E quindi uscimmo a riveder le stelle… e se la notte è piccola?

Oggi m’è tornata in mente una persona.

Lei aveva:

18 anni, i  capelli cortissimi e un sorriso di quelli che non vedi troppo spesso ma che quando incrociano il tuo sguardo non ti lasciano assai aria nei polmoni, almeno non quanta te ne serve per continuare a respirare.

Lei era:

una  studentessa della facoltà di Scienze Politiche dell’Università della Calabria.

Le dicevano:

“dovresti fare la maestra o, al limite (al limite), l’assistente sociale, che la politica non è cosa ppè fimmine.

Lei:

non avrebbe studiato altro, non avrebbe ascoltato altro.

Lei aveva:

un’immagine impressa nella mente.

Immagine di  fimmina circondata dai suoi libri.

Voce di fimmina decisa e fiera, parole e idee che tramortivano di senso tutti i masculi stipati in una polverosa sezione di partito.

Lei voleva:

essere così.

Lei aveva:

23 anni, i capelli fin sotto le spalle e il sorriso un po’ malinconico.

Lei  era:

fimmina laureata in Scienze Politiche all’Università della Calabria.

Lei sarebbe diventata

precaria in una terra in cui il lavoro è prima di tutto declinato al maschile, perché una fimmina può sempre rimanere a casa a fare i pomodori, senza avvertire l’esigenza di spingere i pensieri al di fuori di un vasetto che ribolle a bagnomaria.

Lei era ed è ancora:

sangue, pelle, ossa in una terra di masculi fatti pure loro di sangue, pelle ed ossa.

Ma non tutti i masculi sanno che è davvero  così.

Oggi m’è tornata in mente questa splendida fimmina perché anche io ho studiato all’università della Calabria, uno spazio di cultura critica in un Sud oppresso da una miseria antica.

Ho pensato a questa fimmina e a tutte le altre che negli anni ho conosciuto fra i banchi delle aule dell’università della Calabria, di un’università che per me è stato uno spazio di cultura critica anche e soprattutto al controllo ed al governo sempiterno  di masculi inamovibili dalle loro poltrone.

Ho pensato a questa e ad altre fimmine perché ho letto da qualche parte, che nei prossimi giorni, l’università della Calabria ospiterà  “Le notti bianche”.

Iniziativa di per sé interessante, se non fosse per il fatto che la presenza delle fimmine è praticamente nulla…

Eccezion fatta per le danzatrici del ventre…

Stupore? Ma no!

E allora mi va di pubblicare un testo scritto dal COLLETTIVA “La notte è piccola”.

Dedicate qualche minuto a questa lettura, non può che fare bene.

Università, sostantivo maschile

COLLETTIVA “La notte è piccola”

“Niente paura, sebben che siamo donne la grammatica la conosciamo. E tuttavia, come definire

l’immagine che il programma delle Notti Bianche Unical 2012 ci comunica della nostra Università? Sembra quasi ‘naturale’ (e del resto, chi ne sarà mai accorto?): le attività, le parole e le idee degli uomini hanno dominato e dominano il paesaggio a noi noto, fin dove l’occhio può arrivare, dalle pianure bibliche ai grattacieli di New York. Avventurarsi su questo terreno (quello della parzialità maschile) significa dover fare i conti con molteplici paradossi e con la trappola del senso comune (maschile). E quindi dichiariamolo subito, prendendo a prestito il titolo di una bellissima trasmissione di Iacona di qualche anno fa: l’Università della Calabria è “Senza donne”. Del resto, chi se ne sarà mai accorto? Non certo gli organizzatori (uomini) perché si trovano di fronte qualcosa che è, ed è stato nella storia, onnipresente. Non certo la maggior parte degli ‘utenti’, perché questa parzialità è abilmente occultata: gli uomini continuano a parlare a nome dell’umanità. Insomma, questo patinato depliant non fa altro che riprodurre, per l’ennesima volta, questa invisibile parzialità; ancora più grave, se possibile, è che in gioco ci sia un’università, che ha (dovrebbe) avere il compito non solo di essere un’avanguardia culturale, ma anche di ‘sfidare’ i luoghi comuni, di ‘andare oltre’, di decostruire posizioni e concetti.  Nel patinato programma dell’Unical, lo ribadiamo, la presenza delle donne è pressoché inesistente. Termini troppo forti? Traduciamola in linguaggio accademico: slitta decisamente verso una presenza di minoranza. Una minoranza, si sa, è eccentrica per definizione, è un satellite del pianeta principale, è talvolta ‘etnica’, cioè un po’ strana, esotica.

