Progetto Malafemmina

Malafemmina non è una persona. E’ un progetto di comunicazione politica sulla precarietà, immaginato da più persone legate al collettivo Femminismo a Sud.

Un esperimento, una ricerca sulla comunicazione, un esercizio di stile condotto dal basso, che sommava più esperienze sulla precarietà raccontate attraverso un personaggio inventato apposta per realizzare un mito.

Abbiamo cominciato a pensare di voler definire diversamente la precarietà quando ci siamo rese conto che tutto ciò che leggevamo non ci rappresentava affatto. Parole che non ci somigliavano, che non narravano la fatica, il sangue, il sudore, le lacrime, i sacrifici, l’assenza di prospettive e tuttavia l’allegria, la capacità di reazione, la rabbia, la schiena dritta di fronte alle mortificazione, la voglia di ridere e amare nonostante quella spada sospesa sulla nostra testa perennemente esposta ad ogni sorta di ricatto e dipendenza.

La nostra età è mediamente tra i trenta e i quaranta e dunque lì abbiamo collocato Malafemmina, una figura di donna che ha vissuto tutto ciò che ha raccontato e la forza dei racconti risiedeva nel fatto che si tratta di cose vere, sebbene non siano avvenute tutte assieme, nel presente, o magari si, ma non tutte alla stessa persona.

Siamo precarie per davvero e ci siamo sentite usate, offese, insultate ogni volta che si parlava di noi con il preciso obiettivo di toglierci voce. E non serviva dirlo, cercare di intervenire qui e là per modificare l’immagine che delle persone precarie, specie quelle di sesso femminile, si vuole dare, perché comunque ti dicono che si tratta di eccezioni, dato che in generale tendono a schiacciarti in una visione delle cose che omologa e appiattisce su contenuti decisi dall’alto, nella sede di una redazione di una qualunque testata giornalistica, in quella di un sindacato che parla di precarietà dopo aver appoggiato ogni possibile provvedimendo che ci ha sovraesposto alla svendita di corpi e di cervello, in quella di un partito che di noi se ne fotte tanto quanto e che ostenta l’immagine di una precaria da far parlare in sede di congresso giusto per rifarsi il maquillage e fingere di stare dalla nostra parte.

Delle precarie si dice siano tutte preoccupate perché non possono fare figli, non possono rifarsi una famiglia, non possono realizzare sogni e bisogni indotti da una società eteronormata.

Delle precarie si dice siano cialtrone, imbecilli, parassite, fannullone, e lo si dice anche al maschile, ché è una cosa generalizzata, e dunque si dice ancora che è precaria chi non è capace, chi non ce la fa, che se aveste più intelligenza e capacità di iniziativa sapreste certamente sfruttare le milioni di possibilità fruibili nell’eldorado italico.

La figura della persona precaria è totalmente priva di appeal, senza alcun diritto a rivendicare, quasi sovversiva se osa alzare la voce, completamente demonizzata se non sposa gli argomenti di una certa parte politica, costretta a interpretare il ruolo della piagnona passiva che attende una soluzione che sia calata dall’alto, strumentalizzata e strumentalizzabile.

Precaria è ogni persona che viene invisibilizzata se nessuno può vantarne la proprietà, perché i disagi che si autorappresentano diventano pericolosi e all’istante vengono omessi, rimossi, sottoposti a censura, che se non sono funzionali allora non esistono a partire dalle fonti stampa progressiste o sedicenti tali che ingaggiano professionisti dell’indignazione per movimentare le piazze purchè le piazze obbediscano all’agenda politica imposta dall’alto.

La cosa che ci interessava fare, allora, era quella di dare voce a chi non ha voce, di parlare un linguaggio diverso a partire dalla narrazione, dalla invenzione di un personaggio letterario che se narrato bene poteva farsi mito, assumere carattere e forza e finanche forare i media.

Volevamo capire se non fosse possibile rappresentare un mito a partire da una figura apparentemente discutibile, una donna come tante, anzi peggio, perché criticabile, sovraesposta, fragile, con una sessualità svelata, aperta e senza fronzoli, con l’abitudine a dire quello che pensa e a comportarsi in modo coerente provando a non scendere a compromessi quasi mai. Una donna che dice a se stessa pane al pane e vino al vino e che svela debolezze, limiti e si presenta nuda, per ciò che è, incontrando altre in una porzione di se’ che non lascia dubbi e che si fa percepire come intera.

