Rabbia e malinconia

Al villaggio vacanze siamo quasi alla resa dei conti. Molti dipendenti precari hanno perso la pazienza. Volano pentole in cucina, attrezzi in palestra, oggetti di gomma in piscina, volano sdraio, bicchieri al bar. Sembra che tutti gli oggetti del villaggio abbiano messo le ali.

Il tono della voce è aumentato di diversi decibel. Tutti si guardano l’un l’altro in cagnesco e alla fine di qualche conversazione mi aspetto di vedere il classico colpo di guanto o la sciabola sguainata o un testa a testa da mezzogiorno di fuoco.

E’ diventato intrattabile anche il boss capo animazione che per la prima volta, oggi, ho sentito a pronunciare parole di stizza nei confronti di un cliente.

L’unico che resta impassibile di fronte a quello che accade attorno a lui è il direttore del villaggio, sempre impomatato, profumato e con un sorriso disegnato in faccia.

E’ l’unico che non ha pensieri in testa e che non aspetta lo stipendio. L’unico al quale forse non manca la vita fuori di qui e che non ha rivendicazioni da fare. L’unico che può dirsi definitivamente stronzo nel raggio di un chilometro.

Ha sempre certe risposte blande e quando mi vede continua a sorridermi come il primo giorno, perché io gli sono simpatica, così ha detto. Sapesse quanto invece mi è antipatico lui.

Uno dei ragazzi delle cucine oggi è venuto in piscina, mentre io facevo un giochino con un gruppo di signore che saltellavano un piede dopo l’altro scivolando sul fondo. Si è seduto accanto a me, ha rimesso a posto un ciuffo ribelle che mi copriva l’occhio e poi ha sorriso.

Tanti incontri oramai si limitano a questo. Sorrisi, stanchi, solidali, consapevoli, sguardi complici, di chi sa tutto l’uno dell’altro e comunque non ha più neppure la forza di parlare.

Qualcuno ha la faccia più incazzata, come di chi progetta l’evasione da Alcatraz inTour, e si prende qualche momento in più di pausa perché di obbedire ai ritmi frenetici che ci sono quaggiù non ha più voglia. La pausa sigaretta diventa più lunga, la pausa caffè diventa più pausa, perfino la mia pausa internet diventa più internet.

Contiamo i giorni, le ore, i minuti e abbiamo tanta rabbia in corpo per ciascuna delle cose che abbiamo visto quaggiù. Non ci sono quasi più risate e non c’è voglia di fare molto perciò per stanotte ho proposto una festa, nostra, di noi prigionieri che vorremmo andare via, con tutto quello che è necessario perché la festa si faccia, in un angolo di questo villaggio che se fosse trattato in modo diverso sembrerebbe perfino bello.

Faremo festa, tutti assieme, e ci abbracceremo e parleremo, perché a me non passa mai la voglia di parlare, e poi ricorderemo chi siamo, chi eravamo, chi saremo ancora. E sarà notte, poi l’alba, poi un altro giorno, uno in meno, che ci separa dalla fine.

Una delle signore saltellanti in piscina alla fine è scivolata e ha tirato giù le tre donne che le stavano attorno. Sento una risata, quella del ragazzo delle cucine, che si concede il lusso di pensare ad altro.

Gli mancano due molari, perduti chissà come, ma per il resto la sua risata è deliziosa. Mi avvicino a lui e gli mollo un bacio sulla guancia, perché una tale esposizione di denti va premiata. Poi corro a raccogliere i cocci della signora.

Stasera si fa festa. E la discoteca è tutta per noi!

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