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Tu come ti senti? Di mafia e d’altre discriminazioni

Vi racconto una storia.

Ho conosciuto un ragazzo. Un gigante dalla pelle scura e gli occhi tristi. Un giovane rom di 27 anni, scappato dall’abbraccio gentile della mafia che, nel quartiere povero della sua città, avrebbe voluto servirsi di lui per attività poco chiare.

Del resto – gli dicevano – che lavoro avrebbe trovato un rom? Che qua nemmeno gli italiani trovano lavoro, figurarsi ‘nu zingaro! – gli dicevano -.

E poi, con quel fisico – gli dicevano – era naturalmente adatto a quello che gli proponevano di fare, nemmeno uno sforzo era necessario.

Del resto – gli dicevano – si vedeva proprio assai che lui era un rom, non poteva nemmeno fingere di essere … che so … siciliano, o meridionale, di quelli assai assai a sud. Si capiva troppo bene ch’era un rom. E che s’aspettava di fare? – gli dicevano –.

E sembrava quasi che non s’accorgessero, mentre gli parlavano, che quel rom rispondeva in dialetto calabrese con accenti e cadenze così precisi che, ad ascoltarlo ad occhi chiusi, quasi non ci si rendeva conto che lui era ‘nu zingaro.

E il gigante dalla pelle scura e dagli occhi tristi non l’accettava proprio l’idea di avere d’avanti a sé una strada di violenza, pericolo, di illegalità. E mentre mi diceva che aveva preferito andare via, lasciare la sua famiglia in quel quartiere disgraziato, scappare senza nemmeno avvertire la madre che non l’avrebbe visto tornare quella sera, mentre mi diceva tutto questo lui piangeva.

Piangeva con la testa fra le mani,  che si vergognava, grande e grosso com’era, a piangere davanti a me.

Poi mi ha detto: “se tu eri felice, se avevi una vita e ora non ce l’hai più, ora, ora che non hai niente… tu come ti senti? Io mi sento nelle sabbie mobili”.

È come stare nelle sabbie mobili.

Vivere in un paese di mafia è come stare nelle sabbie mobili. Certe volte ti mantieni a galla, nonostante la difficoltà di volerti sottrarre a logiche di violenza e sopraffazione che, in un paese di mafia, a volte rischiano di diventare comportamenti normali.

Molto più spesso, però,  vieni travolto, affoghi nell’ingestibile sensazione che non cambierà mai niente.

La mafia uccide prima di tutto la speranza, ne disperde le energie. Insinua il sospetto che, tutto sommato, potresti anche abituarti a vivere sotto quella cappa di controllo, che tutto sommato potresti pure accettare di vivere senza aspettarti grandi cose, purché ti lascino in pace, purché s’ammazzino fra di loro.

Ma non s’ammazzano mai “fra di loro”. Almeno non fisicamente.

La mafia che s’insinua nei centri nevralgici della politica uccide la speranza di tutti di avere un futuro, distrugge ogni possibilità di crescita per tutti, di una crescita che sia svincolata dal controllo stesso della mafia.

La mafia che s’insinua nei centri nevralgici della politica appanna lo sguardo e ne distorce le immagini, rischia di fare accettare comportamenti ed idee che deridono il concetto di legalità. Riduce ogni progetto di vita ad un mucchietto di sogni spezzettati, carichi di rimpianto e passiva rassegnazione.

La mafia uccide prima di tutto la speranza. E quando t’hanno tolto la speranza, tu come ti senti?


Noi… che non vedremo mai niente

Sono nata nell’ottantuno.

Mia madre cantava le canzoni di Ivan Della Mea per farmi addormentare e papà, nelle foto da giovane, somigliava a Che Guevara. Da bambina passavo molti pomeriggi in sezione. Si chiamavano così una volta. Di quella del mio paese ricordo l’odore di sigaro, il poster di Berlinguer e mia nonna.

Era rimasta orfana da bambina, mia nonna. Il papà ferroviere, morto dissanguato per l’esplosione di una bomba fascista, le diceva: “studia Nildè, studia. Studia ca cussì vidi a libertà” (studia, così sarai libera).

E lei ha studiato tutta la vita ed ha visto la libertà, fiamma viva nei suoi occhi.

Pure mia madre ha studiato a lungo ma, per non andare “fuori”, ha cambiato strada più volte,  trasformato i suoi percorsi, messo all’angolo le sue aspirazioni, accettato d’aver fatto studi “di serie B”… che si sa, il prestigio di un avvocato o di un medico non lo puoi certo paragonare al parlottare di un filosofo.

Mia madre mi diceva “vedrai, le cose cambieranno”. Me lo diceva mentre studiava per l’ennesimo concorso che non avrebbe vinto mentre io, col libro di fiabe in mano, la imitavo sottolineando col colore rosso la casetta di marzapane e cioccolato.

Anche io ho studiato parecchio. L’ho fatto in Calabria.

All’estero, “fuori”, ci ho vissuto, sì, ma sono tornata in Calabria … che “fuori” io non riuscivo a respirare.