Per la mentalità comune Malafemmina sarebbe una donna un po’ zoccola e altrimenti nessuno le avrebbe dato diritto di parola ché non è proprio il modello tipicamente in grado di superare i casting della politica esibita.

Canonizzare la “zoccola” e “precaria” è stato abbastanza semplice, in realtà, il che ci lascia intendere, laddove vi fossero ancora dubbi, che esiste una solidarietà orizzontale che può essere metro di azione politica da rintracciare per la comunicazione del disagio sociale.

In parole povere: la gente non è stupida, non sono tutti idioti, c’è speranza e per quanto vi siano pregiudizi e stereotipi e controllo della comunicazione esiste comunque la possibilità di bucare schemi e mondi altri per emergere e intercettare eguali bisogni o comunque pensieri solidali.

La precarietà prescinde dai pregiudizi e le persone che hanno seguìto le disavventure di Malafemmina per mesi non si sono lasciate fermare da alcun pregiudizio.

Alcuni elementi sono comunque venuti fuori dal nostro studio. Il mito di Malafemmina si è diffuso anche perché esiste un bisogno reale di identificarsi in qualcuno/a e questo spiega come mai in Italia si deleghino le lotte a personaggi che sono altrettanto “falsi” per quanto abbiano un volto noto. Soggetti la cui modalità di comunicazione è costruita ad arte da intere equìpe che si occupano di marketing e che hanno l’obiettivo di acquisire e spostare consenso.

Malafemmina ha rifiutato il concetto di delega e il suo invito è sempre stato all’autorappresentazione ché lei non intendeva rappresentare altro che se stessa. Dunque non voleva essere una leader e rifiutava ruoli di primo piano per quanto avesse una predisposizione a non omologarsi.

Le persone che si sono affezionate a Malafemmina sono di vari tipi. Gli uomini che volevano semplicemente un approccio sessuale con lei, soggetti il cui immaginario era stimolato da questa pseudo eroina letteraria del quotidiano precario. Le donne che si riconoscevano nelle dinamiche narrate o che usavano suggestioni per stimolare altre suggestioni. Donne che si identificavano in lei e che l’hanno incontrata come si incontra la parte migliore di se’. Donne che si sono affezionate a lei e che l’hanno da subito considerata una amica.

Donne che l’hanno odiata, per invidia, competizione, ostilità. Uomini che l’adoravano per la schiettezza, per la disinvoltura, per l’agio mentale al quale rinviavano i suoi scritti, per il fatto che lei avesse mostrato di gradire tratti di mascolinità non machisti.

Al Feminist Blog Camp è stato chiesto se ci fosse una analisi di genere nella creazione del personaggio e senza dubbio c’era e quell’analisi permeava tutta la narrazione e riguardava anche la parte maschile che è componente essenziale del nostro collettivo e che si oppone a certi modelli di mascolinità che pretendono di essere rappresentativi di chiunque quando invece e con prepotenza, in pochi e neppure tra i migliori, non rappresentano altri che se stessi.

Restituire appeal ad una figura di donna tanto impopolare senza dare appeal a uomini costantemente censurati nel loro sforzo di essere differenti, migliori, sarebbe stata una cosa monca, non lungimirante, lontana dall’idea di società che vogliamo, dove i livelli di oppressione riguardano tutti e tutte a partire dai ruoli che ci impongono di interpretare, violenti per gli uomini e per le donne, dai quali è difficile uscire, sia che si tratti di uomini gay che non ottemperano al dovere riproduttivo e familista, sia che si tratti di uomini etero che vivono perfettamente anche senza umiliare le donne, senza sposare la patria come primo elemento da rappresentare e senza imbracciare armi per fare guerre a difesa di una economia di mercato che ci massacra tutti.

Oltretutto non è un caso se nel blog di Malafemmina la persecuzione via commenti e insulti ad opera degli squadristi maschilisti che popolano il web è cominciata giusto in coincidenza con post che esprimevano consenso per uomini non machisti che i neomaschilisti giudicano traditori, fuori dal branco, soggetti da punire con dileggio e un linguaggio violentissimo, perché diventa imperdonabile il fatto che questi uomini abbiano deciso di disertare ed esprimere una forma di mascolinità diversa per ciò stesso risultando più desiderabili agli occhi di tante donne, e di questo siamo sicure, che di sicuro hanno/abbiamo gusti precisi quando si tratta di scegliere quale uomo vogliamo accanto, vicino, intrecciato, fiato, corpo, pensieri, sesso, intelligenza, odore, tatto, sensualità e passione. Questo per i neomaschilisti è pura bestemmia. Non possono sopportare che una donna si esprima in questo modo nei confronti di persone contro le quali si scagliano per limitarne finanche i respiri.

