Archivi del mese: febbraio 2012

Adagio. In tre quarti. Epilogo

Tutto inizia qui

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Non li pettino mai i capelli. Se pure volessi farlo non ci riuscirei, sono sempre così aggrovigliati, così annodati l’uno all’altro da farmi desistere da qualsiasi ipotesi di ordine. A volte riesco a intravedere qualche ciocca liscia che si perde nel caos dei ricci. E allora sorrido, perché l’idea d’avere un difficile equilibro sulla testa, d’essere soltanto un corpo attaccato alle forme imprevedibili della mia esistenza mi fa sorridere, nient’altro.

Paolo dice che prima o poi perderò quell’aria da ragazzina incavolata, che la smetterò coi discorsi sulla precarietà e che, magari un po’ a fatica, diventerò adulta anche io. Lo dice dopo aver elencato con una incomprensibile soddisfazione la gradazione alcolica delle birre del venerdì in cui Maria festeggiava l’assoluzione del suo ultimo cliente, un jazzista con la fissa per la droga su cui lei ripiegava di tanto in tanto, quando l’amore per Paolo si schianta contro il muro del rifiuto.

È tipico di Paolo giudicare le scelte degli altri, suggerire strade che lui non ha mai battuto né mai considererà  ma che, da abile cialtrone, descrive come sentieri conosciuti, come esperienze ampiamente sedimentate. Assume quest’aria ogni volta che valuta la mia condizione, aggiungendo sempre che sono fortunata ad aver incontrato Maria.

E già, sono fortunata, mi dico anch’io, sono fortunata a convivere con una ragazza che ha la sensibilità di un mattone forato e che ha fatto di me il suo caso umano, il trofeo strappato alla precarietà abitativa che le permette, venerdì dopo venerdì, di reggere conversazioni  ipocrite sulle diseguaglianze sociali, sul ruolo propulsivo di chi, come lei, ha gli strumenti intellettuali e materiali per generare un’inversione di tendenza, magari occupandosi di gente come me.

Come altre volte prima, pure quel lunedì era servito per ribadire che sono fortunata ad avere incontrato Maria e mentre parlava, Paolo mi guardava i capelli. Disse che erano sporchi, che c’era qualcosa là in mezzo – disse così -.

Finsi di non sentire, ma non mi lasciava in pace. Continuava a girarmi intorno, a chiedere di Maria. Mi sembrava agitato. In fondo, mi conosceva così poco e probabilmente nei discorsi del venerdì sera Maria aveva evitato di raccontare dei miei atteggiamenti da sociopatica, come diceva lei, per paura di rendere la sua storia meno attraente agli occhi degli altri democratici rivoluzionari.

Paolo stava diventando inquieto, voleva prendere il cellulare e chiamare Maria.

A quel punto chiusi il rubinetto dell’acqua calda. Mi girai lentamente verso di lui e gli chiesi se gli fosse mai capitato di dover inviare centinaia e centinaia di curriculum vitae, di dover togliere o aggiungere competenze a seconda del datore di lavoro; gli domandai se avesse mai dovuto fingere di non aver frequentato l’università per paura di sentirsi dire di non essere adatto a questo o quel lavoro. Paolo non capiva.

Mi guardava stranito mentre gli domandavo se mai gli fosse capitato di dover chiedere il sussidio di disoccupazione o se mai avesse avuto modo di annotare sulla sua strafiga moleskine da intellettuale il numero delle volte in cui dall’altra parte della cornetta aveva sentito la parola “puttana” di fronte alle sue proposte di cambiamento dei piani telefonici.

Paolo sudava. Lo vedevo dal suo foulard color cachi. Continuava a chiedere cos’avevo fra i capelli, a dire che non capiva il perché di quelle domande. Risposi solo che Maria non sarebbe tornata, che avevo ucciso il posto fisso e che in pochi minuti anche lui si sarebbe scrollato di dosso un po’ della monotonia delle sue giornate.

