Archivi categoria: Storie precarie

Ecco perchè (non) mi piace il Natale

A me piace il Natale. Perchè avercela con il Natale?
A Natale c’è sempre tanto lavoro ed io corro come una pazza, stando lontana dalle notizie squallide che avrei la tentazione di non sentire. Tutti sono indaffarati a Natale ed io seguo questa scia e mi affanno come gli altri: porto a casa la mia pagnotta approfittando del desiderio di pagnotta altrui.
Questa è una storia vera, la storia di una ragazza come tante, di una precaria come tante. La chiameremo Malafemmina, per comodità.
A Natale Malafemmina, libera professionista dei miei stivali, prepara cibo per tutti. Non per belli e brutti ma tendenzialmente per ricchi che, in barba alla crisi, hanno deciso di permettersi un qualche buffet benaugurale. E questi ricchi – cui piace dar sfoggio di sè presso amici o dipendenti di fascia alta – sono bravi a scegliere il servizio più sofisticato ed attento al miglior prezzo possibile. Hanno buon fiuto per gli affari e, anche se spesso Malafemmina cade nell’equivoco ruffiano del “come piace il mio lavoro!” scambiandolo per riconoscimento personal-professionale, quei clienti lì san bene di poter pretendere il mondo in cambio di una miseria. E’ per loro che Malafemmina lavora.
Quest’anno Malafemmina ha messo a segno X lavori per una cifra Y (non facciamo i conti in tasca alla gente che non sta bene). Mentre lei lavorava, sempre sulla base di accordi verbali giacchè le piace lo stile informale, ha sviluppato un certo prepotentissimo mal di schiena. Malafemmina ha fatto finta di nulla perchè il lavoro è tanto e non si può star dietro a certe quisquillie. Dopo una settimana di sonni mancati però ha deciso che in un mondo precario poche cose son importanti come la salute ed è finita da un dottore che per una cifra Z le ha diagnosticato lo spostamento di tre vertebre cervicali. Questo è ciò che lei ha capito in virtù delle sue conoscenze nell’interpretazione del linguaggio medico.

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Piango lacrime di serie B

Scritto da Meno e Pausa, una di noi:

Non capisco. Dico davvero. Sto qui a chiedermi perché sto consumandomi la vita appresso alla precarietà, alla ricerca di un lavoro mediamente soddisfacente, accontentandomi di fare cose malpagate e faticose, o cose malpagate, in nero, avvilenti e poco gratificanti, che posso farmele piacere giusto in virtù del fatto che ho senso dell’ironia e forza sulle spalle. Sto a chiedermi perché invece che aprirsi le porte mi si chiudono davanti, una per una, prima quella del contratto regolare, poi quella del diritto ad un lavoro retribuito, qualunque esso sia, poi quella di una pensione.

Io non ce l’avrò mai una pensione e sono a piangere miseria e a cercare una via d’uscita che se non fosse che ho cervello e un coraggio da leoni, o forse solo incoscienza, perché mi aggrappo ai sogni, già sarei morta di depressione, di suicidio.

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Sono precaria e sono in movimento!

Eccomi qua, a scrivere per la prima volta in uno spazio a cui sono legata ormai da molto tempo, un posto in cui hanno trovato rifugio molte storie, molte vite narrate da voci che mi hanno fatto sorridere e riflettere, immalinconire ed incavolare. Perché le parole fanno questo, ti restituiscono la bellezza di esistere e quando questa bellezza puoi condividerla con altri, allora senti quasi di appartenere a qualcosa, riesci ad individuare una radice fra i frammenti esplosi della tua esistenza.

La mia radice, quello che mi lega al progetto Mala Femmina, ciò che mi identifica in questa fase della mia vita è il mio essere una precaria. Una fra tante. Una delle tante.

Sono precaria. Sono in continuo movimento. Compongo e scompongo le mie esperienze, i saperi, le competenze. Adatto attitudini e capacità a quello che mi viene chiesto, se mi viene chiesto, quando mi viene chiesto. Maneggio tutto con cura, come fossero pezzi di un puzzle in cui ideare incastri sempre nuovi.

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