E allora ripercorriamolo insieme questo programma.  Si parte il 21 giugno con le mostre degli artisti e degli autori; verrebbe da rimproverarli per il linguaggio ‘al maschile’, ma in questo caso hanno ragione: su 9 (nove) artisti non si è trovata neppure una donna. Scrive Maria de Fátima Lambert (2006): «Le artiste donne sono sempre esistite da quando l’arte esiste ma fino al XVI secolo il loro contributo, la loro presenza […] rimane poco visibile». Fino al XVI secolo? La collega non conosce le Notti bianche, è evidente.

Proseguiamo con la presentazione del libro “Pietro Bucci. Un ponte verso il futuro”. Non abbiamo letto il libro: immaginiamo che ripercorra i 40 anni di storia dell’Unical. Intervengono illustri colleghi, ordinari e emeriti. Neppure una donna che ragioni su questo importante traguardo della nostra università. Vada per il soffitto di cristallo, ma questo sembra più una calotta di piombo.

Attraversiamo velocemente (non ce ne vogliano i protagonisti – uomini) presentazioni di libri e osservazioni astronomiche, soffermiamoci con rispetto sulla visione collettiva di uno strano gioco nel quale 22 uomini rincorrono una palla, per giungere al primo vero momento ‘di genere’. Sono le 21.00 e, al Centro Sportivo, il Gruppo coreografico Danza del Ventre allieta la serata. Arte sicuramente affascinante, molto probabilmente vedremo persino qualche donna che si cimenta, qualche dubbio sulla scelta (e sul contesto nella quale si inserisce) ci permettiamo di sollevarlo. E meno male che alle

23, Centro RAT, finalmente i giovani europei ci inducono a sperare: “The shadow monster” è il titolo del loro progetto. Un fantasma si aggira per le Notti bianche….O si parla di altro?

Ci dicono che al Torneo di calcetto partecipa la squadra femminile del CUS. Viva le Pari opportunità.

Nel frattempo, Mogol ci racconta dell’identità e del valore della musica popolare (intervengono due uomini), proiettano un film e presentano un libro e un romanzo. Vi proponiamo un esperimento: scorrete i nomi nelle due colonne che concludono il programma del 21 giugno. Procuratori, docenti, carabinieri, questori, giornalisti (sono 22 in tutto) e una sola donna, fra l’altro protagonista di un film, che fra l’altro interpreta una vittima (di mafia).

Prima di tornare a riveder le stelle, c’è il cinema italiano di serie B. Violenza a profusione. Magari se parlasse anche di violenza di genere, visto che ogni 48 ore in Italia è uccisa una donna, l’Università farebbe il suo mestiere. Invece c’è un film con Barbara Bouchet.

Seconda giornata. Ancora seminari, film, commedie brillanti e musica. Parliamo di mafia (e qui abbiamo la prima presenza istituzionale femminile), di populismo, di Saint-Exupery (una giornalista modera, gli uomini intervengono) e ancora cinema italiano di serie B, calcetto, osservazione della volta celeste. Meno male che il giorno dopo (23 giugno) dopo tanta osservazione, c’è il collegamento con la più importante astrofisica italiana, Margherita Hack. Ne siamo contente, ma non ci basta. Avremmo potuto suggerire (a proposito, chi ha progettato questo programma, quali i soggetti coinvolti? che criteri di scelta/selezione sono stati adottati?) che la professoressa Hack parlasse di un tema all’ordine del giorno in tutte le più importanti università europee, e in cima alle priorità di ricerca comunitarie, come ‘Genere e Scienza’. Invece, Margherita Hack compare ‘in collegamento’, presumibilmente per commentare un senz’altro interessante argomento “Ruolo e importanza della comunicazione scientifica in Italia”. Il relatore? Un uomo. Margherita Hack? Una presenza eccentrica; anzi, visto il tema, ‘aliena’.

Alle 21, uomini (tre) discutono del ruolo della sanità e la proposta degli oncologi sulla sostenibilità. Ci dicono che le donne medico, in Italia, sono il 52%. Staranno facendo il turno di notte?

Giusto il tempo di segnalare una presenza paritaria  per la presentazione del libro di Gregorio Corigliano ma è solo un attimo: alle 23 parliamo di filosofia e due filosofi (uomini) discutono con un filosofo (uomo) di “Filosofia e scienza di fronte ai temi della vita”. E sì che noi donne qualcosa da dire l’avremmo, ma del resto per Kant la negazione alle donne dei diritti politici si giustificava con la naturale incapacità di argomentare in pubblico, avvalendosi con piena maturità della ragione; per Hegel: «l’uomo ha la sua reale vita sostanziale nello stato, nella scienza e simili» mentre «nella famiglia […] la donna ha la sua destinazione sostanziale».

“La curpa è di l’amuri”, ci suggerisce Rosa Martirano (una donna!) alle 22.30. Le colpe non ci interessano – e neppure le assoluzioni. Ma qualcuno si prenda la responsabilità di questo programma non-decente, per favore.

Post scriptum Immaginate se le relatrici/testimonial/esperte ecc. fossero state tutte donne. Sarebbe saltato

agli occhi di chiunque, e avremmo avuto la rivoluzione”.


Tu come ti senti? Di mafia e d’altre discriminazioni

Vi racconto una storia.

Ho conosciuto un ragazzo. Un gigante dalla pelle scura e gli occhi tristi. Un giovane rom di 27 anni, scappato dall’abbraccio gentile della mafia che, nel quartiere povero della sua città, avrebbe voluto servirsi di lui per attività poco chiare.

Del resto – gli dicevano – che lavoro avrebbe trovato un rom? Che qua nemmeno gli italiani trovano lavoro, figurarsi ‘nu zingaro! – gli dicevano -.

E poi, con quel fisico – gli dicevano – era naturalmente adatto a quello che gli proponevano di fare, nemmeno uno sforzo era necessario.

Del resto – gli dicevano – si vedeva proprio assai che lui era un rom, non poteva nemmeno fingere di essere … che so … siciliano, o meridionale, di quelli assai assai a sud. Si capiva troppo bene ch’era un rom. E che s’aspettava di fare? – gli dicevano –.

E sembrava quasi che non s’accorgessero, mentre gli parlavano, che quel rom rispondeva in dialetto calabrese con accenti e cadenze così precisi che, ad ascoltarlo ad occhi chiusi, quasi non ci si rendeva conto che lui era ‘nu zingaro.

E il gigante dalla pelle scura e dagli occhi tristi non l’accettava proprio l’idea di avere d’avanti a sé una strada di violenza, pericolo, di illegalità. E mentre mi diceva che aveva preferito andare via, lasciare la sua famiglia in quel quartiere disgraziato, scappare senza nemmeno avvertire la madre che non l’avrebbe visto tornare quella sera, mentre mi diceva tutto questo lui piangeva.

Piangeva con la testa fra le mani,  che si vergognava, grande e grosso com’era, a piangere davanti a me.

Poi mi ha detto: “se tu eri felice, se avevi una vita e ora non ce l’hai più, ora, ora che non hai niente… tu come ti senti? Io mi sento nelle sabbie mobili”.

È come stare nelle sabbie mobili.

Vivere in un paese di mafia è come stare nelle sabbie mobili. Certe volte ti mantieni a galla, nonostante la difficoltà di volerti sottrarre a logiche di violenza e sopraffazione che, in un paese di mafia, a volte rischiano di diventare comportamenti normali.

