Archivi del mese: gennaio 2012

Può accadere

Ai volontari ed agli operatori di quelle realtà che, grazie alla loro attenzione responsabile alle vite degli altri, rendono il mondo un posto migliore. A chi resiste ed agisce districandosi fra le maglie di una insistente precarietà e regala spazi di altra normalità a persone quasi sempre dimenticate.

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A volte, può accadere di non essere la persona che con cui gli altri pensavano di trascorrere il resto della vita.
A volte, può accadere di non corrispondere ai canoni della normalità familiare, di sfiorare solamente – senza mai esserne coinvolto – il flusso regolare delle convenzioni sociali.
A volte può capitare di avere una testa troppo grande, un corpo un po’ sbilenco, può accadere di non essere in grado di camminare o di sentire nella mente l’ossessione di paure incontrollate.
A volte, può succedere di sentire addosso tutte le lacrime del cielo grigio e di pensare d’essere solo carne trasparente. E quelle volte può anche capitare di divenire il fantasma non voluto di qualcuno che, invece, credevi t’avrebbe amato.
A volte, poi, può capitare d’essere il fardello amato e maledetto di una famiglia abbandonata a se stessa, l’eco disperato di chi non ha più voce, ma conserva la propria determinata ostinazione ad andare avanti.
A volte può accadere di restare soli.
Altre volte, però, può capitare di intravedere il sorriso di uno sconosciuto radicarsi nella tua soffocante marginalità e, da lì, riemergere insieme al tuo. Può accadere di guardarti attorno e di scoprire che c’è qualcuno che sa spingersi oltre il limite del tuo disagio e abbracciarne il dolore.
A volte può accadere di scorgere d’avanti ai tuoi occhi lo spazio infinito di una differente normalità.
E quelle volte può persino accadere di sentirti meno solo.

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Matilda e il colloquio precario (in strisce)

Un venerdì come un altro, Matilda intraprese una interessantissima conversazione con un’amica che, da settimane ormai, tentava di attraversare la giungla degli annunci delle offerte di lavoro munita solo di curriculum vitae in formato europeo.

“Beata ingenuità” – penso Matildella -, scorgendo in quei racconti il ricordo di se stessa, di quando, pochi mesi prima, s’era trovata ad interagire con uno strano individuo le cui parole chiave erano…. bè, erano quelle che vedrete in queste poche, precarie strisce.


Buon anno sorella.

Sorella mia,

ti scrivo come un Lucio Dalla un po’ storto a cavallo tra l’anno vecchio e quello che verrà. Avrei voluto donarti quel tempo per noi di cui parliamo da anni per ritrovarci senza frustrazione e malinconia, lontane da ogni cosa. Non posso farlo e tutto ciò che ho è l’occasione di accendere una sigaretta e scrivere questa lettera d’amore. Perchè questa è per te. Per tutte noi.

Questa lettera è una dichiarazione, socia mia di precariato e sorrisi inventati nella miseria. La mia dichiarazione. Parlo con te.

Parlo con i tuoi capelli scomposti e arruffati per quel parrucchiere che non incrociamo mai. Parlo con quei chili di troppo e con quella te stessa che sta dentro e finisci per odiare confondendola con il riflesso di uno specchio. Parlo con le tue sciarpe colorate, quelle che ti infagottano e fanno spuntare d’improvviso occhi di luce e ironia da strati di stoffa. Parlo con la tua camminata lenta, stanca o gaudente. Parlo con le tue lacrime e le tue battute.

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