Lui … lui che, invece, avrebbe voluto viaggiare, magari scrivere un romanzo.

È andata così fra di noi.

Di Maria, Paolo e me rimane solo qualche ricordo buttato giù poco alla volta, venerdì dopo venerdì, nello spazio che mi rimane fra un antidepressivo e il medico che si occupa di me. Anche lui, come Maria, si occupa di me… di me che avrei voluto viaggiare, magari scrivere un romanzo.

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Adagio. In tre quarti

Questo racconto, apparso in quattro puntate sul mio blog, sarà pubblicato qui su Malafemmina in due parti. I protagonisti non esistono in un solo corpo, ma sono espressione di caratteri di più persone con cui mi è capitato di parlare e, a volte, anche di dividere pezzi di esistenza. L’epilogo probabilmente traduce la mia inconscia volontà di porre fine ad alcuni ricordi.

 ***

Sono più o meno le venti.
Il momento migliore dell’intera giornata. Questo breve spazio temporale in cui rimango sola, il traffico fuori si placa, ed io riesco a pensare, a focalizzare i ricordi, a sistemare le idee.
Non durerà molto. Presto arriveranno gli altri e sarà un susseguirsi di racconti sulle giornate di ognuno di loro, sulle persone incontrate, sui programmi per la serata. Sarà un elenco continuo di indicazioni, di raccomandazioni che passeranno di voce in voce. Sarà lo scroscio di docce fatte in fretta e il ticchettio di tacchi troppo alti.
Sarà un altro venerdì sera di cui non mi importa nulla.
Maria dice che sono apatica. Me lo dice guardandomi con due occhi incastonati in un doppio strato di ombretto vinaccio che la fa sembrare un pugile sconfitto all’ultimo round. Ha passato gli ultimi quaranta minuti a cospargersi le guance di fard arancione e a strizzarsi le tette in un tubino nero che gliele farà rimbalzare ad ogni passo, rendendola stranamente felice.
Mi chiederà di andare con lei e Paolo, ma lo farà solo per cortesia ed io farò finta di valutare l’idea per godere del terrore che campeggerà sul suo viso e che rischierà di provocarle una slavina di mascara e fondotinta. Poi, le dirò che ho mal di testa e a lei tornerà il sorriso. Mi regalerà un bacio sulla guancia e mi dirà che la precarietà mi rende apatica e che davvero non capisce come io possa stare sempre a rimuginare sul senso delle cose, e a farlo nel buio della mia stanza. E, anche se così facendo mi farà desiderare di vedere ancora il terrore di qualche secondo prima, le dirò soltanto che ha ragione  e che, lei lo sa, sono fatta così.
Penserà che oltre ad essere apatica sono pure un po’ sfigata ma che, in fondo, è felice di sapere che c’è qualcuno che lava i piatti al posto suo. Perciò, come ogni venerdì, lei mi chiederà di uscire, io rifiuterò dopo averle fatto credere il contrario e laverò i piatti per il resto della settimana.
A dirla tutta, non mi dispiace lavare i piatti. Mi rilassa. È un altro di quei momenti in cui riesco a pensare, a ricordare, a sistemare le idee. C’è solo il rumore del rubinetto e di qualche piatto che mi scivola nel lavandino e si scontra coi bicchieri. Non c’è traccia di umanità intorno a me. Nessuno oserebbe avvicinarsi per paura di dover chiedere se ho bisogno d’aiuto.
Una volta, però, lo ha fatto Paolo.

Ha i capelli nero corvino, Paolo, sottilissimi e sempre un po’ unti, anche appena lavati. Li porta lunghi fin sotto l’orecchio, con la riga in mezzo. Quando parla, gesticola molto e impegna le pause fra una parola e l’altra spostando il ciuffo che gli copre l’occhio destro. Maria adora il  modo in cui la mano di Paolo taglia l’aria, glielo si legge in viso.  Guarda Paolo e per qualche istante sembra  dimenticare il resto del mondo.

