Dis-integrazioni

Non ho molte cose da raccontare in questo periodo a parte il fatto che mi sto riprendendo la mia vita e che ho bisogno di silenzio per riflettere e pensare. Ho ricominciato a lavorare al bar. La mia amica, che lavora con me, ha già cominciato a raccontare. Lascio che lei vi dica com’è il mondo che io ho sempre attraversato, che lo racconti dal suo punto di vista che è un po’ diverso dal mio. Potete scoprirla qui e qui.

Poi c’è il lavoro alla Onlus e vi rimando alle descrizioni chiarissime che ne ha fatto Antonella: qui e qui.

Io e lei abbiamo accettato questo lavoro con tanto entusiasmo perché l’idea di lavorare con gli stranieri è una di quelle cose che coincide con i nostri ideali. Non so se posso dirlo perché è ancora un’impressione. Pensavamo di trovare un clima in cui la solidarietà fosse rintracciabile anche nei respiri e invece sembra tutto così “aziendale”.

Non so dirvi di più adesso a parte che ricevere la chiamata da parte di un dipendente pubblico rappresentante delle istituzioni che ti dice che ha bisogno di un mediatore per interrogare uno straniero non è esattamente il massimo per cominciare la mattinata.

Non so. Sono sensazioni ma mi sento molto a disagio. Mi viene già in mente il detto “è uno sporco lavoro e qualcuno lo deve pur fare”.

Sarebbe grave che uno straniero fosse interrogato senza una persona che parla perfettamente la sua lingua e anche l’italiano. Così è più umano, più solidale. Sarà un carcerato ben “integrato” invece di essere dis-integrato. Ma disintegrato un carcerato, specie se straniero, lo è ugualmente.

Antonella dalla sua scrivania mi guarda e fa gesti che non colgo. Ora mi dice che c’è un mediatore che si è messo in sciopero perché non è stato pagato. Mediatore, straniero e scioperante. Dentro una associazione umanitaria. Non capisco.

Buona giornata!

Annunci

11 responses to “Dis-integrazioni

  • Silvano C.

    dall’esterno posso dire che il mondo delle onlus è un modo atipico. senza fini di lucro non significa che si deve perdere, al massimo si dedica un pò di tempo gratuitamente ad una attività che interessa e per la quale ci si sente di dare qualcosa. tuttavia per alcuni è pure un lavoro. l’organizzazione richiede una struttura stabile e qui inizia la contraddizione, secondo me. per alcune persone può diventare l’attività primaria. gli operatori ed i mediatori culturali giustamente devono essere pagati.
    io poi talvolta sono prevenuto con alcuni di questi volontari.
    tra alcuni operatori di pace, per citare un caso che ho conosciuto di persona, era compreso un ex insegnate pre-pensionato. cioè pensionato senza aver raggiunto i 65 anni e neppure i 40 di contributi.
    questo personaggio, molto aperto e disponibile, nulla da dire, e pure molto simpatico e comunicativo, ha iniziato a portare in giro una attività di danza per la pace, credo a titolo più o meno gratuito, anche se credo con copertura delle spese se non altri tipi di compenso. ho il forte sospetto che ad un certo punto integrasse la pensione con corsi legati alla sua attività sulla pace.
    questo ho iniziato a non sopportarlo più. trovo disonesto non fare al meglio il proprio lavoro, senza mai però trasformarlo in missione. e questo, secondo me, non ha fatto al meglio il suo lavoro. non ha sepso cioè le sue competenze sul posto di lavoro, ma le ha usate in una forma di volontariato strana, come integrazioe della pensione.
    alcuni nostri problemi attuali dipendono pure da queste persone. alcuni hanno doppie o triple attività, e sappiamo bene che volendo fare bene una sola se ne può seguire, non due.
    parlo ovviamente di attività a tempo pieno. e parlo pure di persone che effettivamente lavorano, senza demandare ad altri.

  • Cornelia

    Mah, che dire…sulle cosiddette onlus ancora non ci ho capito proprio nulla.
    Chi mi dice bene, chi mi dice male…Si’ ho fatto volontariato anche io, con rimborso spese (lo chiamano “volontariato all’americana”) per una associazione che dava sostegno ad anziani, anche piuttosto famosa…
    L’ho fatto per un anno, poi ho dovuto mollare perche’ il presidente si era messo “strane idee” in testa… se capite cosa intendo…
    Comunque, so che alcuni “impiegati” in queste onlus percepiscono regolare stipendio, altri invece sono “volontari” nel senso piu’ stretto del termine.
    Non ho ancora compreso effettivamente il “reale” funzionamento di queste organizzazioni, non ci vedo chiaro (non vorrei che si trattasse di aziende mascherate da attivita’ di cooperazione)…poi ho incontrato una persona in treno che mi ha raccontato cose piu’ o meno sconcertanti su unicef e similari.
    Dovrei andare piu’ in fondo alla questione, ma non so a chi chiedere informazioni certe.
    Voi sapreste indicarmi se esistono “esperti” nel settore?
    Semplice curiosita’.
    Grazie.
    Cornelia.

