Malafemmina su Abbatto i Muri

Il Diario di una precaria qualunque di Malafemmina è in fase di ripubblicazione sul blog Al di là del Buco. Lì sono radunate storie precarie e affini. Dategli una lettura se volete.🙂


Per tutto questo e molto altro

Il senso delle azioni.

La  vita fin qui è stata un’infinita, continua ricerca di senso. E non per vezzo o pretesa di superiorità, ma solamente per assaporare l’idea che non è inutile questo tempo, che la vita non è solo un attraversamento veloce e sempre uguale, ma qualcosa in più, qualcosa che abbia un senso.

Il senso delle relazioni.

La comprensione dei rapporti umani, della loro complessità. La possibilità di trovare negli altri quello che a me manca, ciò che mi arricchisce e mi determina semplicemente perché non mio, perché non m’appartiene.

Per non svegliarmi paonazza nella notte e capire di non avere nessuno da guardare e con cui condividere anche il silenzio,

per non trovare di fronte ad uno specchio l’immagine sbiadita di una incerta umanità,

per non decidere che forse non c’era strada da percorrere, per tutto questo e molto altro…

per ogni domanda a cui so di non poter dare risposta alcuna,

perché non conosco altro che questa precarietà,

nient’altro che il respiro corto e i pensieri stanchi, nient’altro che gli istanti prigionieri di un presente affannato…

per tutto questo e molto altro…

il senso delle azioni.


Mia sorella, La chimicA sprovvista di tacco

Succede che torno a casa dopo una giornata di lavoro ingabbiata – la giornata – in una cappa di calore tale da farmi sudare le sopracciglia.

Succede che le sopracciglia sudano di continuo, non una volta ogni tanto, ma di continuo, dando al mio viso la simpatica sensazione di essere un pezzo di carne tritata in putrefazione.

Succede, quindi, che sento di essere particolarmente nervosa e poco aperta al confronto.

Succede, allora, che gironzolo su internet alla ricerca di qualcosa.

Non so cosa. Qualcosa.

Qualcosa che mi rilassi o che tiri fuori quel nocciolino di rabbia che stazione al centro del mio stomaco e che, nonostante il caldo, non riesce a sciogliersi e ad andar via.

Leggo qualcosa.

Prima di spiegare cosa, vorrei dire che ho una sorella.

E’ più piccola di me e ha il doppio dei miei ricci in testa, e quando l’ho vista per la prima volta, poche ore dopo la sua nascita, era così bella con le guance rosate e i ricci biondi, fitti fitti, appiccicati in testa che credevo fosse una pesca. Poi, ha iniziato a piangere e ho dedotto che, forse, una pesca vera e propria non lo era, ma continuava a piacermi. Vedevo in lei una luminosità che non rintracciavo né in me né negli adulti che mi stavano attorno.

Succede che col tempo, quella pesca luminosa diventa grande, una deliziosa adolescente poco attenta ai brillantini dell’ultimo ombretto Chanel e molto più interessata alle storie, le migliaia di storie che fanno capolino fra le sue mani, trasportate da libri di ogni dimensione.

Succede, poi, che splendida, luminosa pesca  diventa adulta.

Si risveglia donna, forte ed indipendente in una città straniera, a migliaia di chilometri da me e dai miei nocciolini di rabbia che il tempo e la distanza si sono preoccupati di moltiplicare.

Succede che questa donna di mestiere fa la chimica (ho scritto “LA” e non “il”).

E non la “chimica” con la “i” a forma di rossetto, come pubblicizza la campagna della commissione europea, ma la chimica con la “i” normale. La mia pesca luminosa va a lavoro in Doc Marten’s e jeans e, nonostante ciò, riesce a svolgere il suo lavoro nel migliore dei modi. Roba da non crederci!!! Ogni mattina mi sveglio pensando all’angoscia che deve provare mia sorella nel dover affrontare un’intera giornata di lavoro, in piedi, di fronte ad un tavolo sommerso di provette da analizzare e test da esaminare senza un sandalo col tacco dodici e il plateau di dimensioni quantomeno adeguate al tacco!!! È un pensiero che mi angoscia, lo giuro!

E che dire degli occhiali!!! Gli occhiali! Mia sorella – la chimica – porta gli occhiali da quando il suo occhio pigro ha iniziato a fare le bizze. Aveva meno di sei anni e per convincerla a tenerli su, la mia mamma doveva cantarle in continuazione una filastrocca che faceva più o meno così “cin cin dai… Noi siamo speciali, portiamo gli occhiali, dai vieni con noi…”.

Se mia sorella – la chimica – avesse saputo che gli occhiali sarebbero stato l’oggetto glamour da inserire sul CV, bè, credo che avrebbe risparmiato a mia madre un sacco di raucedine.