Loro due hanno diverse cose in comune, soprattutto l’amore per il venerdì sera, per quelle brevi parentesi di rinnovata appropriazione identitaria che li catapultano in un mondo popolato da simili di uguale estrazione sociale che per qualche ora, complice la birra, si vestono di rivoluzione e sfoderano il loro bel parlare di giustizia sociale e solidarietà. Ma sono idee dal sapore di un attimo, fuochi ardenti di protesta che diventano lucine fioche all’inizio di ogni nuova settimana.

Una volta, di lunedì, Paolo mi chiese se volessi aiuto coi piatti. Era lunedì perché di lunedì passa sempre il tizio che ripara le cucine a gas. È impossibile non sentirlo mentre grida che il suo lavoro è “subito e immediato”. Sì, proprio così. Grida: “lavoro subito e immediato”. E ogni volta non posso fare a meno di chiedermi se qualcuno gli abbia mai fatto notare la stravaganza dell’accostamento linguistico.

Ad ogni modo, quel lunedì Paolo s’era precipitato in cucina alla ricerca di una spalla su cui piangere.

Lui, triste prodotto di una vita già pronta, di percorsi lineari predisposti a sua insaputa dal nonno prima, dal padre poi. Lui, frutto umano di inconsapevole infelicità costretto in pelle non sua. Lui, malinconico questuante di spazi di libertà maldestramente ingabbiati in confini già tracciati, oppressi da muri di parole perbeniste, lui … bè, lui mi faceva quasi gioire della mia condizione, del mio continuo fluttuare fra un posto e l’altro, fra un ruolo e l’altro nella costante ricerca della possibilità di fermare il tempo, anche solo una volta. Quel lunedì Paolo aveva accuratamente studiato ogni sospiro, ogni pausa fra una lamentela e l’altra nella speranza che Maria sfoggiasse qualche parola di conforto. Ma trovando solo me, intenta tra l’altro a scrostare delle macchie dal coltello per il pane, dovette limitarsi a dire che era stanco del suo lavoro, della continua routine, degli obblighi imposti dalla famiglia.

Lui che, invece, avrebbe voluto viaggiare, magari scrivere un romanzo. E lo diceva piagnucolandosi addosso, mentre l’acqua calda mi bruciava le mani e nel mio stomaco s’aggrovigliava duro il desiderio di vomitargli addosso la mia claustrofobica consapevolezza di non riuscire neppure a pensare di avere una routine, una vita quotidiana scandita da abitudini, gesti ripetuti, senso di tranquillità.

Al contrario di Maria, io non riuscivo ad intravedere nessun percorso di fascinosa attrazione in quell’uomo troppo intento a celebrare le sue passioni, e anche se non dissi niente, probabilmente una smorfia di insofferenza deve aver attraversato il mio viso perché Paolo, terminando l’elenco di quello che avrebbe voluto davvero fare della sua vita, ma non avrebbe fatto perché in fondo l’ovile familiare gli dava una sicurezza che, al giorno d’oggi, nessuno gli avrebbe garantito, mi domandò se mi servisse aiuto per lavare i piatti.

Per un attimo pensai di dire di sì per assicurarmi che davvero l’avrebbe fatto, ma poi girandomi verso di lui, lo vidi così piccolo dietro quell’orribile foulard di seta color cachi, così fragile mentre coi denti martoriava le unghie delle mani, così lontano dalla vita reale da non avere il coraggio di dirgli di sì. Perciò, rifiutai e optai per una passiva partecipazione alle valutazioni di Paolo sugli ultimi sei anni passati a nutrirsi dell’ombra del padre, improvvisandosi esperto di qualcosa che lo faceva sentire al sicuro solo dietro le cattedre polverose della facoltà di giurisprudenza.

Lui … lui che, invece avrebbe voluto viaggiare, magari scrivere un romanzo.

To be continued…