La precarietà ti fa dimenticare le parole

Imito le mie amiche e ne parlo anch’io di questo nuovo blog che è un po’ anche “colpa” mia. Si chiama “Meno e Pausa” e lei è una mia amica. Ci è già capitato di lavoricchiare insieme e ci ricapiterà tra pochissimo perché l’ho beccata al colloquio con la onlus dove andrò a svolgere non so che tipo di incarico tra qualche giorno. Già che ci sono me la porto al bar perché è nei casini e ha bisogno di arrotondare ed è così strano che giusto io debba “raccomandarla” per un lavoro in nero da cameriera in un brutto bar dove ti pagano solo perché hai i muscoli delle gambe che si muovono velocemente.

Sarà lei stessa comunque a raccontarvi dato che mi ha parlato e riparlato tante volte e alla fine l’ho convinta che se io ho bisogno di un blog per capirci qualcosa della mia vita è possibile che possa essere utile anche a lei.

Io? Ho recuperato rapporti umani in sospeso. Tanti e vari, famiglia inclusa. Avrò mille impegni (precari) di lavoro (precario) e l’unica cosa alla quale penso in questo momento è al fatto di disintossicarmi dal maledetto villaggio vacanze che se non fosse stato per il blog mi avrebbe definitivamente impoverito il vocabolario e i pensieri.

Giuro che nelle conversazioni con i miei amici, dato che parlare è diverso che scrivere, mi mancavano le parole. Mi venivano quei versi strani e tutto il codice di comunicazione orribile da idioti che siamo state costrette a usare laggiù. Nonostante il blog. Nonostante i libri. Mi chiedo come sia la vita di chi per lavorare deve stare lontano da contesti che gli somigliano per molto più tempo.

Non serve emigrare per dimenticare chi sei. Basta solo perdere la possibilità di incontrare le persone che fanno parte della rete di soggetti che possiedono la memoria del tuo lessico, della tua cultura, l’istruzione, tutte le cose che ti rendono quella che sei.

Perché alla fine chiudersi dentro un recinto, sebbene per ragioni di lavoro, significa comunque rinunciare alla propria vita. Forse è per questo che faccio tanta fatica, per non perdere i contatti con chi mi rappresenta davvero. Con le persone con le quali posso non perdere memoria di me.

Alcune volte, in effetti, quando ero al villaggio vacanze, mi mancavo moltissimo, mi mancavo troppo, mi ero persa e se in quella situazione, breve, ho avvertito una sensazione di totale scollamento cosa potrebbe esserne di me se dovessi chiudermi a fare non so cosa per non so chi?

Non lo so. Intanto è tutto pronto per ricominciare. Un nuovo anno. Nuove fatiche. Nuovi lavori precari. Finché dura. Sperando di trovare un’altra Malafemmina come me che tra qualche anno mi darà una mano se dovessi averne bisogno.

Buona notte!

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4 responses to “La precarietà ti fa dimenticare le parole

  • Silvano C.

    mi fa molto piacere rileggerti. veramente. non ti conosco. non so neppure se sei simpatica o se sei una potenziale “stronza”, ma so che sei in gamba perchè sai come scrivere e sai cosa dire. hai un dono, credimi. per qualche giono non hai scritto questo tuo diario pubblico e stavo per chiederti spiegazioni sulla tua pagina fb. tra le tante cose precarie che hai davanti hai pure la possibilità di diventare scrittrice. non saresti la prima, del resto. un tempo seguivo un blog della Cutolo, che poi, una volta pubblicato un libro ha lasciato il blog. per entrare nel merito di quello che scrivi, la vita è fatta di scelte, e lo sai già. ed ogni scelta, necessaria, che farai, ti escluderà altre vie o possibilità. i recinti dovrai accettarli, credo, spero quelli più adatti a te, e potrai tenerti vicine alcune persone, immagino, o almeno mantenere i rapporti. i veri amici sono sempre pochi, ma il proprio mondo è rappresentato da tante persone, da tanti luoghi, da mille frasi non dette ma comunicate con uno sguardo.

  • pattylafiacca

    Non l’avevo mai pensata in questi termini ma hai ragione: frequentare per forza un determinato ambiente ti impoverisce in maniera direttamente proporzionale a quanto quel lavoro è diverso da te, dalla tua personalità, dalle tue competenze.Certo, si potrebbe dire che contribuisce ad allargare gli orizzonti ma purtroppo secondo la mia esperienza ben pochi sono i lavori che hanno un simile valore aggiunto

  • titti

    Pensando ai due diversi spazi che hai abitato in questi mesi (il blog e il villaggio) mi è venuto in mente questo:
    « Le utopie consolano; se infatti non hanno luogo reale si schiudono tuttavia in uno spazio meraviglioso e liscio; aprono città dai vasti viali, giardini ben piantati, paesi facili anche se il loro accesso è chimerico. Le eterotopie inquietano, senz’altro perché minano segretamente il linguaggio, perché vietano di nominare questo e quello, perché spezzano e aggrovigliano i luoghi comuni, perché devastano anzi tempo la «sintassi» e non soltanto quella che costruisce le frasi, ma quella meno manifesta che fa «tenere insieme»…le parole e le cose. È per questo che le utopie consentono le favole e i discorsi: si collocano nel rettifilo del linguaggio, nella dimensione fondamentale della fabula; le eterotopie (come quelle che troviamo tanto frequentemente in Borges) inaridiscono il discorso, bloccano le parole su se stesse, contestano, fin dalla sua radice, ogni possibilità di grammatica, dipanano i miti e rendono sterile il lirismo delle frasi »
    M. Foucault, Le parole e le Cose.

  • Rabbia e respiro « Malafemmina

    […] La gente parla per slogan e anche di questo parlavo quando ragionavo della memoria per le parole. […]

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