Molto più spesso, però,  vieni travolto, affoghi nell’ingestibile sensazione che non cambierà mai niente.

La mafia uccide prima di tutto la speranza, ne disperde le energie. Insinua il sospetto che, tutto sommato, potresti anche abituarti a vivere sotto quella cappa di controllo, che tutto sommato potresti pure accettare di vivere senza aspettarti grandi cose, purché ti lascino in pace, purché s’ammazzino fra di loro.

Ma non s’ammazzano mai “fra di loro”. Almeno non fisicamente.

La mafia che s’insinua nei centri nevralgici della politica uccide la speranza di tutti di avere un futuro, distrugge ogni possibilità di crescita per tutti, di una crescita che sia svincolata dal controllo stesso della mafia.

La mafia che s’insinua nei centri nevralgici della politica appanna lo sguardo e ne distorce le immagini, rischia di fare accettare comportamenti ed idee che deridono il concetto di legalità. Riduce ogni progetto di vita ad un mucchietto di sogni spezzettati, carichi di rimpianto e passiva rassegnazione.

La mafia uccide prima di tutto la speranza. E quando t’hanno tolto la speranza, tu come ti senti?


Noi… che non vedremo mai niente

Sono nata nell’ottantuno.

Mia madre cantava le canzoni di Ivan Della Mea per farmi addormentare e papà, nelle foto da giovane, somigliava a Che Guevara. Da bambina passavo molti pomeriggi in sezione. Si chiamavano così una volta. Di quella del mio paese ricordo l’odore di sigaro, il poster di Berlinguer e mia nonna.

Era rimasta orfana da bambina, mia nonna. Il papà ferroviere, morto dissanguato per l’esplosione di una bomba fascista, le diceva: “studia Nildè, studia. Studia ca cussì vidi a libertà” (studia, così sarai libera).

E lei ha studiato tutta la vita ed ha visto la libertà, fiamma viva nei suoi occhi.

Pure mia madre ha studiato a lungo ma, per non andare “fuori”, ha cambiato strada più volte,  trasformato i suoi percorsi, messo all’angolo le sue aspirazioni, accettato d’aver fatto studi “di serie B”… che si sa, il prestigio di un avvocato o di un medico non lo puoi certo paragonare al parlottare di un filosofo.

Mia madre mi diceva “vedrai, le cose cambieranno”. Me lo diceva mentre studiava per l’ennesimo concorso che non avrebbe vinto mentre io, col libro di fiabe in mano, la imitavo sottolineando col colore rosso la casetta di marzapane e cioccolato.

Anche io ho studiato parecchio. L’ho fatto in Calabria.

All’estero, “fuori”, ci ho vissuto, sì, ma sono tornata in Calabria … che “fuori” io non riuscivo a respirare.

Pensavo: “le cose cambieranno, non dobbiamo mollare”. Lo pensavo mentre con i miei amici precari attraversavamo il ponte sullo stretto di Messina, inscenando sul traghetto un sit-in di protesta contro la riforma Gelmini che ci affondava tutti nel baratro del nulla. Lo pensavo mentre manifestavo per le strade di Roma, di Napoli, di Messina insieme a mille altri come me, figli anonimi di un tempo infame, vite inutili date in pasto alla precarietà.

Pensavo: “le cose cambieranno, non dobbiamo mollare”. L’ho pensato molte volte.

L’ho pensato mentre mettevo in una busta i libri che avevo lasciato sulla scrivania del dipartimento dove per anni ho vissuto di ricerca e passione dividendo la libertà d’avere delle idee con mille altri come me, figli anonimi di un tempo meschino che ci ha tolto la voglia di guardare avanti, di immaginare d’avere anche noi un orizzonte verso cui tendere.

Perchè noi… bè… noi, forse, non vedremo mai niente.

Pensavo a mia madre. Volevo essere come lei. Pensavo a Lucia. Sono anch’io come lei.