La precarietà: il diritto/dovere di raccontarla!

E’ difficile raccontare la precarietà e in questo blog ho provato a farlo, per rendere visibile quello che altrimenti rimarrebbe confuso tra lamenti e definizioni stereotipate.

Difficile, come dare colore e forma a una enorme pietra che ti schiaccia in basso, che ti impedisce di riemergere, una enorme lastra di marmo nero che ti impedisce di vedere il sole, una mano feroce che ti spreme la carne e che resta aggrappata alla tua faccia per toglierti anche il respiro. La mortificazione e la miseria se ce li hai addosso è difficile definirli. Ché al massimo resisti, trattieni il fiato, chiudi gli occhi, stringi i pugni, e solo quando trovi tregua guardi lì vicino e vedi altri corpi sotto pietre scure e anche loro hanno il brutto difetto di non voler morire.

Di che colore sono le lacrime di una precaria o di un precario? Io vedo solo il rosso sangue e poi vedo ancora buio, quello delle divise che vanno in piazza a fermare gli urli di rivolta e vorrebbero impedire alle parole di diventare parole, alla voce di diventare voce, alla vita di raccontare vita.

Sono donne, uomini, ragazzi, ragazze, la nostra gente, fatta di sudore e carne, che arriva tutta assieme e vive e ama e passo dopo passo mette distanza tra se’ e la pietra che continuano a buttargli addosso, ché a guardarla bene, la pietra, siamo gli unici e le uniche a poterla raccontare perché la vediamo da vicino e tra il nero e il grigio ci sono striature, complessità e poi crepe, quelle crepe in cui possiamo insinuare dita, argomenti, parole, colori.

Precarietà è la rinuncia agli abbracci, al caldo, al sole, alla luce. Precarietà e la legna che arde altrove mentre tu crepi di freddo, ed è futuro rubato, ricatto, mediocrità, violenza. Precarietà è tutta la nostra vita che è interessante, certo, ma è incazzata e quella rabbia abbiamo diritto di raccontarla e di insinuare verità dove regnano le bugie, foss’anche con un manifesto, un volantino, una scritta sui muri. Colori dentro le crepe di un meccanismo che prima o poi si romperà.

Raccontare la precarietà è un dovere perché se non capita a noi, precari e precarie, di raccontarci, chi potrà farlo al posto nostro? Noi siamo voce che viene censurata. Siamo libertà negate. Siamo diritti violati.

Restiamo vivi sotto le macerie ed è dal basso che dobbiamo urlare, perché la voce è potenza e la potenza è libertà. Non lasciate che vi/ci rendano invisibili. Non lasciate che la pietra parli al posto nostro.

Malafemmina vive. Malafemmina siamo tutti/e noi!

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One response to “La precarietà: il diritto/dovere di raccontarla!

  • CRISTINA

    a volte quella pietra ti rimane addosso anche quando a 47 anni diventi “fissa”. Dopo una vita da precaria: hai fatto figlie; sei diventata nonna ma non te ne sei accorta hai dedicato tutto alla ricerca di uno straccio di lavoro e si abbandonano gli amici, gli amanti, i rapporti importanti. eppure c’è ancora voglia… e si va a Roma: a vedere, a cercare a urlare tutta la rabbia contro chi ancora (per poco) si fa difendere da pupazzi in divisa e con le armi. CRISTINA

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