Quello che lascio e quello che resta

Alle mie sorelle precarie, Malafemmine orgogliose ed ostinate.

A Tina, Matilde, Giovanna,  Antonella, Maria che lavoravano per 4 euro l’ora e a Stefania che semplicemente  amava.

Alle mille vite che anche quest’anno si sono mescolate alla mia e l’hanno resa meno misera.

A tutti buon anno…  che sia sereno, gentile, poco precario.

Dodici mesi. Trecentosessantacinque giorni di rumori, luci, paure, affanni, sorrisi, carne.

Troppe domeniche. Pochi silenzi.

Un anno fa. La porta di una casa indescrivibilmente umida che si chiude alle mie spalle.

La consapevolezza della fine di un percorso.

Nessuno spazio fra i sopravvissuti alla razionalizzazione dell’università pubblica. Nessuna  voglia di aspettare immobile fra le maglie appiccicose del volontariato universitario. Come me … tanti, troppi i figli di una dolorosa consapevolezza. Dell’amara coscienza dell’indispensabile distacco.

Un anno fa.

Quello che lascio è il cigolio dei treni, il rumore dei traghetti, il manto gessoso di città impotenti di fronte al sorriso di chi, con me, ne ha rubato le lune.

Quello che lascio è la paura costante di non essere in grado di arrivare alla fine, l’affanno incosciente della ricerca di senso.

Quello che resta è il ricordo di vite mescolate alla mia, di braccia forti a sollevarmi da terra, di anime belle a restituirmi l’aria.

Quello che trovo è la strana allegria di chi non ha parole per esprimere i suoi giorni, ma sguardi e suoni e entusiastici movimenti per descrivere il suo mondo.

Quello che trovo è la scelta di chi, per cancellare il dolore ispirato dal rifiuto, ha vagato fino a scorgere la luce di un altro modo di essere vivo.

Quello che lascio sono le vite di chi non è sopravvissuto alla confusione, al dolore, alla precarietà di un tempo che troppo spesso ha annaspato di fronte al volgere feroce degli eventi, che troppo spesso ha smarrito la sua parte umana mortificando l’idea del lavoro, strappando vite al naturale desiderio di amore gentile, investendo feroce chi, diverso, ha scelto e tentato strade di nuova libertà.

Quello che lascio continua ad essere mio.

… che lasciare non è dimenticare, ma andare avanti col ricordo e l’idea di qualcosa che è stato.

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2 responses to “Quello che lascio e quello che resta

  • herzog

    ehi, ragazze….ma avete fatto un corso di scrittura creativa? che bellezza…..un livello letterario assoluto in moltissime di voi. leggo questo blog per godere di tanto raffinato stile. poi, ogni tanto, da uomo riflessivo quale sono (in parte per genetica e in parte per essere arrivato ormai a 45 anni con l’animo pieno di ferite), mi dispiaccio un po’ per questo voler insistere sul femminismo (ma non è il caso di questo pezzo di letteratura, cara Just Laure), perché mi piacerebbe che gli ismi fossero finalmente superati, e credo che una donna non vada rispettata in quanto donna, ma in quanto persona. e rispetto una donna con la quale faccio l’amore come una donna con la quale vorrei farlo ma rispetto allo stesso modo una donna con la quale invece non lo farei o che invece non vuole farlo con me. ma la rispetto quale essere vivente su questa terra, e non perché è donna, perché se la rispettassi in quanto donna mi parrebbe di non rispettarla. e rispetto tutti gli essere viventi e anche quelli non viventi, le piante, e le pietre, e tutto ciò che Dio ha creato su questa terra.
    e rifletto anche sul terrore della precarietà che in questo blog si avverte. perché è umano avere paura d’essere precario, ma essere precari è una condizione umana, resa ancor più normale da un mondo che ha perso la pietà e la ragione. alla precarietà, cara Just Laure, occorre purtroppo abituarsi, cercando di capire cosa fare, e tenendo ben presente che “lasciare non è dimenticare, ma andare avanti col ricordo e l’idea di qualcosa che è stato”.
    sono molto innamorato di voi, ragazze. sarebbe bello vivere in un mondo di gente così piena di forza interiore, così colta, così raffinata. e invece devo combattere, ogni mattina, con numeri e cifre, mercati che non girano e prodotti che non tirano, bilanci che non chiudono e imposte che impazziscono. sono le cinque del mattino e leggendo voi penso un po a me. alla tristezza del quotidiano scorrere delle cose. sono precario anch’io, che ho aziende da mandare avanti in un mondo che gira al contrario. e leggendovi mi viene voglia di chiudere tutto, mettere in valigia i libri che non posso abbandonare – la divina commedia e l’odissea, l’ulisse di Joyce e Herzog di Bellow, il Decameron e Macbet – e andare all’avventuria, precario, sì, senza ipad e senza iphone, per cercare donne come voi, con le quali vedere il mondo con occhi migliori.

  • Just Laure'

    ciao! Intanto grazie per aver apprezzato così tanto il mio post, grazie per l’attenzione alle mie parole… Su una cosa, però, non posso esser d’accordo. Forse riuscirò ad abituarmi alla precarietà, (del resto, ho conosciuto solo questa condizione) ma non credo che riuscirò a fare lo stesso con la sofferenza della precarietà. Mentre i giorni scorrono, e io invecchio, sento di più il peso di questa sofferenza, dell’impossiblità di avere un orizzonte verso cui tendere che non finisca nell’arco della stessa giornata. A presto!

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