Piango lacrime di serie B

Scritto da Meno e Pausa, una di noi:

Non capisco. Dico davvero. Sto qui a chiedermi perché sto consumandomi la vita appresso alla precarietà, alla ricerca di un lavoro mediamente soddisfacente, accontentandomi di fare cose malpagate e faticose, o cose malpagate, in nero, avvilenti e poco gratificanti, che posso farmele piacere giusto in virtù del fatto che ho senso dell’ironia e forza sulle spalle. Sto a chiedermi perché invece che aprirsi le porte mi si chiudono davanti, una per una, prima quella del contratto regolare, poi quella del diritto ad un lavoro retribuito, qualunque esso sia, poi quella di una pensione.

Io non ce l’avrò mai una pensione e sono a piangere miseria e a cercare una via d’uscita che se non fosse che ho cervello e un coraggio da leoni, o forse solo incoscienza, perché mi aggrappo ai sogni, già sarei morta di depressione, di suicidio.

E invece no, cazzo, io resto viva e rompo coglioni e ovaie e me ne frego se la mia presenza può urtare il mondo perché la verità sta tutta qua.

Sono precaria, una tra le tante, lo ero dieci anni fa che non sapevo dove sbattere la testa, con una figlia piccola, e lo sono adesso che mia figlia è grande e siamo precarie in due. Io piango con lei e lei piange con me e piangiamo insieme il momento in cui ci ritroveremo in mezzo alla strada, senza nessuno che si prenda cura di noi, senza una speranza, senza niente. Zero assoluto, mentre c’è chi si fa scrupoli a dire pane al pane e vino al vino per chiedere alla ministra di smetterla di frignare dato che le sue sono lacrime da ricca e quelle mie, da povera, non se le incula nessuno.

Qualcuno sa cosa significhi vergognarsi di esistere? Di parlare? Raccontare? Prendere il coraggio a due mani e scrivere una parola dietro l’altra della propria precarietà, la condizione di avvilimento, e la dipendenza, e dover alzare il telefono e chiedere a quarant’anni “papà, mamma, mi servono due euri per pagare la bolletta” e se quei due euri non ci sono finisci da reclusa dove la bolletta fa tutt’uno con la vita dei tuoi genitori e torni a essere figlia, mai adulta, mai autonoma, solo figlia, dipendente, reclusa in un luogo che non ti somiglia più, perché tu sei cresciuta, perché non ti da sbocchi, perché loro sono vecchi e vogliono riposare e tu non lo sei ancora e vuoi solo esistere, respirare, amare, vivere.

E menomale che ci sono le “famiglie”, cara ministra, tanto a te che te ne fotte, a voi tutti cosa vi frega se sono arrivata qui tra cicatrici e sangue, ferite e guerre e che ne abbia vinta o persa qualcuna non importa giacché comunque, infine, avete vinto voi. Quelli del pianto dei ricchi che impietosisce più del mio, quelli delle grandi firme sui giornali che non sprecano una sola parola per parlare di quelle come me ma stendono fiumi di inchiostro per commuoversi di fronte ad una tizia ingioiellata, che solo una sua collana basterebbe a pagarmi mesi d’affitto.

E come raccontarla la vergogna quando non si trova lavoro né prima né dopo i quarant’anni e poi ci sono tutti quelli che il lavoro lo perdono e ancora siamo qui a parlare di proposte inique o eque e altre parolone idiote che qui non c’è niente di equo/iniquo. Sono eufemismi, bestemmie di fronte alla gente come me, che butta il sangue per campare e non sa dove sbattere la testa.

La manovra è semplicemente di merda, toglie ai poveri per garantire privilegi ai ricchi. Continua a tassare il mio culo e a ipotecare il futuro di mia figlia per garantire la sorte dei ricchi e dei figli dei ricchi.

Io non ho fatto niente per essere in queste condizioni. Sono solo nata nel posto sbagliato, nella famiglia sbagliata, in un mondo sbagliato che ti lascia spazio solo se discendi da grandi casati o se sei affiliata ai giusti gruppi di potere.

Possibile che a nessuno viene in mente che non è giusto che a dettare le regole dell’economia di questo paese in questo momento siano i figli degli industriali? Gli industriali stessi? Quelli finanziati da imprenditori vari? Gente coccolata dalle banche?

Commuovetevi sul suicidio di padri e madri di famiglia che si sparano un colpo in testa dopo aver perso il lavoro. Commuovetevi per le facce dei tanti ragazzi e delle tante ragazze in piazza che rivendicano un futuro che non hanno più. Commuovetevi per le lacrime che sto versando io, ora, lacrime di rabbia, perché non c’è un cane che mi ascolta e perché quando vado a bussare alla porta delle “istituzioni” io sono sola, cazzo, totalmente sola e mi sento così lontana dalle logiche di palazzo che tutto il resto mi scivola addosso come se fosse monnezza in sovrappiù.

Qui manca ossigeno, non ho più aria, altro che pianto. Non ho più niente. E voi che vi emozionate perché alcune ricche e annoiate artiste da tastiera vi dicono che le donne sono tutte uguali, davvero non distinguete le lacrime dei ricchi dalle vostre?

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