Ma senza voler dilungarci in una discussione che potrebbe occuparci per giornate intere, resta il motivo per cui abbiamo immaginato di voler sperimentare un progetto di comunicazione in cui era necessario capire come si muovono i media per passarci attraverso.

Il linguaggio scelto è nazional/popolare/militante. Non rilasciamo comunicati stampa o volantini ma raccontiamo storie che contengono rivendicazioni politiche. Non usiamo termini incomprensibili o ci sforziamo di non farlo, ma parliamo di bisogni e dai bisogni lasciamo scaturire soluzioni, risposte, richieste, che talvolta vengono spontaneamente e altre volte bisogna solo intercettarle ché le persone che hanno problemi se riescono ad analizzarli come si deve alla fine riescono a trovare il modo per individuare alcune forme di rivendicazione.

Quello che ci preme è capire in quale modo si può far scaturire un livello di consapevolezza su alcuni argomenti. Su Femminismo a Sud lo abbiamo fatto prevalentemente per ragionare di violenza maschile contro le donne, sfidando pregiudizi millenari che insistono ancora oggi a criminalizzare la figura della vittima che è davvero difficile spogliare dell’abito della megera che le viene ricucito addosso. E per quanto sembri assurdo è stata una ottima scuola quella di cercare di trovare consenso attorno alla figura di cadaveri, donne morte ammazzate perchè, credeteci, ogni vittima, a maggior ragione quella morta, non ha voce e nessuno vuole darle voce e dunque finisce sempre per essere descritta come colpevole.

La figura della donna precaria è anch’essa vittima di una sorta di omicidio sociale che si realizza sulla pelle di donne e uomini di ogni tipo e bisogna osservare in quel contesto separazioni su separazioni perché ricorrono distanze compiute da differenze di genere ma anche di classe e la precarietà nella precarietà per eccellenza diventa anche differenza di etnia e nazionalità.

Studiare le forme della comunicazione attraverso le quali si possono raccontare le nostre verità equivale a conoscere i modi attraverso i quali i media del nostro tempo veicolano contenuti diffamanti e vergognosi attraverso fiction, show pomeridiani con tribunali fasulli, cronache mistificate e personaggi distorti e frutto di costruzioni mediatiche. Significa che dobbiamo essere coscienti che tutto ciò che guardiamo e leggiamo è falso. Che dobbiamo usare senso critico e che dobbiamo affezionarci ai contenuti prima che alle firme di chi li veicola. Che dobbiamo distinguere verità dalla fantasia e dobbiamo attribuire la giusta forza alla narrativa e alla autorappresentazione.

La comunicazione politica non può prescindere da questi passaggi fondamentali e non si può immaginare di imporre i pensieri come fossero ideologie senza intervenire preventivamente e con le stesse armi dove ricorre la propaganda che crea il terreno sul quale si radicano provvedimenti, leggi che non ci rappresentano, con strumenti che osano senza tradire la sostanza di ciò che vogliamo dire.

Cambia l’impostazione ma si tratta sempre di una forma di attivismo e dato che pensiamo che chi fa letteratura non può esimersi oggi dall’obbligo di fare una sorta di resistenza civile allora chi fa letteratura deve fornire un dizionario che modifichi il linguaggio senza snaturarlo, che sappia usare i nuovi meccanismi della comunicazione senza lasciarsi fagocitare da essi, che rubi il mestiere ai tanti autori degli show televisivi per dire che qui, e gratis, c’è chi usa penna e cervello per il bene comune e non per fare bene al proprio culo senza pensare alle conseguenze, alla ricaduta sociale che ogni parola produrrà.

Inventare un personaggio per far ricavare dal basso che esiste una voce altra, forte, sostanziosa, credibile e vera, dove non c’è neppure una immagine, una fotografia, eppure identificabile e riconoscibile al punto da ricevere inviti da redazioni televisive, da essere citata su quotidiani, da essere monitorata da giornalisti e sociologi, come fenomeno diverso, è una beffa, se volete, a chi immagina che la comunicazione, così come viene gestita oggi, non sia interpretabile e non si possa aggirare.

