Si può scegliere di non ascoltare

C’è un tizio, in cucina, uno dei più anziani, che è un uomo che comunica con i doppi e tripli sensi. Dice delle cose senza senso e poi ti guarda aspettandosi una reazione. Pensa di essere seduttivo ma è solo incredibilmente tamarro. Un uomo d’altri tempi un po’ maiale con le donne ma che simula rispetto per l’onore dei colleghi. Guida la ciurma e consolida il legame facendo il capobranco. Non tollera perciò di essere messo in discussione perché il branco si tiene insieme per merito o per colpa sua.

I primi tempi rispondevo in modo ironico alla sue battute. Le mie risposte erano perfino troppo sottili per uno come lui. Non le capiva, ma ne comprendeva il tono e non gli piaceva. Ha preso a stuzzicarmi perché ha visto che dentro le cucine mi ero ritagliata un ruolo, delle amicizie, qualche legame autentico e perché gli altri mi consegnavano confidenza e stima mentre di lui dicevano peste e corna.

Non poteva certo lui permettere che una come me gli soffiasse l’autorevolezza e il rispetto del branco. Ma è abbastanza intelligente per capire che non poteva accanirsi e fare di me una vittima perché sarebbe rimasto solo. Allora, come fanno certi tipi in talune occasioni, ha dominato il luogo comandando a destra e a manca ed elargendo consigli non richiesti con il tono da padre protettore che sa tutto lui.

Una volta ascoltai una sua battuta su una cliente e chiesi se lui avesse una figlia, e dato che ce l’ha mi ha guardata a lungo perché ha compreso il tono e la sfida. Lui non è nessuno e non è credibile.

Poi tornò a pontificare sul sacrificio e la santità del lavoro, su questi giovani che non vogliono fare niente e secondo lui quello che faccio io non è lavoro perché: oh, che ci vuole a stare con i bambini e a intrattenere la gente? Nulla, ovviamente, sono lavori che per lui non dovrebbero essere pagati, invece quello che fa lui è il massimo del massimo che c’è.

E con tutto il rispetto per il suo ruolo quello che mi infastidisce è quest’aria saccente che adopera quando si rivolge agli altri, con questo fare da santo patrono che vuole essere portato in spalla a festa nei vicoli di un paese con tutto il sacro seguito in processione.

Gli ho chiesto se il suo stipendio fosse uguale a quello degli altri lì in cucina e anche questa per lui è stata una sfida, perché se tu capeggi e contratti i tuoi privilegi con i boss non rappresenti più nessuno, come non ci rappresenta il boss capoanimazione e qualunque responsabile di area che fa il kapo’ per tenere raggruppati tutti, come se fossero capi allevatori e noi allevamenti di bestiame.

In quella cucina si respira l’odore della sua ipocrisia e dunque si può capire il perché stiano tutti un po’ in disparte e quando hanno voglia di prendere aria vengono a cercare noi, che stiamo fuori, per chiacchierare, ridere, socializzare, confidarsi.

Di me ha detto che sono una che se la fa coi marocchini, che poi non ha azzeccato neppure la nazionalità giusta e quel “se la fa” è un giudizio che vedrei bene collocato in epoca fascista, quando alle donne bianche si rimproverava il tradimento e si imponeva la fedeltà alla razza, ma capisco che per il suo ego questo possa essere un motivo di consolazione perché gli è chiaro che io, sicuramente, non “me la faccio” con quelli come lui.

Per quanto io ami la complessità ci sono persone con le quali non riesco proprio a relazionarmi, uomini che ti fanno sentire sporca solo se ti avvicini, che ti impongono di trattenere il fiato perché se respiri ti sembra di mischiare il tuo ossigeno al loro.

Quell’uomo lì appena ieri ha minacciato – per gioco, così dice – con un coltellaccio il mio amico Feisal e lui che ha una laurea e mille percorsi di intelligenza non capisce, perché dominare il branco con intimidazioni, specie se a ridosso della chiusura della stagione che tra poco qui il vento e l’umido ci porta via, non è un modo che capisce. E se gli dico che giusto quel tipo d’uomo, che lo chiama “marocchino” e rivendica l’essere italiano, è una tipologia assai diffusa in questo paese Feisal osserva che l’inciviltà non ha una etnia specifica di provenienza. Me lo insegna lui chiedendomi di non generalizzare e di non pensare al mio paese come un luogo fatto di gente brutta.

E non so come spiegargli che quello che mi dice mi colpisce ma che davvero mi pare di vedere tanta gente come quell’altro. Fin troppa per i miei gusti. Gente volgare a prescindere dal livello di istruzione. Proprio volgare, che non riesce a manifestarsi senza suscitare disgusto.

Ecco, se uno così mi consegna una battuta è come se mi contaminasse, mi sento davvero sporca solo per averla ascoltata e allora mi chiedevo se esistessero degli speciali tappi che si possono azionare a gran velocità.

Parla Feisal, e io l’ascolto. Parla quell’altro, e sulle orecchie scrivo “chiuso per ferie”. Siamo davvero obbligati ad ascoltare tutto e tutti? Perché?

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9 responses to “Si può scegliere di non ascoltare

  • Arguzia

    “Come se mi contaminasse”.
    In quattro parole ci hai messo tutto quello che sento fin troppo spesso e che non riuscivo a spiegare.
    Ora lo so: questo schifo mi contamina.
    La decontaminazione è spesso difficile, ma è un bello sforzo che ti ripaga appieno.

  • Lorenzo Gasparrini

    Dàje Malafé. E dàje Feisal.

  • lafra

    Si l’idea del rimanere contaminati, la paura di iniziare a vedere come normali situazioni e riflessioni che fanno schifo, smettere di vergognarsi per le mille situazioni volgari e imbarazzanti a cui assistiamo sono il motivo per cui mi manca l’aria all’idea di non riuscire ad allontanarmi per un po. per me andare all’estero non è pensare di trovare gente migliore ma almeno la speranza che cambiare non mi faccia “abituare” e non mi renda indifferente di fronte a situazioni che bisogna invece combattere. la tecnica del muoversi spesso e velocemente potrebbe aiutare a non rimanere contaminate?

  • angelicacante

    Non solo siamo liberi di non ascoltare ma abbiamo anzi l’obbligo morale verso noi stessi di tapparci le orecchie laddove l’altro manifesta un’incivile uso della parola.Incivile non per le sue idee (d’altro canto son le sue , non le nostre e son problemi suoi) ma incivile perchè con le sue parole appunto ci dà la sensazione sgradevole di contagio, come se con la sua inciviltà facesse da untore.
    Il silenzio è salvifico ma molti lo dimenticano e parlano a vanvera.
    Ho apprezzato molto questa tua. Ciao. A.

  • vera

    Si può scegliere di non ascoltare, ma quando si arriva al punto di scegliere di non ascoltare è perchè purtroppo si ha già sentito qualche parola… e allora forse un po’ si è già contaminati.
    Quel che mi chiedo è perchè certa gente parla senza pensare a ciò che dice, e non ha la finezza e l’eleganza di non imporre agli altri i propri vuoti cosmici.

  • Viviana

    wau, l’osservazione di Feisal è spiazzante… ha ragione nel dirci (lo faccio anch’io) che non dovremmo generalizzare, ma è vero che sembra che di questi tizi sporchi ne sia pieno il paese… vorrei tanto anch’io una manopola impiantata nelle orecchie, per poter abbassare o alzare il volume quando mi pare e piace, ma sai che penso? che sarà pure uno strazio ascoltarli, a me ribolle il sangue, ma le loro parole mi ricordano chi non voglio essere e mi portano a cambiare questo mondo, se pur di pokissimissimo. La lotta nasce dalla rabbia, dalla volontà di cambiare le cose… ma se non ci indignassimo, per davvero, allora la lotta non esisterebbe.

  • Silvano C.

    Per alcuni è chiamata la solitudine del comando, perché in parte chi ha compiti direttivi è un po’ solo, per forza. Per altri è proprio l’indole squallida che emerge, con tutte le sue piccole debolezze mascherate da falsa umanità. Con il razzismo profondo, l’odio di genere connaturato con le modalità di pensiero. Queste persone si annusano le ascelle per vedere se sono presentabili, l’alito, pensando di far colpo su tutte, si spetolano magari pensando di non essere visti, oppure offendono senza rispetto chi per destino si trova alle loro dipendenze. Sono una genia che fa parte del sistema, una piccola ruota che non vuole responsabilità ma solo onori, niente di nuovo sotto il Sole, purtroppo…

  • Cornelia

    Cio’ che mi manda in bestia e’ il fatto che siano quasi sempre questi individui ignoranti, squallidi e viscidi ad essere messi in posizioni di comando.
    Mentre persone intelligenti come Feisal e te pagano lo scotto di essere obbligati a prendere ordini da questi imbecilli buoni solo per stare zitti con una patata (ortaggio) in bocca e legati mani e piedi.
    Ma quando i megadirettori galattici decidono la collocazione di questi Kapo’, gli somministrano dei test intellettivi in particolare, dove vince ovviamente il punteggio piu’ basso (con gare di sputi e rutti annesse), oppure li assumono per tali ruoli perche’ ce li manda qualcuno al quale non si puo’ rifiutare nulla?
    Me lo sono sempre chiesto, perche’ di gente cosi’ ne ho incontrata tanta, troppa… ai precari l’ardua sentenza!
    Aggiungo una cosa che mi sorprende piacevolmente: uso spesso anche io il termine “contaminazione” quando parlo di ambienti lavorativi, per cosi’ dire, disfunzionali.
    A volte ho usato anche la parola “inquinamento”.
    Cara Mala, scopro sempre di piu’ di avere molte cose in comune con te: gli stessi pensieri, lo stesso liguaggio per esprimerli.
    Questo e’ bello perche’… allora non sono matta !!!
    Esiste un’altra matta come me…
    Scherzi a parte.
    Ti saluto e ti abbraccio.
    Cornelia.

  • Paolick

    io pensavo che ascoltare le persone fosse la cosa piu’ naturale e gentile da farsi ,ma poi ho incontrato sulla strada persone che non vengono ascoltate piu’ da nessuno proprio a causa di quello che dicono e di come sono , e allora ho cominciato a riconoscerle e a tapparmi “le ciglia” delle orecchie appena aprono bocca , dopo qualche secondo li congedo con un bel “scusa ma devo andare” …perchè se poi ti ci incavoli pure con quelle persone finisce che riescono anche a trascinarti nella loro bassezza …..e non ne vale proprio la pena!!!

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