  • fedepone

    Il mondo delle Onlus è un guaio: io ne ho fondata una con dei colleghi dell’università.
    Il mio punto di vista cerco di riassumerlo così: la realtà del no-profit nasce da quelle azioni di solidarietà umana il cui fine non è produrre capitale.
    Da un punto di vista legislativo, la differenza fra l’ente onlus ed un’ente lucrativo sta nella redistribuzione dei dividendi. Se ad esempio l’onlus attraverso le sue attività produce merci e le vende, il ricavato va nella cassa dell’associazione per essere reinvestito in altre azioni di solidarietà sociale (anziché essere distribuito fra i soci come in un’azienda). Una onlus può stipulare contratti lavorativi sia con esterni che con soci interni, ma questa pratica di solito è regolamentata dallo statuto tenendo conto della richiesta di legge per cui i soci devono prestare servizio gratuitamente.
    Fin qui va tutto bene, dov’è che le cose si complicano? Nell’atto pratico, come al solito.
    Finché esistevano cose come contratti a tempo indeterminato e un “mondo del lavoro” stabile, gli operatori delle onlus potevano permettersi una certa dose di volontariato gratuito. Oggi come oggi le onlus sono diventate un rifugio per precari (e vi assicuro che il mondo delle onlus è un crogiolo di precariato). La’ dove nessuno ti da lavoro, te lo dai tu stesso tramite l’associazione e se sei fortunato riesci a fare qualcosa per cui hai studiato. Quindi oggi *forse* più di prima si avverte la stridente contraddizione di una realtà in cui convergono un ideale di solidarietà e una necessità di retribuzione (per la sopravvivenza).
    In questo contesto bisogna distinguere le onlus dalle onlus a delinquere. Pensate che praticamente ogni deputato, senatore, presidente, arcipresidente, vescovo etc.. ha una sua onlus personale alle spalle che funge da un lato come bacino di voti e consensi e dall’altro come tramite per rubare qualche altra goccia di denaro della comunità destinata al welfare (per non parlare di quelle completamente fasulle che spuntano come funghi e servono solamente ad avere sgravi fiscali sulle proprie attività lucrative, quando non devono semplicemente coprire il lavoro nero; in un caso ho letto di una onlus che aveva ricevuto non so quanti fondi pubblici che il presidente si era mangiato comprandosi case e barche, facendosi ovviamente sgamare). Tutte le onlus più grandi devono necessariamente avere dei contatti con le realtà politiche dei territori in cui vanno ad operare ed ovviamente tanto più la politica è pulita, tanto più lo sono i rapporti con le onlus e viceversa. Le onlus idealiste sono le più “scamazzate”, specialmente in Italia e quando pur mantenendo un nucleo idealista riescono a sopravvivere, ci deve essere da qualche parte una “zona grigia” fatta di compromessi.
    In tutto ciò il clima aziendale è inevitabile. Una onlus è una piccola azienda, solo con scopi differenti. Quanto più l’istituzione è grande e indipendente dalla realtà territoriale, tantopiù a starci dentro si proverà un senso di alienazione.

  • Cornelia

    Grazie, Fedepone!
    Il bello dei blog e’ che c’e’ sempre qualche persona gentile che aiuta a vedere piu’ chiaro nelle cose!
    Ora ho un punto di partenza per le mie prossime ricerche.
    Ancora un milione di grazie.
    Cornelia

  • ariaora

    Oltre a quanto detto da Fedepone c’è un altro fattore fondamentale che differenzia le Onlus dalla imprese a scopo di lucro: le aziende a scopo di lucro si finanziano con soldi propri, i presidenti e i soci delle onlus non rischiano capitali propri, ma prendono soldi in beneficienza da terzi e/o dallo Stato ( x mille ecc.) e quindi non distribuiscono utili perchè i soldi investiti non sono i loro.
    L’equivoco è credere che l’assenza di scopo di lucro delle Onlus renda “buone” a priori le attività dell’associazione solo perché non c’è distribuzione di utili a chiusura di bilancio e non c’è un soggetto che detiene l’eventuale ammontare di capitale creato e accumulato (denaro ricavato dalle attività e beni acquistati con i ricavi e la beneficienza). Infatti, nella pratica possono esistere molti modi per “distribuire utili”, ad esempio sotto forma di rimborsi spese, o magari “assumendo” un nipote senza fare il concorso (v. nepotismo…) oppure tutte le cose che ha raccontato Fedepone.
    La demonizzazione della distribuzione degli utili è deviante come lo è la beatificazione e l’uso improprio del termine volontariato.
    L’utile va a compensare in parte il lavoro dell’imprenditore che non riceve uno stipendio, in parte il rischio di perdere quanto investito, in parte l’interesse dei soldi investiti (passivo, o mancati attivi).
    Il problema non è la distribuzione degli utili o il capitale, il problema è che non c’è senso della misura, della giustizia e della condivisione. Il problema è che le regole dell’agire imprenditoriale non sono chiare, non sono omogenee e sono discriminatorie, piene di cavilli, di interpretazioni soggettive e favoritismi.
    Fedepone dice che le onlus idealiste sono le più “scamazzate”, stesso problema per le imprese.

