere di trarci un maggiore profitto.

Di mestiere non vende sodomie a basso costo ma fa quella che lavora nella lavanderia.

Ne volevo parlare perché la sua visione del mondo parte dallo sporco che lasciano qui i villeggianti e per ciò che mi dice è ovvio che lo sporco è sporco dappertutto e che lei è abituata a ripulire la merda degli altri da sempre. Lo faceva a casa, fuori casa, durante il viaggio per arrivare qui e ora continua con questa sua carriera di aspira/puzze e macchie e liquidi e umori e sangue e acidi, detersivi, lenzuola intrise di vite altrui che lei annusa e poi ripassa in lavatrice a 90% “perché la gente è sporca” – mi dice – “e il mio compito è ripulire… questo ho sempre fatto…” – e questo continua a fare.

Per delocalizzare il suo culo Lorena ha dovuto pagare il pizzo al paese suo, al paese che ha attraversato, a quello che l’ha accolta. Ha cicatrici profonde ma non vistose. Le nasconde bene e forse non le pesano nemmeno perché considerava fosse il prezzo da pagare per la libertà.

“La libertà di venire a lavare lenzuola sporche?”

“E’ il mio lavoro. La gente sporca, io pulisco!”

Lorena è stata imprigionata e stuprata da un gran pezzo di merda in una galera al confine con il mondo che tratta gli esseri umani come merce.

Lorena non ne parla mai e io stessa non l’avrei saputo se per caso non le avessi detto che prima o poi probabilmente finirò con l’emigrare.

Mi ha detto che è bello trovare un posto in cui ripulire la sporcizia altrui purché non sia quella di uno soltanto perché se a qualcuno ripulisci il culo pare che immagini che il solo fatto di averti mostrato la merda significa che te la puoi anche mangiare. Perciò in quella casa in cui inizialmente aveva fatto la badante le hanno dato da mangiare la merda e lei ha dovuto ingoiarla fino in fondo e non c’è detersivo che ripulisca quegli escrementi che ancora galleggiano nella sua anima e che lei descrive come una controindicazione per un certo tipo di mestiere.

Così mi ha detto che se deciderò di migrare, semmai dovessi davvero aver voglia di farlo, dovrò ricordarmi di lei.

Io prendo appunti, ridisegno il suo profilo, le scatto una fotografia, e lei è mia, come le altre tante anime belle che ho avuto la fortuna di incontrare nel corso della mia vita.

Scatto fatto e condiviso. Ricordatevene anche voi.

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