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Centro per l’impiego alternativo cercasi

Siccome mi ci sento dentro al Progetto Malafemmina e siccome ho imparato ad amare queste Malafemmine che siamo come sorelle vere, di pelle e carne questa notte mi introduco (un po’ claudicante, lo ammetto) nel nostro spazio perchè ho bisogno di lanciare il nostro grido di guerra, per abbracciare Antonella fortissimo e per sentirmi utile e viva per lei e per tutte/i noi. Vi lascio quello che ho scritto d’istinto.

Questa sera ho due cose in mente.
Da un lato l’ultimo post di Antonella, il suo grido di dolore, l’asfissia di fronte all’ennesima necessità di ricominciare tutto da capo. La mancanza di forze, la stanchezza. Aria che manca. Ma chi ce la fa ogni volta a tirar fuori la grinta per ripartire da zero, mettendoci l’entusiasmo che ti richiedono, il bel sorriso di chi quel nuovo “a progetto” lo stava cercando proprio da una vita (ed è per quello che ha mollato il posto precedente, mica perchè il mondo è precario). Perchè quando ricominci da zero mica puoi essere te stessa. Mica puoi essere quel piccolo rottame che deve pagare l’affitto e le bollette, che si preoccupa per la famiglia, che non ce la fa più a rimettere insieme i cocci di quella speranza che per l’ennesima volta si è rotta. No. Devi averci la grinta di un lottatore di sumo, devi averci il fisico tonico e il sorriso patinato. Far vedere che non è per bisogno ma per passione. E pensa te che passione può mai averci uno per andare a vendere un ambaradan qualsiasi alle porte del vicinato per una provvigione inesistente (perchè questi son gli unici lavori che abbondano).
Comunque. C’ho in mente quell’atmosfera lì. Quell’aria che tante volte ho annusato. Le spalle un po’ più curve. E vorrei far qualcosa.

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Il meeting

Dovrò mica studiare l’opera omnia di questo tale?

E’ la prima cosa che mi passa per la testa quando vedo il signor C., ovvero colui del quale dovrei occuparmi da qui in avanti. Non esattamente di lui ma del progetto che lui e l’agenzia portano avanti con il patrocinio di un tot di sigle e la benedizione del padreterno.

Se tanto mi da tanto, giacché ho dovuto studiare tutta la cartella “comunicazione” con schede su mezza umanità per poter fare solo delle conversazioni telefoniche, in questo caso dovrò come minimo tirare fuori tutti i libri di letteratura, teatro, e scrivere una biografia non autorizzata del soggetto per poter essere in pari con i miei doveri da, nientemeno, assistente alla produzione.

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Gli affetti ai tempi della precarietà

Parlare degli affetti ai tempi della precarietà è un po’ come parlare di amore ai tempi del colera.

La fine di una relazione si allunga all’infinito perché è complicato organizzare un trasloco. Lo è riorganizzare l’esistenza con un solo stipendio, specie se c’è e non c’è, precariamente parlando.

Le relazioni che dovrebbero finire non finiscono, perché a pensarsi da sole a vivere alla giornata a qualcuno viene il panico. Quelle che dovrebbero iniziare tra un anno iniziano dopo appena una settimana.

Piuttosto che cacciarmi in qualche brutto pasticcio, mettendo a frutto gli insegnamenti delle esperienze di troppe mie amiche, preferirei tornare dai genitori.

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