    L’uso del termine “volontario” per classificare il dipendente retribuito di una associazione è ingannevole, a meno che non ci si riferisca, con al contrario estrema precisione, al fatto che il lavoratore abbia liberamente scelto quel lavoro; ma allora anche l’operaio in catena di montaggio sarebbe un volontario (a meno che non pensiamo che quest’ultimo invece svolga quel lavoro per costrizione…)

  • ariaora

    Aggiungo una domanda per Fedepone: perché con i tuoi colleghi di università avete scelto di agire sotto forma di Onlus?

  • fedepone

    Concordo con Ariaora 😀
    Se ho passato l’idea che demonizzassi lo scopo di lucro allora ci tengo a precisare che non è così: sono solo campi d’azione differenti.

    Noi abbiamo scelto la Onlus perché è la forma in cui, ora come ora, possiamo esprimerci meglio. Ci permette di conciliare il nostro livello di studi con la voglia di fare (e non restare parcheggiati all’università con le mani in mano). Tanto ci sono moltissimi miei colleghi (psicologi) che anche dopo l’abilitazione restano a fare volontariato nelle strutture dove hanno fatto il tirocinio, soltanto per poter fare ciò per cui hanno investito anni di vita per lo studio. E allora tanto valeva che i progetti in cui fare volontariato ce li scrivessimo noi (e chissà, magari si riesce pure a vincere un bando), inoltre divisi siamo tutti indeboliti e ricattabili, aggregandoci almeno possiamo aiutarci a vicenda.

    • ariaora

      La demonizzazione dello “scopo di lucro” non è tua Fedepone. E’ uno dei tanti stereotipi che ci controllano e condizionano. Già la scelta della terminologia è indicativa di un obiettivo screditante: “lucro” è una parola non proprio edificante. Invece anche le Onlus hanno il loro “scopo di lucro” (pagare gli stipendi dei dipendenti, ecc.) e peggio possono anche avere scopi propagandistici (ad esempio con finanziamenti più o meno noti da enti effettivamente lucrativi che serviranno per pagare i suddetti stipendi e nella pratica condizioneranno le attività della Onlus).
      Perché tu e i tuoi colleghi ritenete di essere meno ricattabili con la veste di Onlus e non di Impresa? E perché pensate di conciliare meglio i vostri scopi, anche socialmente utili, con la veste di Onlus e non con quella di Impresa? La scelta del livello di lucro è una scelta soggetiva, i soci dell’Impresa non sono liberi di scegliere quale sia il loro livello di lucro? Il professionista autonomo non è libero di indirizzare il livello di lucro della sua attività?
      Da non dimenticare un’altra differenza fondamentale tra Onlus e Impresa: oltre ai capitali investiti di origine esterna c’è anche la tassazione, infatti le Onlus godono di molte agevolazioni fiscali. Quindi la scelta di avviare un’attività Onlus non è esclusivamente e necessariamente altruistica.

      • fedepone

        E’ un discorso lungo… il fatto è che per adesso l’impresa è fuori della nostra portata. Diventerebbe uno sforzo eccessivo e improduttivo. L’onlus rispecchia di più quello che possiamo/vogliamo/ci occorre fare in questo momento della nostra formazione.

        Ma come mai tutta questa curiosità? 😛

      • ariaora

        Non so il motivo della curiosità, ci vuole una motivazione particolare per interessarsi e approfondire questi argomenti negli aspetti più pratici? magari direttamente con chi li affronta?

        Mi interessa capire il funzionamento pratico, capire cosa c’è davvero dentro le parole e l’uso che fa delle parole chi le conia e le modifica anche attraverso le leggi. Un esempio eclatante la “legge finanziaria” rinominata “legge di stabilità”.
        E così “scopo di lucro”.

        Tra l’altro il settore “psicologia” è molto strategico e sarebbe molto importante che fosse realmente indipendente da ricatti.

  • fedepone

    Beh, se vuoi discuterne penso sia più facile per mail o tramite Facebook 😛
    federico.pone@yahoo.it

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: