Il precario dai sogni pigri

Federico ha i sogni pigri. Gli si sono impigriti con il tempo. Quello trascorso a svenarsi per trovare pace, a calpestare fango e cemento per sopravvivere alla strada. Quello di scelte, difficili, e bisogni, negati, e affetti, respinti, per modestia o presunzione, per insicurezza o perchè voleva tanto di più.

Federico fa Neri di cognome ed è un precario come noi, costretto da vegetariano a disossare maiali, arguto, intelligente, sarcastico, pungente. Non è uno qualunque, come ciascuno di noi non è. E’ un giovane ragazzo che resta ad aspettare, che arrivi il freddo, il giorno, il buio, qualcosa, e nel frattempo elargisce sentimenti e passioni con l’idea fissa che quanto abbia da dire non importi a nessuno.

Il lavoro che vorrebbe lui ce l’ha già, misura le stronzate altrui, capisce la gente, riconosce le fragilità, prende per il culo per sopravvivere, ma non gli dà stipendio ed è una risorsa che pure se gli è utile deve talvolta mettere da parte per andare verso il mondo.

Con la stanchezza lecita di chi ti guarda e sa già cosa dirai, quante virgole sbaglierai, ché i precari sono un po’ così, ti leggono attraverso e poi hanno già vissuto e tu non potrai dirgli nulla che non sappiano già. Fondamentalmente si annoiano e sorprenderli è un lavoro a tempo pieno.

La ricchezza di un precario che ha troppo passato e non si dà pace per costrure un futuro bisognerebbe quotarla in borsa se si lasciasse mercificare ma non fa curriculum e allora ad un precario come Federico restano le giornate, resta l’amore che riesce ad acchiappare, resta se’ stesso ché dice di bastarsi e si basta spesso poi si sottrae a chi misura la sua qualità e la vede come indispensabile perché indispensabile Federico, e molti altri precari, lo sono sempre.

Potrebbe fare tutto, Federico, perfino andare sulla luna, potrebbe governare l’Italia e lo farebbe meglio di quei quattro idioti che prendono troppo stipendio per troppo poco cervello, ma è là fermo e cammina in punta di piedi, per quanta pesantezza lo affligga, per andare adagio, avanti e adagio, fermo e adagio, ché talvolta pretende che il mondo arrivi da lui invece che il contrario.

E’ talmente bello, Federico, che solo a sfiorare il suo perimetro ti fa sentire quasi migliore, ma anche questa non è una qualità che i datori di lavoro cercano e tra l’altro è fuori dall’età di apprendistato e non è neppure di quelli che lamentano di non poter costruire una famiglia o di non potersi permettere un mutuo dove portare a casa una donna.

I genitori sono una risorsa e lui li vive attraverso una stanza, il suo mondo, in effetti, resta compresso dentro una stanza, ché se non si muove le belle cose che stanno fuori non lo raggiungeranno, ma la precarietà ha di brutto anche questo: ti condiziona e ti spreme i sogni fino a farli diventare pigri.

E’ tanta roba, questo Federico qui, e quasi gli devi far piacere l’idea di lottare, ché lui lotta in generale ma non per se’, e allora ve lo racconto, quest’uomo prezioso, che è solo uno tra i tanti precari che i ministri chiamano “fannulloni”, uno di quelli traditi dalle parole vane, dalla fatica, dai sorrisi ipocriti e dalle bugie. Uno come noi che forse dice a se stesso meno bugie di quante noi invece ci concediamo.

A Federico e al suo mondo a parte, a quello che vedo di lui e alla sua storia che non posso raccontare come vorrei perché verrebbe fuori anche più bello di così ma lui non vuole, ché non si concede neppure l’illusione di essere altro rispetto a quel che è.

A Federico Neri, una carezza, un abbraccio di solidarietà e il bisogno che in questa lotta ci sia anche lui, ché se anche lui di noi non ha bisogno siamo noi che non possiamo farne a meno.

Ps: ho fatto leggere la storia al tale Federico, che suole definirsi parte della categoria dei culi pesanti e che sostiene che questa descrizione gli somigli quasi per niente e che se fosse così si sparerebbe. Invece lui ha determinazione e capacità di reazione e poi ha humour e ironia da vendere e il suo estro è talmente grande che mi spinge a dire che anche lo stereotipo del precario piagnone è da superare. Esistono, e certamente, persone che esprimono una complessità diversa e che sono precarie ma accidenti sono vive e ridono e non si lasciano ammazzare da quello che subiscono. Tanto bisognava aggiungere e quindi l’invito è a raccontarvi per quello che rappresentate e non vergognatevi di ogni risata e di ogni sguardo ironico ché le lacrime sono preziose e fondamentalmente un “me ne fotto” al giorno ci risolve.

Annunci

One response to “Il precario dai sogni pigri

  • HCE

    non so se questo ritratto assomigli a federico. o a qualcun’altr*. o ad una minestra di cose di tanti altr*. o a qualcosa comune a molti altr*.

    leggere questa storia dal punto di vista di chi precario non lo è fa emergere un lato esistenziale positivo della precarietà: per noi “diversamente precari”, il potersi definire sulla base di una posizione lavorativa (che ci raccontiamo) stabile è una comodità pericolosa.
    un’occasione in meno per farsi domande.
    una routine che irrigidisce le giornate.
    un enorme incentivo a sedersi nella propria situazione in quanto garantita. al conservatorismo sociale.
    una fonte di senso di colpa nei confronti dei nostri colleghi meno fortunati.
    ci autoricattiamo ad accettare il lavoro come un dato di fatto e non un modo altamente subottimale di gestire bisogni e capacità delle persone.

    certo, queste non sono sbarre. ma un piano inclinato si.

    stiamo insomma su una superfice esistenziale che pende di più verso l’appartenenza alla casa al lavoro al futuro. nulla che non si possa risalire volendo, ma la gravità è la gravità.

    la superfice esistenziale del precario sembra più inclinata verso la non appartenenza, verso la sussistenza al presente. l’afferrare ogni occasione di gioia e di cospirazione. questo è stato quello che mi è piaciuto di questo romanzo. ben consapevole che di romanzo si tratta.

    avere all’interno di uno stesso ambiente di lavoro personale precario e non è un modo per creare diffidenza tra persone la cui condizione esistenziale è essenzialmente quella di lavoratore, che si differenziano solo per un aspetto sostanzialmente marginale. un perfetto esempio di divide et impera. una fonte di oppressione sia per chi è meno garantito, ma pure per chi lo è di più. dialettica servo padrone, once again.

    diventa più chiaro se per un momento ci permettiamo di sognare. non roba tipo lavoro dignitoso per tutti. sogni migliori. tipo la fine del lavoro e del denaro.

    allora tutto quello che avremo accumulato, la nostra posizione di privilegio, le proprietà, se ne andranno in cenere. e allora perché lavorare più di quanto serva per la sussistenza?

    certo è una cazzo di prospettiva millenaristica, perché la rivoluzione che abolisca il lavoro ed il denaro è un periodo ipotetico del terzo tipo.

    ma pur sapendo questo, valutare il proprio presente dall’ottica dei propri sogni migliori, se i sogni sono davvero buoni, può essere illuminante.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: