Hanno rubato il valore del mio lavoro

Dorotea, uno dei miei boss dell’Agenzia, mi ha richiamato per ringraziarmi ancora dello splendido lavoro fatto. Avrei voluto dirle: “e però non mi avete rinnovato il contratto...”.

Lei ci teneva a dirmi che le dispiace tanto, mai come in questa circostanza le è dispiaciuto e che in autunno spera di poter trovare un modo per inserirmi in altri progetti.

Devo dire che mi è sembrata sincera. Non so se crederle o meno ma le ho fatto intendere che io non posso stare in attesa di qualcosa che non si sa se arriva oppure no. La pretesa di certi datori di lavoro di lasciarti lì in sospeso immaginando che tu nel frattempo campi d’aria mi sembra un po’ comica. Oppure diciamo che si tratta di paraculismo legalizzato. Quasi che per loro noi davvero prendessimo vita solo per la durata dei contratti precari alla fine dei quali dovremmo finire in uno stanzino, come bambole sgonfie, buone e senza velleità di consumo d’aria, cibo, risorse.

Mi ha detto “ti capisco“. Le ho detto “se per settembre non ho trovato niente sarò felice di tornare a lavorare per voi, nel frattempo mi farebbero comodo un po’ di soldi...”.

Nessun imbarazzo dall’altra parte. Dei soldi che mi devono non ha fatto parola.

Potresti venire in ufficio a darmi una mano anche senza progetto...” – ha continuato – “da settembre… però non posso farti un contratto… posso darti qualcosa come rimborso spese…

Ho capito che teme davvero che io possa trovare un altro lavoro. Perciò ho pensato fosse il momento di infierire.

Dorotea, di che cifra parli? Io già faccio un altro lavoro, lo sai, vorrei almeno poter riuscire a pagare affitto e bollette senza dover ricorrere ai miei… non ho alternative, se non mi dai i soldi che mi servono devo cercare un altro lavoro…

Ci mettiamo d’accordo, dai… ” – l’ho sentita davvero determinata e io mi sono vista come un capo di bestiame al mercato. Lei stava contrattando per comprarmi.

Dorotea, intanto io devo per forza cercare qualcosa per sopravvivere durante l’estate. Sentiamoci più in là e ne riparliamo. Grazie!

Grazie? Grazie di che.

Messa da parte per le vacanze, perché a quelle come me nessuno paga le ferie e quindi sembra naturale utilizzarci quando c’è lavoro e rimetterci in cantina fintanto che non finisce la bella stagione.

La cosa brutta è che purtroppo, se non trovo niente, sarò costretta a dirle di si, ad aspettare che mi convochi, e dovrò perfino esserle grata per l’opportunità, perché quelle come lei ti raccontano che comunque, a prescindere dal denaro che non arriva, il lavoro sarà una meravigliosa occasione di crescita, che imparerò tante cose, potrò conoscere tanti bei mondi, e non la sfiora minimamente il fatto che non mi interessa fare collezione di primi piani di vip e gente del bel mondo, perché non vivo di questo. Vivo di qualche pasto al giorno, panni puliti, la carta igienica, le scarpe risuolate, la bici che mi fa dannare, quel maledetto postino che mi lascia un tot di bollette al mese, e non se ne esce.

Certe volte mi fermo a pensare, quando ho tempo, e mi chiedo se davvero questo genere di datori di lavoro, in fondo non siano precari tanto quanto me, un po’ meno forse, ma senza alcuna sicurezza per il futuro, irresponsabili perché spendono quello che hanno ma anche terribilmente bugiardi con se stessi perché tentano di mantenere in vita i loro sogni piegando le esigenze di chiunque gli stia attorno.

Se Ubaldo non dovesse spendere tanti soldi per una automobile di lusso. Se Dorotea non spendesse i soldi che guadagna per rifarsi pezzo per pezzo il corpo e per comprare abiti firmati.

Ma se una precaria come me parla di queste cose ti dicono che ti fai gli affari del tuo datore di lavoro. Ti chiamano invidiosa anche se non invidi affatto quelle vite. Ti dicono che non puoi fare le pulci a chi ti assume.

La mia, però, è una analisi dei costi, del lavoro, dei bilanci e della gestione delle ricchezze e me ne frego se questo dà fastidio a qualcuno, perchè è mio diritto farla. Perchè il consumo di Ubaldo e Dorotea piega anche le mie esigenze.

Non si tratta di affari privati. La gestione economica di una impresa, lo spreco delle risorse, come il fatto che quelle risorse non vengono condivise in modo intelligente, mi riguarda eccome.

Perché se io sopravvivo con il minimo delle risorse disponibili pur producendo la maggior parte del lavoro che tiene in piedi una impresa allora quella dannata crisi economica non dipende da me ma da chi spreca risorse immaginando di poter tenere in piedi aree di privilegio che ci porteranno ancora di più al collasso.

La questione allora sta così: quello che fa questa gente mi riguarda. I loro sprechi sono affar mio. Il modo in cui spendono il denaro che io gli faccio guadagnare è roba mia. Io devo occuparmene.

Perché proprio non capisco come mai si fa una distinzione tra bene pubblico e privato quando anche la mia resistenza fisica, le mie braccia, la mia fatica quotidiana sono diventate un bene privato. Privato ma non mio. Privato di quegli altri. Privato di quelli che mi sfruttano.

E se siamo arrivati al punto che la forza lavoro, le mie braccia, sono state privatizzate, mentre io faccio troppa fatica ad esistere, mentre mi tengono occupata con più lavori per impedirmi di pensare, sarà mio diritto rivendicare l’uso del mio corpo e del mio tempo e rivendicare anche una attenzione per il denaro che grazie al mio corpo e alla mia energia i datori di lavoro guadagnano?

Mettiamola così: se io vendessi servizi sessuali e alle mie spalle ci fosse un pappone, un magnaccia, una matrona, avrei il diritto di sentirmi derubata per il fatto che ciascuno tiene per se una quantità infinita di risorse guadagnate grazie al mio sacrificio?

Giusto per continuare a fare quell’esempio diciamo che il pappone esige una somma da parte mia perché afferma di garantire la mia sicurezza, me lo dice mentre mi picchia per non farmi scappare, afferma di offrirmi un tetto, qualche vantaggio. In realtà mi rinchiude in una alcova per sfruttarmi meglio.

E i miei datori di lavoro, assieme allo Stato, cosa mi offrono?

La sicurezza di una casa o del cibo tutti i giorni? Direi di no. Sanità e scuola pubblica? Anche su questo direi proprio di no.

Dunque cosa mi offrono? Dorotea, in cambio dei soldi che guadagna grazie al mio lavoro e che trattiene per se’, cosa mi offre in cambio? Versa qualcosa allo Stato che mi sarà restituito in edilizia pubblica, reddito d’esistenza o di necessità, corsi di formazione gratuiti, sanità, mezzi pubblici che non costino un occhio della testa?

No. Proprio no. Perché perfino quella piccola somma versata allo Stato rientra nelle tasche dei privati invece che essere impiegata in servizi che servono a me. Dunque tutti i soldi che io faccio guadagnare ai miei datori di lavoro che non mi garantiscono una pensione, un futuro, nessuna opportunità, dove finiscono se non nelle loro tasche? E loro cosa ne fanno se non sprecarli?

Ed è di questi sprechi che è fatta la crisi e non dei miei sacrifici.

Ma per i governi sembra che proprio io sia la colpevole di tutto. Difatti sono io e le persone come me a pagare. Siamo noi, precari e precarie, a pagare per rimandare un collasso che comunque coinvolgerà tutti, datori di lavoro inclusi, e invece sarebbe così semplice prevenire, con un po’ di buon senso e una gestione più oculata delle risorse.

Quando potrò dire, almeno, che rivoglio indietro il valore del mio lavoro? Lo rivoglio tutto perchè niente mi viene restituito in cambio. Neppure lo stipendio.

Posso dirvi qual è la cosa positiva di questi giorni? Che il boss del bar ci ha portato le nuove divise. Colori perfidi. La gonna scivola sulle ginocchia e il boss dice che sono dimagrita (chissà come mai), dice che devo tirarla su e che devo prendere un po’ di colore alle guance. Per darmi una mano, così mi ha detto, dato che quest’anno aprirà anche una zona esterna, tanto estiva, è disposto a farmi lavorare anche un altro paio di giorni a settimana.

Che culo, eh?

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3 responses to “Hanno rubato il valore del mio lavoro

  • Giorgio

    Piena e incondizionata solidarietà, assoluta vicinanza.
    Ma non basta: ISTAT 2010 “il 46% della ricchezza prodotta in Italia nelle mani del 10% delle famiglie italiane”. Non accade in nessun Paese Occidentale, ISTAT 2011 “1/4 degli italiani alle soglie della povertà”…e si potrebbe continuare. Beh ora basta davvero; a pagare sono sempre gli ultimi, i poveri che saranno sempre più poveri, i ricchi sempre più ricchi, la forbice si divarica, sperequazione economica…cominciamo a scendere in piazza e possibilmente a “urlare”. Riprendiamoci la politica economica e finanaziaria, e più in generale la politica: è nostra, è fatta per noi, e il nostro tempo è arrivato…dobbiamo solo unirci, tutti insieme. POssiamo farcela e allora dobbiamo!

  • Schiena dritta e sguardo fiero « Malafemmina

    […] sera ero stanca e anche abbastanza avvilita. Trovo su faccialibro tanti messaggi resistenti, di quelli che arrivano da chi ha coscienza di […]

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