Archivi categoria: Diritti

Sono precaria: le Snoq, mi rappresentano o sono di un ceto differente al mio?

Grande discussione con un pezzo delle Snoq (in corrispondenza del post liste e femministe), protagoniste donne che in questi giorni si sono divertite ad associare il termine pallottole all’antifascismo delle ragazze e dei ragazzi del collettivo di Femminismo a Sud. Mi sono sforzata di capire e infine ho anche esposto in termini personal/politici il mio punto di vista. Sapete cosa ha risposto Paola Tavella? Ha detto “Ronf”. E sapete cosa ha detto Marina Terragni? Più o meno che Snoq è trasversale e che loro stanno benone così (sul suo blog aveva scritto “la precaria antifascista, no!”). Non so, ma se io ti dico che tra pochi giorni non so come campare perché il mio lavorino precario sta per finire e se ti dico che un mio argomento preminente è quello che discute di precarietà, e lo vengo a dire a te Terragni, che hai scritto una cosa dedicata alla ministra Fornero dal titolo “La ministra più bella del mondo” e a tutte quelle che la pensano allo stesso modo, e mi si risponde più o meno con un “ronf” ho un gran problema a credere che queste donne, quelle di Snoq, abbiano a cuore i problemi delle donne, delle donne come me intendo. Non è me che rappresentano e mi chiedo: chi rappresentano allora?

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Siamo precari/e over40 e non siamo ancora morti!

Da Meno&Pausa:

Siamo della generazione che ha visto l’inizio della fine della stabilità lavorativa. Over40, 45, 50, precari e precarie e invisibili. Totalmente dimenticati/e perché si parla di giovani e a loro giustamente viene dedicata grande attenzione ma noi siamo destinati all’immondezzaio, perché non c’è alcun provvedimento che ci tuteli.

Abbiamo vissuto, studiato, lavorato, abbiamo anche avuto brevi stagioni di lavoro stabile, poi di colpo siamo stati licenziati o semplicemente ai contratti precari non sono succedute altre opportunità.

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Storia di un ribelle precario

“Precaria anche tu, eh?”

“Si, vero…”

Comincia così il racconto, di uno tra i tanti, uno di noi, di quelli che capello lungo o corto, barba o non barba, uomo o donna, si sente Malafemmina come me. Ribelle. E’ un ribelle.

Lui il buio se lo vive davvero, per dieci o forse più ore al giorno, quando resta a sviluppare pellicole di quelle che non sono scene in digitale, e se quel lavoro non lo fa lui le aziende cinematografiche che ordinano la stampa non potrebbero fare le gradasse, vantarsi di un prodotto culturale. Culturale un cazzo, giacchè è realizzato grazie ad un precario che di tre mesi in tre mesi e da più anni si vede rinnovato il contratto a tempo determinato senza mai poter contare su una forma di stabilizzazione.

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