Storia di un ribelle precario

“Precaria anche tu, eh?”

“Si, vero…”

Comincia così il racconto, di uno tra i tanti, uno di noi, di quelli che capello lungo o corto, barba o non barba, uomo o donna, si sente Malafemmina come me. Ribelle. E’ un ribelle.

Lui il buio se lo vive davvero, per dieci o forse più ore al giorno, quando resta a sviluppare pellicole di quelle che non sono scene in digitale, e se quel lavoro non lo fa lui le aziende cinematografiche che ordinano la stampa non potrebbero fare le gradasse, vantarsi di un prodotto culturale. Culturale un cazzo, giacchè è realizzato grazie ad un precario che di tre mesi in tre mesi e da più anni si vede rinnovato il contratto a tempo determinato senza mai poter contare su una forma di stabilizzazione.

Dieci mesi l’anno e poi niente. Ferie non pagate, pausa trimestrale e incertezze per il futuro. E lui si arrabbia, eppure produce scene di cui noi godiamo per ritemprarci spirito e cervello, scene che ci confortano e consolano i pochi neuroni che ci sono rimasti, e resta al buio a sviluppare centimetro dopo centimetro quelle pellicole al costo di un operaio senza qualifica, come ultimo anello di una catena che vede star strapagate e vip a raccogliere gli appalusi al prezzo di violente schiavitù.

Con l’assillo che l’industria cinematografica volge tutta in digitale e per questi operai della cultura prodotta al chiuso di una stanza buia non c’è futuro e allora si farà la rivoluzione.

Si farà? Lui dice che se non ha niente da perdere potrebbe pensare a voler rompere catene, maroni, mattoni, molecole e blablabla.

Gli dico che se ha respiri e cuore e anima e pensieri e poi lui, noi, tante persone come me, ha sempre qualcosa da perdere e allora la rivoluzione la facciamo insieme, non so dove o quando, forse a partire da un post, piccolo, che faccia sentire lui meno invisibile e me meno inutile e impotente, perché le rivoluzioni, forse, si fanno anche così, una mano che ne stringe un’altra, ché se tu sei al buio, a sviluppare le tue pellicole, io ti porto qui alla luce e chiunque abbia una lampadina la tenga accesa e gliela punti addosso per rivendicare quella giusta sfumatura che ci fa umani e vivi e aventi diritto alla rabbia e alla speranza.

Non so se l’ho raccontata bene la tua storia ma l’ho capita perché quella storia me la sono vissuta addosso mille volte anch’io. Allora con te inauguro la mia categoria sulle storie precarie e so che la tua, dopo la mia, è solo una tra le tante ma è unica perché l’unicità è roba nostra. Che ti raccolga un abbraccio solidale, il mio, quello di tante altre persone.

Siamo qui e non siamo soli/e.

E luce sia!

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One response to “Storia di un ribelle precario

  • Salvo

    io sono ancora commosso a queste parole:
    ‘ … ha respiri e cuore e anima e pensieri e poi lui, noi, tante persone come me, ha sempre qualcosa da perdere e allora la rivoluzione la facciamo insieme… da un post, piccolo, che faccia sentire lui meno invisibile e me meno inutile e impotente, perché le rivoluzioni, forse, si fanno anche così, … una mano che ne stringe un’altra, ché se tu sei al buio, a sviluppare le tue pellicole, io ti porto qui alla luce e chiunque abbia una lampadina la tenga accesa e gliela punti addosso per rivendicare quella giusta sfumatura che ci fa umani e vivi e aventi diritto alla rabbia e alla speranza.
    Che ti raccolga un abbraccio solidale, il mio, quello di tante altre persone.
    Siamo qui e non siamo soli/e.
    E luce sia! ‘

    sono con le mie mani strette alle vostre, le nostre mani, RESPIRIAMO ASSIEME, RIVOLUZIONIAMO ASSIEME ! LUCE SARA’ ! IO CI CREDO !

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