Pensavo: “le cose cambieranno, non dobbiamo mollare”. Lo pensavo mentre con i miei amici precari attraversavamo il ponte sullo stretto di Messina, inscenando sul traghetto un sit-in di protesta contro la riforma Gelmini che ci affondava tutti nel baratro del nulla. Lo pensavo mentre manifestavo per le strade di Roma, di Napoli, di Messina insieme a mille altri come me, figli anonimi di un tempo infame, vite inutili date in pasto alla precarietà.

Pensavo: “le cose cambieranno, non dobbiamo mollare”. L’ho pensato molte volte.

L’ho pensato mentre mettevo in una busta i libri che avevo lasciato sulla scrivania del dipartimento dove per anni ho vissuto di ricerca e passione dividendo la libertà d’avere delle idee con mille altri come me, figli anonimi di un tempo meschino che ci ha tolto la voglia di guardare avanti, di immaginare d’avere anche noi un orizzonte verso cui tendere.

Perchè noi… bè… noi, forse, non vedremo mai niente.

Pensavo a mia madre. Volevo essere come lei. Pensavo a Lucia. Sono anch’io come lei.


Adagio. In tre quarti. Epilogo

Tutto inizia qui

***

Non li pettino mai i capelli. Se pure volessi farlo non ci riuscirei, sono sempre così aggrovigliati, così annodati l’uno all’altro da farmi desistere da qualsiasi ipotesi di ordine. A volte riesco a intravedere qualche ciocca liscia che si perde nel caos dei ricci. E allora sorrido, perché l’idea d’avere un difficile equilibro sulla testa, d’essere soltanto un corpo attaccato alle forme imprevedibili della mia esistenza mi fa sorridere, nient’altro.

Paolo dice che prima o poi perderò quell’aria da ragazzina incavolata, che la smetterò coi discorsi sulla precarietà e che, magari un po’ a fatica, diventerò adulta anche io. Lo dice dopo aver elencato con una incomprensibile soddisfazione la gradazione alcolica delle birre del venerdì in cui Maria festeggiava l’assoluzione del suo ultimo cliente, un jazzista con la fissa per la droga su cui lei ripiegava di tanto in tanto, quando l’amore per Paolo si schianta contro il muro del rifiuto.

È tipico di Paolo giudicare le scelte degli altri, suggerire strade che lui non ha mai battuto né mai considererà  ma che, da abile cialtrone, descrive come sentieri conosciuti, come esperienze ampiamente sedimentate. Assume quest’aria ogni volta che valuta la mia condizione, aggiungendo sempre che sono fortunata ad aver incontrato Maria.

E già, sono fortunata, mi dico anch’io, sono fortunata a convivere con una ragazza che ha la sensibilità di un mattone forato e che ha fatto di me il suo caso umano, il trofeo strappato alla precarietà abitativa che le permette, venerdì dopo venerdì, di reggere conversazioni  ipocrite sulle diseguaglianze sociali, sul ruolo propulsivo di chi, come lei, ha gli strumenti intellettuali e materiali per generare un’inversione di tendenza, magari occupandosi di gente come me.

Come altre volte prima, pure quel lunedì era servito per ribadire che sono fortunata ad avere incontrato Maria e mentre parlava, Paolo mi guardava i capelli. Disse che erano sporchi, che c’era qualcosa là in mezzo – disse così -.

Finsi di non sentire, ma non mi lasciava in pace. Continuava a girarmi intorno, a chiedere di Maria. Mi sembrava agitato. In fondo, mi conosceva così poco e probabilmente nei discorsi del venerdì sera Maria aveva evitato di raccontare dei miei atteggiamenti da sociopatica, come diceva lei, per paura di rendere la sua storia meno attraente agli occhi degli altri democratici rivoluzionari.

Paolo stava diventando inquieto, voleva prendere il cellulare e chiamare Maria.

A quel punto chiusi il rubinetto dell’acqua calda. Mi girai lentamente verso di lui e gli chiesi se gli fosse mai capitato di dover inviare centinaia e centinaia di curriculum vitae, di dover togliere o aggiungere competenze a seconda del datore di lavoro; gli domandai se avesse mai dovuto fingere di non aver frequentato l’università per paura di sentirsi dire di non essere adatto a questo o quel lavoro. Paolo non capiva.

Mi guardava stranito mentre gli domandavo se mai gli fosse capitato di dover chiedere il sussidio di disoccupazione o se mai avesse avuto modo di annotare sulla sua strafiga moleskine da intellettuale il numero delle volte in cui dall’altra parte della cornetta aveva sentito la parola “puttana” di fronte alle sue proposte di cambiamento dei piani telefonici.

Paolo sudava. Lo vedevo dal suo foulard color cachi. Continuava a chiedere cos’avevo fra i capelli, a dire che non capiva il perché di quelle domande. Risposi solo che Maria non sarebbe tornata, che avevo ucciso il posto fisso e che in pochi minuti anche lui si sarebbe scrollato di dosso un po’ della monotonia delle sue giornate.

Lui … lui che, invece, avrebbe voluto viaggiare, magari scrivere un romanzo.

È andata così fra di noi.

Di Maria, Paolo e me rimane solo qualche ricordo buttato giù poco alla volta, venerdì dopo venerdì, nello spazio che mi rimane fra un antidepressivo e il medico che si occupa di me. Anche lui, come Maria, si occupa di me… di me che avrei voluto viaggiare, magari scrivere un romanzo.