Buon anno sorella.

Sorella mia,

ti scrivo come un Lucio Dalla un po’ storto a cavallo tra l’anno vecchio e quello che verrà. Avrei voluto donarti quel tempo per noi di cui parliamo da anni per ritrovarci senza frustrazione e malinconia, lontane da ogni cosa. Non posso farlo e tutto ciò che ho è l’occasione di accendere una sigaretta e scrivere questa lettera d’amore. Perchè questa è per te. Per tutte noi.

Questa lettera è una dichiarazione, socia mia di precariato e sorrisi inventati nella miseria. La mia dichiarazione. Parlo con te.

Parlo con i tuoi capelli scomposti e arruffati per quel parrucchiere che non incrociamo mai. Parlo con quei chili di troppo e con quella te stessa che sta dentro e finisci per odiare confondendola con il riflesso di uno specchio. Parlo con le tue sciarpe colorate, quelle che ti infagottano e fanno spuntare d’improvviso occhi di luce e ironia da strati di stoffa. Parlo con la tua camminata lenta, stanca o gaudente. Parlo con le tue lacrime e le tue battute.

Sei carne mia, sorella. Sei il mio stesso odore, quei malumori che si scambiano come il raffreddore a forza di condividere aria e speranze. Sei compagna di rabbia nelle piazze gelate, quando l’entusiasmo di poter cambiare il mondo si mischia alla delusione dell’essere sempre “troppo pochi”. Sei ogni mia discussione, acerba o incazzata, sei quella moderata e quella estremista; sei faccia mia allo specchio.

Vivo il tuo dolore sorella mia. Lo vedo e lo vivo sulla pelle come un morbo impazzito che ci prende tutte, schiacciate dagli oneri, leonesse in gabbia per mancanza di futuro, incapaci di accettare l’ennesimo avvilente compromesso. Menti vive in corpi vivi che ragionano di monete che non bastano. Costrette a mendicare un diritto. Quell’uomo che non vuoi perchè almeno in amore pretendi di pretendere, mentre la famiglia ti chiede cosa aspetti e si impone come quell’orologio biologico che tu non hai. Il tuo frigo vuoto e il pane secco che diventa zuppa colorata, trattative al mercato e condivisione di casse di verdura a buon prezzo. Un malessere che non si può curare perchè i soldi mancano anche per il medico. I saputelli che ti invitano al riposo e alla riduzione dello stress, tu che corri e gioisci del tempo per una pipì. Ti offro una sigaretta socia, tiriamo un fiato catramoso e andiamo avanti, sempre avanti. Dove non si sa.

Ti amo sorella. Quelle telefonate rubate, non sapersi aiutare ma donarsi l’ascolto. “Quello non paga, quello mi ha messo le mani addosso, devo andare all’ospedale e no, io non mi fermo, io denuncio”. Porto sulle spalle il peso del mondo e intanto vado giù, soffocata dalla mia stessa forza. Ti vedo cambiare, ritirati, perdere baldanza. Stanche, siamo stanche. Ti ricordi però quel giorno, quella nostra fuga? Noi due con gli occhiali scuri da cinque euro calati sul naso a guardare il mare? Abbiamo riso, stupite di noi stesse così diverse senza il peso per un po’. Ci siam dette “viviamo qui, peggio per peggio qui c’è il mare”.

Questo 2011 non è stato giusto con te e il 2012 non sarà migliore. Lo dico cruda ma so che non te la prenderai, sai già tutto. Vorrei però che la risoluzione nel proposito ci fosse, chiamala speranza o disillusione ma son sicura comprenderai che non propagando miracoli. Vorrei che nell’anno nuovo non perdessi la risoluzione nella lotta, vorrei che continuassi a picchiar duro per restare a galla. Vorrei che continuassi a trovare ragioni per ridere e per incazzarti. Vorrei che potessi guardardarti allo specchio ritrovando ciò che sei, che non avessi più paura a girar per strada. Vorrei che tu imparassi a difenderti per davvero, non più ribellione stroncata ma amore per la scelta di essere te stessa. ‘Fanculo a chi ti vuole donna e per questo più rassegnata, più capace di soffrire, meno autorevole nella pretesa. ‘Fanculo alla famiglia, agli amanti finti compagni, a quelle sorelle che hanno preferito il compromesso. Vorrei tu potessi praticare questo ‘fanculo senza sensi di colpa, che tu fossi sicura, libera, potente. Vorrei ci fosse un’altra strada per noi, un nuovo striscione, una canzone da urlare senza fiato, compagne da stringere e sostenere. Vorrei portarti via ma già che non potrò vorrei continuare ad essere colonna per i tuoi sgretolamenti come tu sei frusta alle mie pigrizie. Hai chiesto meritocrazia sapendo di non riceverla: è uno scambio di poco conto ma mi avrai sorella, ancora e ancora.

Questa mia dichiarazione è per te, compagna. Ed è per quelle come te. Come noi. Per quella che ha due figli e una macchina fotografica, che quadra i conti con niente e tiene a galla il mondo con il suo sguardo di dolcezza infinita. Per quella scappigliata come te, che è pragmatica e sta sempre in prima linea; che conosce contratti, retribuzioni, sussidi e sbaraglia la burocrazia; quella che a volte piange ma lo fa di nascosto. Per quella che fa la cameriera ed è un generale, che ha preso per le palle quel maiale che ha provato a picchiarla, quella che si incrina ma non si rompe mai. Per quella che se n’è andata ma le manchiamo; per tutte le altre Malafemmine con un nome e una lotta.

Con tutto il mio amore.

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