Pensate se Malafemmina fosse stata concepita con qualche soldo invece che con mezzi poverissimi, se avesse avuto un sito o perfino una immagine graficamente creata apposta per darle un volto, pensate se fossimo state così spregiudicate da trovare una comparsa in grado di interpretare quel ruolo.

Pensate al fatto che si può santificare una Malafemmina a partire da un nickname denigratorio per le donne del quale ci riappropriamo per dare ad esso un contenuto totalmente diverso, per dire ancora una volta che la sostanza è più importante dell’abito che ti hanno ricucito addosso con quel tessuto fatto di stereotipi e pregiudizi.

Pensate che la stessa cosa si può fare attraverso la narrazione di soggetti reali che parlino di prostituzione, di disagio diffuso, di violenze, di rivendicazioni legate ad altri contesti e lo diciamo con la certezza di vedere praticato questo metodo da categorie reazionarie che a differenza di ciò che facciamo noi portano in scena misoginia e pregiudizio ricucendo l’abito della vittima sulla pelle dei carnefici, siano essi uomini violenti con le donne, persone che praticano repressione di ogni genere, soggetti autoritari che usano il revisionismo per negarci anche il diritto al passato.

Ci sarebbe tanto da dire su questo progetto e ne riparleremo ancora anche se continua ad essere un work in progress, intanto però ci preme assicurare che non intendevamo prendere in giro le persone con le quali per davvero si è creato un rapporto intimo – che è riconfermato e tale resta – fatto di progetti, solidarietà e abbracci virtuali, di soccorso e rivendicazioni comuni, né si voleva prendere in giro chi ha immaginato di voler infierire su Malafemmina per rivendicare il diritto all’uso di un nickname, ritenendo prioritaria l’espressione di un protagonismo nel web piuttosto che altri obiettivi che per noi non sono certamente così pregnanti. (Le uniche Malefimmine che noi riconosciamo sono nostre sorelle e compagne di lotta, che tuttavia non erano a conoscenza del progetto e mai hanno comunque proferito obiezione rispetto ad un intento che evidentemente è comune!)

Ci siamo trovate, ad un certo punto, a difenderla per davvero questa donna che non esisteva, per difendere il diritto all’esistenza di chi voleva raccontarsi attraversando muri che ci sembravano fatti di richieste superflue a fronte di una emergenza sociale così gravosa come quella che veniva espressa su queste pagine. E anche in quel caso abbiamo dovuto caratterizzare la rivendicazione e misurare la consapevolezza di chi ci somiglia o di chi somigliava a Malafemmina per legittimare una soggettività che aveva diritto all’esistenza prima che certi snobismi immaginassero di volerla esiliare per motivi a noi davvero incomprensibili.

Infine resta da definire la fase successiva. Abbiamo deciso di raccontare cos’è il progetto Malafemmina al feminist blog camp perché altrimenti avremmo dovuto sporcarla. Non la volevamo santa, non volevamo sollecitasse deleghe e volevamo usare gli spazi ottenuti grazie a lei per parlarci per davvero a partire da queste consapevolezze.

Malafemmina ha avuto una buona dose di accessi al blog, ha 4000 persone che hanno chiesto di poter seguire la sua pagina facebook e ha creato attorno a se’ una comunità che vive e racconta la precarietà.

Malafemmina è un soggetto politico e ha tessuto una rete di Malafemmine/i che può continuare da dove lei ha lasciato per sollecitare altra autonarrazione, ritagliarsi consenso e darsi appeal e desiderabilità rispetto all’esigenza di riconoscimenti necessaria nelle lotte sociali.

Altrove c’è chi demonizza precari e precari. Noi siamo persone vere, che raccontano cose vere e per quanto Malafemmina fosse un personaggio costruito comunque tutto ciò che ha raccontato era verità.

Di verità è fatta la nostra vita e non possiamo lasciarci schiacciare da chi racconta balle per metterci in cattiva luce. Noi siamo luce. Noi siamo interessanti e il nostro dovere è quello di comunicare e far crescere consapevolezza sui temi che ci riguardano.

A partire da un piccolo blog. A partire da noi. A partire da una Malafemmina qualunque. Perché…

Siamo tutte/i Malafemmina!

—>>>Immediatamente dopo il Feminist Blog Camp il profilo facebook di Malafemmina è stato segnalato e ne hanno minacciato la chiusura. QUI le adesioni a sostegno affinchè non sia chiuso. QUI la nuova pagina gestita in gruppo per fare in modo che continui ad esistere un punto di riferimento  per la community di voci precarie che si sono riferite a Malafemmina.

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