Luce precaria

Dormito poco. Lavoro, poi sonno, poi sveglia, così, all’improvviso. Come quando mi chiamava mia madre per farmi sapere che bisognava guardare il cielo, presto, perché stava andando in pezzi, il cielo, e mio padre, e mia madre, e tutti quanti, insieme, a tentare di non cadere, di restare attaccati alla vita, come le stelle al cielo. Sospesi, senza un perché, fatti di luce e suono e odore e morte, che prima o poi arriva e tu la guardi da lontano fino a che non arriva lì vicino a te. Sta male, si lo so che sta male, e corri in ospedale e provi a tenere quella stella attaccata al cielo, e alla fine la salvi, le restituisci un po’ di luce, te la stacchi di dosso e vedi infine due stelle, vicine, una accanto all’altra, luminose quasi uguali, quella che stava per spegnersi e la tua, che assume una luminosità fatta di toni diversi, meravigliosa e splendente e fatta di albe e voci e ricordi e senso di te.

Qui non c’è mia madre, non c’è mio padre, non c’è un lui, una lei, ci sono solo io, fatta di me e di braccia e gambe e mani e occhi e bocca e pelle e respiro, respiro forte io mentre cammino, nuda, vicino all’acqua, a vedere l’alba, perché la luce ritorni, perché non hai una stella accanto alla tua che può regalarti un tono, due toni, tre toni di luminosità quando la perderai.

Me lo sento addosso quell’abbraccio, di quello strano uomo che ieri sera mi ha detto “sono solo uno che non sa cosa fare della sua vita”. Non l’ho guardato bene, ma mi sono fatta toccare, intimamente, per dargli luce, o per risplendere attraverso lui, perché quasi non mi vedo più. Non sono più io, non sono più qui, non sono più niente. Capita così che hai bisogno di sentirtelo dire, da chi forse non ha niente ma divide quel niente con te, se tu hai voglia di prenderlo e perderlo e riprenderlo e poi ancora.

“Chi sei?”. Una stella, una qualunque, attaccata al cielo, che tenta di non precipitare, che non dice molto e non racconta i silenzi, il sangue, la vita. Ho imparato a urlare, per farmi sentire, per non perdermi, per non cadere.

Hai gli occhi di un colore strano e riesci a vedermi se smetti di nutrirti di veleno, il tuo, perché alla fine si tratta di un attimo, uno solo, e siamo a un passo dal prenderci per mano o dal perderci del tutto.

Ho visto l’alba e non so perché ma ho bisogno di respirare di cose vere, quelle che qui non ho, che sanno di dolore e morte, di cieli sospesi e stelle che tentano di restare su, perciò ti ho dato tutto, perciò ho preso tutto. “Sono solo io…”. Mi basta. Non importa altro. Tienimi attaccata al cielo perché sto per spegnermi. Tienimi lassù anche se non sai niente di me. Fallo stanotte. Poi l’alba. Ora il sole. Posso fare a meno di te.

Luce. Parole. Sono ancora qui e vivo. Vivrò. Non ho bisogno di nessuno, io, per stare sospesa.

Sono io il sole. Tu sei la luna e non sai esistere accanto al giorno. Posso esserci io o puoi esserci tu e quello che possiamo fare è incontrarci per un momento, guardarci negli occhi e vederci sparire, perderci all’orizzonte, due vite separate. E’ stato bello. Non mi rammarico di essere il sole e tu non puoi essere triste perché sei la luna. Abbracciami per l’ultima volta. Perdersi è necessario, fino alla prossima alba e al prossimo tramonto.

Aria. Vedo passare l’amica che ripulisce i sogni altrui e mi guarda. “Hai freddo?”. Tutto bene. Indosso la mia divisa da donna forte e il freddo passa. Respiro. Illumino. E’ questo il mio lavoro.

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